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Sono rimasto un po’ spiazzato dallo scoprire che mia figlia e suo marito sono andati per una settimana a fare un corso di yoga e di spiritualità in un qualche campeggio dell’Umbria (…) Mi sono interrogato sulla capacità che ho avuto, come cristiano, di comunicare la mia fede come incontro con Dio e sulla crisi profonda del cattolicesimo che non sa intercettare chi manifesta un desiderio di spiritualità… (Mario)

Ha ragione, signor Mario, su tutta la linea. Sono ormai tanti e molto motivati coloro che cercano un cammino spirituale al di fuori della Chiesa cattolica e della formazione che, presumibilmente, hanno ricevuto. E non parliamo solo del fascino esercitato da approcci religiosi orientali, peraltro presenti e strutturati anche se in percentuali minime fra la nostra gente. Penso, piuttosto, ai tantissimi che, pur avendo una qualche idea della fede evangelica, non trovano poi nella Chiesa risposta al bisogno di interiorità e di spiritualità. Due dati fanno riflettere: l’ultima indagine seria comparsa sui quotidiani ci dice che in Italia il 61% della popolazione si riconosce nella Chiesa cattolica. Vent’anni fa erano il 91%. Questo 30% afferma di non avvertire l’esigenza di identificarsi in un credo religioso. Ma ciò non significa che non si occupino della loro anima… Il secondo dato è ancora più significativo. A livello nazionale una media del 18-20% dei credenti partecipa alla Messa. Facendo una media significa che oltre venticinque milioni di italiani, pur dichiarandosi credenti, non hanno una vita sacramentale. Ma, nuovamente, da ciò non si deduce che non abbiano una vita interiore che si esprime e si nutre in modi diversi da come immaginiamo debbano essere. Corsi, letture, conferenze, preghiera personale, a volte anche internet… la responsabilizzazione del laicato, auspicata dal Concilio, non è sfociata nella massiccia formazione teologica e spirituale del popolo di Dio ma in una autonomia nello scegliere un proprio percorso spirituale. È davvero un male? No, non credo. Ciò che invece mi addolora più profondamente è, diciamo così, un problema di marketing. La fede cristiana nasce come un percorso di conoscenza del Dio di Gesù. Perché oggi non riusciamo più a dire che è un’esperienza spirituale? Perché la gente pensa, in fondo, che la Chiesa sia solo un’ingombrante organizzazione autoreferenziale moralistica e che vive fuori dal mondo? Urge recuperare ciò che abbiamo come tesoro prezioso di spiritualità, semplificare i linguaggi, osare le iniziative inattese, meticce, che sappiano riportare il cristianesimo a ciò che è: un’esperienza interiore e di scelta di vita. Tentativi (pochi) ci sono. Speriamo che lo Spirito e anche la forte spinta di Papa Francesco ci aiutino ad assecondare il vento del dire in maniera nuova ciò che è da sempre.

(Articolo apparso sulla rivista Benessere)

Category: Pensieri

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2 comments

  1. La mia domanda è: i cristiani non praticanti oggi trovano nella chiesa la spinta e le motivazioni per riappropriarsi della loro identità di credenti e della fede in Gesù?

  2. Buongiorno. Ho letto interamente il Manifesto della fede del cardinale Muller…basta leggere quello per capire come mai tante persone cercano al di fuori della Chiesa Cattolica “alimenti” per la propria anima e spiritualità.. Il dibattito teologico ha superato da decenni quanto espresso da Muller pochi giorni fa. Come si può affermare oggi che la Chiesa è l’unica detentrice della verità e della salvezza? Diceva bene il Card. Martini affermando che la chiesa era in rmasta indietro, era in ritardo di 200 anni! Grazie delle sue riflessioni. Buona giornata.

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Article by: Paolo

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