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Compassione

Sto aspettando in una sala nel seminterrato di un grande ospedale torinese, nel reparto di radiologia. E’ uno dei pochi che possiede un apparecchio per la risonanza magnetica a cielo aperto, evitando il senso di claustrofobia che, invece può colpire chi utilizza l’apparecchio tradizionale. Per questa ragione, immagino, la sala d’aspetto è piena di bambini con i loro genitori, e molti ragazzi presentano evidenti problemi neurologici ed handicap. Sono attento a quello che succede intorno  a me, c’è un clima disteso, tutto sommato, grazie all’abilità dell’infermiera che accoglie, evidentemente abituata a questo genere di pazienti e, soprattutto, colma di una tenerezza e di un’attenzione che raramente ho visto in questo ambiente. E’ un donnone con un ampio sorriso, va incontro a tutti i pazienti, da’ consigli rassicura, entra ed esce da un ufficio gonfiando i guanti monouso e facendoli diventare dei buffi palloncini. Sul fondo della sala (incredibile!) un televisore trasmette cartoni animati che attirano l’attenzione di qualche bambino. Taccio, guardando e sorridendo, cercando di dare anch’io il mio piccolo contributo di affetto all’ambiente. Esce un medico e chiama una ragazza per nome, il padre l’accompagna. Il dottore le sorride e l’accarezza sulla testa per tranquillizzarla. Sono scosso, ora, vedo i volti dei genitori, sorrisi che nascondono anni di sofferenza, che rassicurano i loro ragazzi nel mistero assurdo del dolore dell’innocente. Come padre, sento fortissimo il loro disagio e la loro intima rabbia, la preoccupazione per il proprio figlio, per il suo futuro. Li vedo, questi genitori, mentre accarezzano il capo dei loro ragazzi, alcuni agitati dall’ambiente e dall’esame da affrontare. Il dolore dell’innocente. Eccolo. In tutta la sua drammatica inutilità, in tutta la sua sconcertante forza. Sono turbato, ora. A fine estate dovrò, infine, mettere mano ad un libro che l’editore mi chiede da anni, proprio sul dolore e che cerco di rimandare all’infinito. Eppure, proprio perché credente, devo condividere qualche idea, senza l’assurda pretesa di dare soluzioni o risposte che la Bibbia evita accuratamente di dare. Sì, si respira molto dolore in questa stanza. Troppo.Piango, ora, con discrezione, pensando a come Gesù si sentiva davanti al dolore. E vedo il gesto di una padre della mia età, vestito elegantemente, forse un funzionario, che tiene sulle ginocchia sua figlia, adolescente, lo sguardo perso nel vuoto, tutta chiusa nel proprio mondo interiore. Lo vedo mentre la rassicura e cerca di farla sorridere. No, non conta il proprio dolore, ora, conta la paura della propria bambina. Nessuno ha un amore più grande… Arriva l’infermiera con uno dei suoi improbabili palloncini. La ragazza la guarda, stupita, e scoppia in una fragorosa risata che attira l’attenzione di tutti. No, non abbiamo risposte al dolore innocente, abbiamo solo la compassione. Nostra, e di Dio per noi.

Category: Incontri

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41 comments

  1. Probabilmente, in quello stanzone, c’era la mia vicina di casa con la sua bimba, stessa età del mio più grande, che doveva fare il controllo a un anno dall’intervento al cervello… E’ una cosa che non mi sono riuscita a spiegare, non c’è spiagazione, ma da quando è successo non passava giorno che, uscendo di casa e vedendo il suo passeggino sul pianerottolo, di fianco al mio, non mi chiedessi “perchè”. E’ soprattutto il dolore altrui – di chi mi sta intorno, vicino – che mi lascia un senso di impotenza, di domanda, di “perchè a me va tutto così bene e a loro no”… non che uno cerchi il dolore per sé, certo, ma me lo sono chiesta così spesso…
    scusate, vi leggo da parecchio e non avevo mai scritto ma questo articolo mi ha colpito proprio nel vivo…
    pregate con me per la piccola Chiara e per tutte le famiglie in situazioni simili!

