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Aiutiamoli a casa loro

Quando arrivarono a Monkara, quattro anni fa, mille abitanti sparpagliati nella brousse nel Ciad, uno dei paesi più poveri del mondo, don Giuseppe e alcuni suoi parrocchiani di Trieste furono colpiti dalle tre costruzioni col tetto di paglia chiamate pomposamente scuola.

Anche solo vedendo le foto si resta impressionati: come sedie dei nodosi rami intrecciati e null’altro. Niente banchi o libri o lavagna. A costruire fisicamente le strutture in rami e paglia e a tenere lezione ai numerosi bambini del villaggio e dei dintorni un giovane che, sentendosi un privilegiato per avere studiato tre anni di elementari, si era messo in testa di fare l’insegnante. E così aveva fatto. E i bambini venivano, anche da molto lontano. Perché saper leggere e scrivere è un dono prezioso (spiegatelo ai nostri adolescenti fancazzisti).

Una comunità cristiana che non si accorge del resto del mondo, si sa, finisce col rinchiudersi in sacrestia e così, fra i progetti di collaborazione in Ciad messi in piedi dall’associazione fondata da don Giuseppe, si aggiunse l’idea di costruire due edifici scolastici.

Ma per farlo si è prima dovuta portare l’acqua. E costruire due latrine. E comprare, coinvolgendo un plesso scolastico di Trieste, un tornio per fabbricare i mattoni in loco (30mila mattoni, mica pochi), costruiti dalle donne del villaggio mentre gli uomini si sono messi a sbancare, costruire e rifinire le due strutture (da noi li userebbero come depositi ma da quelle parti mica vanno per il sottile).

Don Giuseppe ha gli occhi pieni di luce mentre mi mostra le foto dell’inaugurazione: mille partecipanti, l’intero villaggio, tutti tirati a lucido. Per sfamarli si era sacrificato un bue, diverse capre e dieci galline. Una giornata epica.

Dalla capitale era arrivato anche qualcuno del Ministero dell’educazione, ringraziando gli amici italiani, gli abitanti del villaggio e promettendo di inserire la scuola, quanto prima, nel comparto statale così da avere almeno gli insegnanti pagati, cosa che, per il momento, è ancora a carico del progetto (www.avat-onlus.it).

I bambini ora siedono su banchi veri e hanno addirittura dei libri e da scrivere. Nel campo accanto hanno piantato duecento piantine di mango perché l’idea è quella di renderli autonomi e capaci di coltivare in eccedenza per imparare a vendere qualcosa nei villaggi vicini.

A breve don Giuseppe tornerà in Ciad perché, presi dall’entusiasmo, gli abitanti del villaggio hanno chiesto se si poteva costruire un’ulteriore aula per continuare gli studi. Perché hanno scoperto che chi sa e impara ha maggiori possibilità di vivere dignitosamente.

E questo con Boko Haram che conquista a Nord intere regioni, dando semplicemente da mangiare alla gente sfinita, con un paese che ha appena finito di comprare nuovi carri armati non pagando gli insegnanti per sei mesi (autentico), e i francesi che, di fatto, controllano tutto, dall’economia alla sicurezza.

Ecco, solo un piccolo racconto per dire che “aiutiamoli a casa loro” è quanto dice la dottrina sociale della Chiesa da duemila anni. Che significa: diamo loro dignità, insegniamo loro a sostenersi, creiamo piccoli progetti duraturi. Ma senza secondi o terzi fini.

Senza comprarsi a suon di milioni di dollari milioni di ettari di terreno dell’Africa (la Cina), senza decidere le sorti politiche di governanti compiacenti (la Francia con le ex-colonie e gli altri, Russia, Cina e America), senza mantenere i paesi affamati per depredarli delle loro risorse (il Ciad teoricamente è seduto sul petrolio la cui estrazione porta al paese, cioè ai governanti compiacenti e corrotti, soldi che depositano in Svizzera).

Così, per dire.

Lo so, la faccio semplice. E forse lo è.

Quindi: aiutiamoli a casa loro

Ma senza tenere noi le chiavi della casa. Senza obbligare gli abitanti a stare il dieci in una stanza mentre noi occupiamo il soggiorno. Senza pagare il custode della casa che quei soldi se li mette in tasca. Senza chiedere in contraccambio di tenersi tutto il terreno che circonda la casa.

Category: Incontri

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6 comments

  1. Condivido pienamente lo scritto. Ho fatto volontariato in Africa e ad Haiti, pertanto quanto scritto sopra l’ho vissuto e sofferto. Non sono riuscito a comprendere l’ultimo pensiero, ma non importa. L’ importante è non aiutarli per poi ottenere noi vantaggi e proventi. Grazie Paolo.

  2. Grazie Paolo, sono d’accordo con te e spero che qualcuno leggendo queste tue parole, ti ascolti e metta in pratica senza pensare ad alcun tornaconto.

  3. Ancor prima che gli Epa entrassero in vigore, il Programma per lo sviluppo delle Nazioni Unite (l’Undp), aveva ammonito l’Ue che tali accordi avrebbero provocato il crollo del Pil delle nazioni africane (in parte significativa sostenuto dai dazi doganali) e il collasso di ampi settori dell’agricoltura africana non in grado di competere con le grandi multinazionali europee sostenute dai sussidi che ogni anno la Commissione europea elargisce loro.

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Article by: Paolo

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