  2. il dolore dell’ innocente…e la triste e allo stesso tempo tenace disperazione di chi sta con lui ,pronto a difenderlo se pur impotente dalla prova cui è chiamato a vivere ed affrontare.conosco molto bene tutte le amare sensazioni e i sentimenti più contrastanti che affiorano dal profondo dell’ animo fino a giungere al cervello per trovare una risposta razionale come ancora di salvezza.sono i sentimenti vissuti prima da fuori e poi incarnati direttamente e personalmente per cui capisco cosa si prova e qualsiasi parola è insufficiente a lenire il dolore. la tenerezza è l’ arma per arginare l’ apatia che nasce in chi deve affrontare la malattia .l’ apatia è il vero male per il quale non esiste farmaco e’ come un veleno,antidoto del processo di guarigione.solo la tenerezza e la necessaria positività di chi è chiamato a stare vicino a com patire(patire insieme)aiutano a sopravvivere a e in qualsiasi condizione.nel sentirsi amati e nell’ avere la certezza che c’è chi mi aspetta fa nascere la voglia di aggrapparsi alla vita .tutto questo vale per qualsiasi età….ricordo che nella mia ricerca di senso e salvezza avevo trovato consolazione nella parola misericordia con tutto il suo carico di significato che mi parlava di amore nel momento di grande dolore ..(e quale dolore più grande c’è nel cuore di un padre quando il figlio gli chiede di evitargli se può il male..e allo stesso tempo quanto denso e intimo il dialogo silenzioso tra i due che diventa preghiera e forse amore ).posso solo capire e patire insieme e in questo modo essere vicina.ma dico che è necessario credere di venire fuori…come tu paolo ricordi sempre la notte più buia ha un termine

  3. Solo oggi posso dire che il mio dolore, i miei lutti, le mie delusioni, i miei handicap, hanno un senso, posso dire: sò cosa provi, anche io come te ho sofferto!
    Lo so che è strano ma un giorno mi è stata rivelata una paola (che naturalmente sul momento non ho capito) ma mi ha accompagnata spesso e alla fine ha trovato il suo posto :la croce sarà tua compagna e le spine saranno la tua corona!
    Mazza che anatema! va bhe! inutile giraci intorno ma al dolore se non dai un posto, se non lo collochi in qualche posticino nel cuore, non troverai mai pace! ho cercato anche di non lasciare mai posto alla disperazione che di posto ne trova sempre tanto, basta distrarsi un attimo!!!
    così alla fine ho capito che qul compagno così scomodo doveva e poteva esser tale, cioè un compagno di strada!
    certo ne è passata di acqua sotto i ponti affinche accettassi il compromesso ma… sono felice di essere ciò che sono e un pò di merito ce l’ha anche lui , il dolore… mi ha fatto crescere e mi ha dato modo di essere pienamente ciò che sono.

    semplicementemolly

  4. il dolore: spesso si soffre più perchè non si trova una risposta alla causa,una motivazione, un perchè, si vuol saper per forza tutto. inizio a pensare che forse ha ragione il mio prof. dobbiamo avere più la concezione del mistero. il dolore fa parte della nostra vita rassegnamoci. non credo che l’incontro con gesù debba arrivare per forza con la sofferenza, ma noi ci riduciamo sempre all’ultimo. meno male che non è mai troppo tardi. il dolore va ascoltato il nostro e quello degli altri e tante volte non ci sono parole che possano migliorare la situazione.non ci resta che caricarsi la croce sulle nostre spalle o condividerla,oppure aiutare qualcuno a portarla, cercando di ricordare che dopo la tempesta viene la quiete e dopo la croce la resurrezione

  5. Correva l’anno 1999 quando dentro di me è scattato l’interruttore del volontariato.
    Sarà che di ospedali ne avevo frequentati tanti da bambina e che, grazie a Dio, negli anni Novanta avevo smesso, che pensai subito all’associazione che si occupa dei bambini ricoverati negli ospedali pediatrici.
    Dentro di me pensavo di poter mostrare in quella sede che, come ha detto Molly, il tuo dolore può diventare un compagno di strada e, perché no, se non te ne lasci sopraffare, puoi farlo diventare non dico un amico ma un socio con cui vai d’accordo.
    Ho frequentato un corso di preparazione interessante, in cui ho capito tante cose della relazione d’aiuto, di me e della mia esperienza, di tutti gli altri bambini che ho visto passare al mio fianco in certi contesti e dei loro genitori.
    In quella sede ho capito che se sono quella che sono, il merito è dei miei genitori che avranno certo avuto qualche momento di scoramento ma non me l’hanno mai fatto trapelare né mi sono mai sembrati in alcun modo afflitti o scoraggiati dai miei problemi di salute.
    In quella sede ho percepito la differenza tra la mia storia e quella di tanti altri, meno fortunati di me.
    In quella sede, in sintesi, giunsi anche a questa conclusione, da prendere un po’ con le pinze: “Con tutto il rispetto per il dolore che ognuno prova, non esistono bambini malati; esistono genitori malati perché i loro figli non sono sani.” La esposi anche ad alta voce davanti a un centinaio di persone e ricevetti pure degli applausi.
    Oggi, che ho incontrato Cristo e che sono una “ex intransigente” (prima forse avevo una pietra al posto del cuore!), io non sosterrei più un’opinione così radicale. Credo, semmai, che i genitori di figli malati abbiano acquistato in terra un abbonamento per il Paradiso, e che a tenere aperti i botteghini in cui li vendono siano proprio i figli.
    Oggi, quando penso allo sgomento che deve provare il genitore di un figlio con problemi o al sollievo di quello che scopre che il figlio non ne ha, penso che ambedue le reazioni siano umane, umanissime e da affidare a Cristo, che sa cosa sono entrambe le sensazioni (soprattutto lo sgomento…).
    Quanto alla mia opportunità di fornire compassione in un ospedale pediatrico, quell’associazione – a suo tempo – mi ha gentilmente invitata ad andare a fare volontariato con qualcun altro… perché il bambino in ospedale e il genitore hanno bisogno di sentirsi rassicurati che andrà tutto bene e tutto passerà… e questo (così mi hanno lasciato intendere con un po’ di imbarazzo ma senza troppi giri di parole) non può testimoniarlo validamente – ancorché “gonfiando degli improbabili palloncini” – una che non è una stangona, che non va ogni settimana a fare la piega, non si trucca e che ha delle valide ragioni per non mettere i tacchi…
    E magari hanno anche avuto ragione loro.

    Ricordiamoci reciprocamente nella preghiera!

  6. “Non ci resta che caricarci la croce sulle nostre spalle o condividerla aiutando qualcuno a portarla.” Queste tue 3 righe Mariateresa…sono per me come un raggio di LUCE nell’oscurità.

  7. Mariateresa, tu dici che il dolore fa parte della nostra vita… è vero. Anche se non è facile accettarlo e trovare, per esso, una giustificazione. Anch’io cercavo risposte e spiegazioni, mentre raggiungevo la mia macchina in un immenso parcheggio sotterraneo milanese nella notte in cui mio fratello è morto in rianimazione di un grande ospedale della metropoli… Cercavo un perchè, ma non l’ho trovato…. Forse è vero che il dolore è un mistero. …

  8. Il mistero che circonda la CROCE ci rende insofferenti al dolore. Solo l’accettazione amorevole ed umile (realista) del compito affidatoci nel grande “arazzo” che è il disegno divino, può aiutarci a com-prendere la croce e a portarla con la dignità di amati e prescelti. Il resto è umanamente comprensibile (la rabbia, l’impotenza…) ma non siamo soli, dobbiamo sempre ricordarcelo!

  9. Caro PETER scusami se mi impiccio del tuo dolore … il mio sono riucita a superarlo dopo aver smesso di chiedermi perchè … al perchè della morte c’è solo il silenzio che ti uccide pur vivendo… è terribile… bisogna cambiar domanda affinchè ci siano risposte… se non ci sono allora sono sbagliate le domande (questa la mia umile esperienza)
    Chiediti cosa possa fare? come posso affrontare ora la morte? cosa vuoi da me, Signore?
    non sarà facile te lo assicuro ma il cuore forse un giorno troverà la pace.
    tua sorella molly

  10. Grazie, cara sorella Molly. Proverò a chiedermi cosa davvero vuole il Signore da me.
    Grazie per la tua vicinanza. Quando puoi, prega anche per me…

  11. Vivo da quarant’anni l’esperienza del dolore innocente…mia sorella affetta da tetraparesi spastica dalla nascita ed assistita con tutto l’amore di questo mondo e dell’altro da mia madre.
    Il dolore Dio non ce lo spiega, Egli in Gesù lo assume su di sè, lo fà proprio e invita anche noi a fare altrettanto. Solo in questo è il vero senso della sofferenza, apparentemente insensata!
    Gesù è il solo ad aver dato significato a questa esperienza.
    Seguirlo in questo, come possiamo, anche a volte arrabbiandoci con Lui, nell’ambito di un rapporto inscritto nella verità e non nell’ipocrisia, è l’unico modo per divenirne protagonisti, per dominarlo, anzichè farci dominare e schiavizzare, paralizzare il cuore nell’indurimento e nel rifiuto.

    Gesù, confido in Te!

  12. Per Daniela, anche Paolo purtroppo ha male agli occhi e si deve curare. Io prego x Paolo e don Sandro( scusa Paolo) non ho messo il don.Ciao preghiera reciproca

  13. Il dolore non è solo quello delle malattie fisiche o psichiche e nessuno ne è immune. Per dritto o per storto ci siamo dentro tutti: è un fardello che ci accomuna, grandi e piccoli, dal primo vagito di dolore per la separazione dal ventre materno all’ultimo spasimo che ci separa dalle nostre sicurezze terrene.
    E’ brutto e non facile a dirsi e ad ascoltarsi: ma CREDO che il dolore dell’INNOCENTE ha salvato il mondo, ed ora probabilmente è in quello stesso dolore che Lui, incarnandosi, continua a farlo.
    Scusate, non è retorica, ma è l’unica risposta che io riesco a darmi.

    Un abbraccio e una preghiera di comunione reciproca.

  14. Caro paolo,
    dai, sbrigati a scrivere questo libro sul dolore dell’innocente…
    E’ un punto sul quale come cristiano non riesco proprio a capacitarmi. Ho solo domande e nessuna risposta incisiva, di quelle che ti fanno dire: “ora ho capito”.

    Ho bisogno di una guida, e chi meglio di te..? fai presto!!!
    Non vedo l’ora (devo stringere la mano al tuo editore)

  15. Ho trovato questo scritto e desidero condividerlo con voi:

    Ha detto il cardinal Veuillot sul letto d’ospedale durante la malattia che l’ha condotto alla morte:” Sappiamo pronunciare belle frasi sulla malattia: Io stesso ne ho parlato con calore. Dite ai preti di non dirne niente: noi ignoriamo quello che è. Ne ho pianto”.

    Ecco, penso che anche un cristiano non conosce alcuna strada che aggiri il dolore, ma piuttosto una strada insieme con Dio che lo attraversi…

  16. Il 9 Maggio scorso è stato il primo anniversario della morte di Borys, mio alunno quindicenne che se ne è andato dopo una malattia durata quattro anni. Conoscerlo è stato un privilegio. Il suo volto mi accompagna quotidianamente e spesso mi pare di ritrovarlo in altri volti che siedono ogni mattina di fronte a me. La sua dolcissima mamma non ha ancora esaurito le lacrime… Volevo condividere con voi tutti questo dolore degli Innocenti… non ho trovato risposte, se non l’affidamento al Mistero che non ci è dato svelare…Con-dividere fa sentire meno soli e sperduti…Borys ha lasciato, nel suo “transito terrestre” una traccia di luce da riempire di senso…
    Preghiamo insieme per questo!

  17. Dolore innocente? Perchè? Eiste forse un dolore “giusto” per il colpevole, per l’adulto?
    Direi e parlerei solo di dolore e basta, quello che come lo avvicini ti si crea un baratro nello stomaco e nella testa.
    Lo sconvolgimento e la rabbia dell’impotenza prima, la domanda e la richiesta di un motivo dopo e poi … e poi si china la testa.

    Potremmo dare tutte le risposte che vogliamo al dolore e nessuna sarà quella giusta, quella che “risolve” e con più daremo risposte con più le domande insorgeranno in una giostra senza fine, tremenda e disumana … una giostra che toglie la vita e elimina la speranza.

    Solo chi ha provato sa cosa significa, sa cosa sia quel buco nel cuore e nello stomaco … e poi possiamo ancora scegliere da che parte andare:
    o rimanere fermi dentro questo inferno oppure muoversi verso l’inferno altrui cercando di portare un po’ di sollievo, un po’ di sostegno e – soprattutto – un po’ di ascolto … un ascolto che spesso è solo una vista delle lacrime altrui, mentre le nostre rimangono nascoste o si trasformano in occhi luminosi e caldi (come quelli di Paolo)

    Davanti al dolore tutti siamo innocenti, nessuno escluso. Il dolore incute rispetto ed è una di quelle poche cose che ci rendono tutti uguali.

    Questo rispetto, però, è un atteggiamento di chi si pone davanti all’altro e trasmette una fiducia tale che l’altro si apre a fiore …
    E’ intollerabile il proprio dolore, ma il dolore di chi si ama, soprattutto se piccolo è disumano e toglie davvero la luce dal sole, ma – ripeto – forse qualcosa possiamo fare … magari solo un improbabile palloncino fatto con i guanti monouso.

  18. @ ww
    da quasi dieci anni faccio parte dell’associazione di cui parli (almeno così credo di aver capito). il compito di noi volontari è semplicemente quello di rendere lìambiente ospedaliero il meno asettico possibile, far si che quest’esperienza che è sempre traumatica perchè ti strappa dalla tua vita normale, dai tuoi affetti, dalle tue abitudini, possa essere vissuta il più serenamente possibile. Il dolore, la sofferenza non vengono cancellati e nemmeno ignorati, non è possibile, ma attraverso il gioco, i digegni, le piccole magie, i sorrisi, le risate (ci sono anche queste!spesso il bambino riesce a sopportare, a controllare, a “ingabbiare” questa situazione. Ed è incredibile quanto possa fare un semplice sorriso nel percorso di guarigione di una malattia anche grave! No, non c’è risposta al dolore, non a quello innocente, non a quello straziante di un genitore che si sente impotente di fronte al figlio che soffre: ma il dolore non va vissuto in solitidine, va condiviso, non perchè così diventa più leggero, ma perchè ci si possa appoggiare uno allìaltro, sorreggersi per poter avere la forza si andere avanti.
    E allora questa condivisione diventa l’amore di Dio che si fa vicino a chi soffre e che atrraverso ogni nostro piccolo gesto ( perchè Lui si sorve di ciascuno di noi) rivela la Sua presenza, la Sua tenerezza, il Suo abbraccio.
    “questa malattia non è per la morte, ma per la gloria di Dio, perchè pere essa il Figlio di Dio venga glorificato” Gv 11,4
    Glorificato cioè da quella sofferenza, da quel dolore devastante, impotente, senza spiegazioni ho visto nascere spesso sentimenti di solidarietà, di aiuto, di condivisione di amicizia profondi; ho visto genitori che dopo aver perso un figlio hanno creato associazioni di assistenza, di ascolto di chi sta vivendo la loro stessa drammatica esperienza e ho toccato con mano quanto tutto questo dolore pur rinanendo immenso possa generare una quantità ancora più grande di quell’amore vero che l’essenza stessa di Dio

  19. La sofferenza, il dolore con i suoi mille volti ci avvolge tutti, se siamo vivi non possiamo sfuggire. C’è! Ma la cosa istintiva che ci viene di fare è quella forse più sbagliata: cercare di sfuggire inutilmente e non volerlo accettare. Ci si sente ancora peggio cercando un perchè che nessuno sa, e conoscerlo non ridurrebbe forse la sofferenza.
    Comunque qualcuno cerca di trovare delle risposte, ne parla: non fa male parlarne, e magari ascoltare quello che può dirci sul dolore un sacerdote può far bene. A chi potremmo chiedere sul dolore, se non a chi conosce meglio Gesù…
    Stamattina leggendo il Vangelo mi ha colpito una frase: “…voi piangerete e gemerete, ma il mondo si rallegrerà. Voi sarete nella tristezza, ma la vostra tristezza si cambierà in gioia”.
    Quel “ma” mi si è impresso nella mente, con tutta la sua forza…
    La sofferenza è un mistero per tutti, ma un senso cel’ha.
    E inoltre ha un termine, non dura per sempre!

    Poi sono entrata in chiesa mentre il sacerdote concludeva l’omelia:”preghiera e sofferenza…possiamo offrire il nostro dolore, perchè magari non lo sappiamo ma stiamo salvando qualcuno…”

  20. Brava Laura, al dolore, alla sofferenza, alla morte nessuno può dare una spigazione. In modo particolare se viene a mancare una persona giovane o un piccolo angioletto. Non dobbiamo interrogarci il xchè, ma accettimo con le lacrime e preghiere la volontà di DIO.

  21. @Jenny, non è volontà di Dio la sofferenza e la morte … altrimenti non sarebbe morto Suo Figlio, non avrebbe “sconfitto la morte” come tutte le Veglie Pasquali sentiamo.
    Dio è contro la morte per il solo fatto che è Dio di Vita.
    E’ l’ultima tentazione, quella estrema che ci vuole portare alla rabbia, alla disperazione a NON CREDERE E NON CREDERCI …
    E non è facile accettare né la morte, né la sofferenza perchè in noi vive il seme della vita eterna …

    No, non è volontà di Dio … non sarebbe possibile proprio perchè per “far fuori” Gesù si è scelto (gli uomini ed il male hanno scelto) la morte.
    Affidarci è volontà di Dio … quello sì.

  22. @ lidia
    No, come giustamente dici il Signore non vuole la nostra sofferenza, ma credo che Jenny intendesse dire proprio che possiamo affidarci al Signore, alla Sua volontà nel senso che, come ha fatto Gesù, anche noi accettiamo il dolore che non si può evitare, che Lui permette, che non ci evita, ma ci aiuta a portare.

  23. Giusto Laura, non è che io sia esente da sofferenze,ne ho passate tante,superate affidandomi a LUI tutti i giorni, e ancora prima di andare a messa tutt’ora mi affido a LUI tutte le mattine,prego x i malati, x i peccatori e x gli amici e non. Scusate se non mi sono spiegata bene,se dovessi dirvi quanti lutti in casa mia…una preghiera reciproca,

  24. @ milena
    Grazie per la descrizione del tuo impegno nel volontariato ospedaliero.
    Il compito, come lo descrivi, evidentemente io non sarei riuscita a renderlo come l’associazione lo richiede, in quanto, dal mio punto di vista, l’esperienza della malattia, nonostante tutto, non è sempre traumatica per il bambino, te lo assicuro.
    La malattia può – anzi deve, se è cronica o con un decorso lungo – diventare parte delle tue abitudini e della tua vita normale (perché normale vuol dire anche solito, abituale, consueto)… e questo proprio perché, come dici tu, un bambino può controllarla, ingabbiarla, oserei quasi dire ignorarla, grazie all’aiuto di chi porta un sorriso.
    Per questo mi è pesato non poter portare il mio sorriso a quei bambini… perché loro, in fin dei conti, non hanno tutte le sovrastrutture che abbiamo noi.
    A quest’ultimo proposito, ricordo ancora, nell’associazione che si occupava di bambini sottratti alla potestà parentale in cui entrai dopo aver subito “il gran rifiuto”, un bimbo di sei anni, il piccolo K.
    Ogni sabato, quando mi vedeva, me ne diceva di tutti i colori sui miei capelli, sui miei occhi, sui miei occhiali, sulla mia voce. Non ha mai fatto caso alle mie “singolarità” (diciamo così).
    Un sabato mattina, dopo un po’ che parlavamo del più e del meno, mi ha chiesto di punto in bianco: “ww, ma tu hai male?” Gli ho fatto un paio di domande. Ho capito che aveva capito. Quando gli ho risposto di no, che non avevo male e che stavo bene come lui, mi ha creduto e ha ripreso ad insultarmi come se niente fosse per il mio taglio di capelli.

    Nonostante tutto, penso che chi vive il trauma, spesso, non sia il bambino. E che chi ha bisogno di compassione, sovente, non sia il bambino ma chi gli sta accanto. Perché è chi gli sta accanto che deve sobbarcarsi la fatica di tutto, anche quella di insegnarti la normalità e come perseguirla.
    E solo il Signore può dare la forza di non cedere alla disperazione.

  25. una mia amica mi ha detto un giorno di aver smesso di farsi delle domande e di affidarsi semplicemente, amorevolmente.. Ci provo, ma ci ricasco spesso. Perchè Dio accetta la via del dolore, lo permette, anzi la sceglie per la remissione. Non poteva esserci un altro modo?

  26. @ Sole
    l’abbandono fiducioso nel Signore non è sforzo nostro, ma Suo dono, Sua grazia. Possiamo chiedere a Lui la forza di andare avanti, di guardare oltre le nostre sofferenze, avendo fiducia che se per un po sembra che ci lascia soli, non è così, e poi finalmente sentiamo in noi quella forza che a noi manca…e ci accorgiamo che è proprio lì vicino a noi.
    Oggi il sacerdote nell’omelia ci ha raccontato un aneddoto a parer suo un po banale, ma che mi è piaciuto molto: da bambini abbiamo sicuramente visto le file di formiche che vanno tutte indaffarate al formicaio, e anche se magari giocando potevamo mettere dei sassolini o dei legnetti per ostacolare il loro percorso, queste cercavano il modo di superare l’ostacolo e andavano avanti… l’istinto permetteva loro di continuare, nonostante tutto.
    Anche noi possiamo avere la forza di quelle formiche, di superare gli ostacoli, e nonostante tutto guardare oltre e andare avanti, senza farci troppe domande, senza chiederci perchè… ma quella forza non è nostra, è grazia Sua.

  27. @ Laura, bravo il tuo sacerdote,ha fatto un bel esempio.
    @Lidia, scusata, ma sono io che non riesco ad esprimermi bene.
    Una preghiera a tutti reciproca, ciao…

  28. Mi inserisco nel dialogo molto valido e ricco tra le varie persone del blog: WW – molly- daniela- lucia- imma- lidia -laura- milena ecc…. disubbidendo a quel cardinale morente che invitava i preti a non parlare troppo… ( specialmente quando si sta bene!!!) della sofferenza altrui.
    ***
    Mi inserisco solo x dire che è sempre difficile – quasi impossibile- aver la capacità di accogliere il dolore altrui.
    Se riuscissimo a portare un pò di consolazione….. sarebbe già tanto!!
    Forse la consolazione … non è necessariamente unita a “belle parole”… ma al contrario spesso è fatta di silenzio … un silenzio ricco però di empatia … di vicinanza spirituale…di preghiera..
    Consolare, in silenzio, ospitando il dolore altrui…. e qui , come sempre, solo il vuoto può accogliere.
    Là , dove tutto è chiaro e compatto, non c’è spazio x l’altro!!
    ***
    L’impossibilità di identificarci – in toto- con la sofferenza altrui è il presupposto x ospitarne un frammento… in noi stessi: il segreto della consolazione passa x questa strada… che è anche una strada poco gratificante … e piuttosto stretta
    … in salita…povera di mezzi.
    ***
    Lo stesso Signore quando prova a consolare rivela in se stesso tratti di povertà.
    “Consolate , consolate il mio popolo!!!” dice.Quasi si ritiene incapace di consolarlo in prima persona!!!
    Non dice : ” consolerò il mio popolo!”
    … affida ad altri questo compito( a noi? ) Forse si !! Lo Spirito Santo ( siamo a Pentecoste) ce ne renda capaci!!!
    una preghiera reciproca.

  29. @ don Sandro
    hai fatto bene a disubbidire! 🙂
    hai ragione, spesso sentirsi ascoltati, accolti, capiti è una medicina che fa più bene di mille belle parole. Sapere che c’è qualcuno che ti è vicino anche con la preghiera, in silenzio, è importante.
    Ciao don Sandro, ti abbraccio
    sei sempre nelle mie preghiere

  30. E’ vero, don Sandro, non ci avevo pensato. E’ detto “consolate” e non “consolerò” e credo proprio che il primo frutto della Fede sia proprio la consolazione altrui.
    Se vogliamo una testimonianza diretta capace di essere intesa ed accolta da tutti, direi che è quasi essenziale, vitale per tutti … specialmente per chi soffre e per ogni genere di sofferenza.

    E’ vero anche che non servono molte parole, anzi a volte troppe parole sono controproducenti, ne sorvono poche, direi una sola “Eccomi” e poi davvero il silenzio diventa empatia inframmezzato da sfoghi strazianti …

    Non ci sono risposte e motivi per la sofferenza, almeno io non ne ho e quelle che sento mi innervosiscono un po’, ma ci sono modi per sostenere chi soffre e – per quanto possibile – togliere allegerire il peso che comunque rimane, ma è molto più facile da portare in 2 o più.

    Non possiamo fare altro, la sofferenza in ogni suo aspetto c’è ed esiste e – per quanto ne so – si affronta SOLO la compassione (intesa come “passione con”) a livello umano e per quelli che vengono colpiti dalla sofferenza e non credono.

    Perchè ci sono anche coloro che non credono e soffrono tanto, proprio tanto … Ecco da questi ho imparato che la prima cosa da fare (e vale per tutti credenti o meno) è proprio consolare, di farci vicino il più possibile, ma con discrezione, con rispetto … perchè un animo sofferente diventa fragilissimo ed un’eccessiva cura potrebbe anche provocare l’effetto contrario.
    O almeno credo sia così … e – soprattutto – ricordarsi di esserci e continuare ad esserci nel “DOPO”, dopo il momento acuto della sofferenza, dopo nella quotidianità che distrae un po’ tutti … Il “dopo” è importante, quando tutti se ne vanno o quando le cose diventano “lunghe” … Lì, in quel momento diventa essenziale la consolazione.

    Grazie don Sandro …

  31. @ lidia
    🙂
    @ laura

    @ ciao Jenny(avevo dimenticato il tuo nome).
    *** Davide…aspetta e …spera…appena sono più in forma ti rispondo!!!!

  32. @don Sandro
    Trovo proprio bello il tuo parlare di consolazione, e soprattutto l’idea che quello di consolare sia un mandato che proviene da Dio ed è rivolto a ciascuno di noi.
    In realtà, quando si tratta di consolare penso sovente a voi preti, quando si parla di voi preti penso sovente a Paolo – se non altro perché lo conosco bene – e alla sua straordinaria capacità di portare consolazione, cercando sempre di non far pesare la fatica che farlo può comportargli.

    Non ho mai dimenticato le sue parole, che cito riportandole da “Gesù Zero”:

    “Anch’io ho conosciuto e conosco il dolore. A volte ne sono travolto, semplicemente. E’ forse il tratto più drammatico dell’essere prete: venire in contatto continuamente con il dolore degli altri… non riesco e non voglio farmi la crosta… il dolore degli altri approda al tuo cuore e trova degli appigli. E diventa insopportabile.
    La stanchezza del prete…consiste nel dover portare il dolore degli altri nel cuore di Dio.
    Mi sento un camion della nettezza urbana. Succede, a volte, che la discarica sia temporaneamente chiusa o che io finisca il carburante per arrivare fino a lì.”

    Ogni volta che leggo questo paragrafo mi commuovo alle lacrime, pensando a tutti i sacchi neri che butto io periodicamente su quel camion.

    Grazie a Paolo, a Sandro e a tutti voi preti, che con il vostro esempio più che con le parole ci insegnate la compassione, la condivisione e la consolazione che vengono da Dio.
    Grazie a chi tra di noi, cercatori di Dio, riesce a metterle in pratica.

  33. Giovedì scorso – ero in vacanza con moglie e pargoli – una telefonata mi ha portato in una situazione di paura e angoscia, un po’ come Gesù nel Getsemani.

    Coincidenze
    Nella mattina, in spiaggia, stavo rammentandomi che sarei dovuto passare al PTV per vedere se era finalmente pronto l’esame istologico di un neo tolto lo scorso mese di marzo. Verso mezzogiorno, mentre ci avviavamo per rientrare dalla spiaggia alla Farnesiana – un agriturismo spartano, molto bello se si cerca un po’ di silenzio per ricaricarsi -, squilla il telefono. Buongiorno signor Spellucci? Sì. Sono la dottoressa ….volevo dirle che l’esame istologico è pronto, e dovremmo procedere ad effettuare un allargamento, vorrei inserirla già la prossima settimana! Allargamento? Ma dunque capisco che l’esame istologico non è proprio roseo? Ah, non si preoccupi, non è un melanoma, ma non è neanche un neo innocuo, dunque dovremmo allargare il prelievo per esaminare ulteriormente l’eventuale propagarsi, ma non si preoccupi.

    Premetto che ho tanta stima di questa dottoressa, che mi è capitata per almeno tre volte per l’intervento chirurgico di qualche neo (dato che ne ho numerosi), dunque la sua telefonata con l’urgenza di procedere a questo allargamento, mi ha fatto preoccupare non poco per due aspetti:

    che oltre al neo asportato risulti poi che si sia dilatato, dunque la prospettiva di piombare in una situazione di malattia seria
    che magari tra i tanti nei che ho non è l’unico

    Paura e angoscia
    Stato in cui mi trovo, pensando non tanto all’intervento, quanto al fatto che dovrò poi aspettare praticamente tutta l’estate per avere il responso e sapere quale è il mio (speriamo piccolo) calvario.

    Come Gesù nel Getsemani allora ho pregato più intensamente, cominciando a mettere le mani avanti: ma perché proprio a me? Poi dopo un po’ meglio dicendo vedi un po’ di liberarmi da questa angoscia, sia fatta la tua volontà, ma ricordati che qualsiasi cosa succeda Tu devi fare da padre e da marito!

    Volevo condividere con voi questa mia paura, perché è vero che “al calvario” ci si va da soli, ma non vorrei trovarmi proprio in solitudine come Gesù, visto che non sono Gesù…

    Grazie del vostro conforto, francesco

  34. TI SONO VICINO CON LA PREGHIERA.Ho passato il periodo natalizio scorso con il tuo stesso stato d’animo. AFFIDATI CON FIDUCIA E LUI FARà IL RESTO … ogni momento, bello o meno bello , lo passaerai con LUI accanto.
    Te lo auguro di cuore.

  35. Ritorno a questo post con la tristezza nel cuore.
    Oggi a Roma è morto uno studente fuori sede di 32 anni nell’incendio del suo appartamento. I vicini lo descrivono come la classica persona a modo.
    La famiglia è particolarmente provata anche perché il padre del ragazzo è mancato un mese fa.
    Tra i commenti degli amici su Facebook ce n’è uno che suona così: “Oggi il Padreterno ha commesso un grosso errore”.
    In questo momento il mio cuore sanguina, non solo per il ragazzo morto e per i suoi familiari, ma anche per il suo amico, la cui riflessione tradisce la disperazione più nera (se crediamo che anche il Signore sbagli, a chi altri possiamo credere?).
    Proverò ad abbracciare tutti loro con la preghiera; chiedo anche a voi di farlo insieme a me.
    Grazie.

    @ Francesco
    Come ti ha già detto don Sandro, non sei da solo, hai (almeno) LUI accanto.
    Anche tu sei nelle mie preghiere.

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Article by: Paolo

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