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In alto

Il passo inizialmente è deciso, se non proprio gagliardo.

L’aria fresca del mattino aiuta a svaporare i fumi del sonno e a far partire il motore che, superati i cinquanta, dà i primi segni di cedimento. 

Scelgo sempre mete sconosciute. O, meglio, che vedo dal basso. 

Poi cerco sulla cartina, analizzo le guide, calcolo i tempi, do’ un’occhiata alla meteo.

Niente di trascendentale, passeggiate impegnative ma fattibili. Devo ammettere che la gran moda degli ultra-trail degli ultimi anni mi ha messo a disagio. Chi mi ha avviato all’amore verso la montagna mi ha sempre parlato di un rapporto sacrale con l’ambiente, mi ha insegnato ad odorare, ad osservare, a tacere. L’idea che la montagna sia una palestra da affrontare con un cronometro mi avvilisce. E, peggio, avvilisce la montagna.

Col passare delle settimane alzo il tiro, aggiungo mezz’ora al percorso.

Come ogni attività fisica si tratta di allenarsi, di costringere il corpo ad abituarsi allo sforzo. Cammino quasi sempre da solo. I pensieri si affollano. Allora cerco di non dare loro troppo spazio, di ascoltare il corpo.

Quando il sentiero diventa ripido ascolto l’affanno del respiro, le vene del collo che si gonfiano e pulsano, il cuore che fatica a pompare, le gambe che tendono i muscoli. Non ce la faccio. Sì, dai ancora qualche passo poi mi fermo. No, proprio non vado avanti. Ancora uno strappo.

Insisto, mi fermo, riparto, un goccio d’acqua, di riparte.

Un’ora, due, due e mezza, tre, tre e un quarto… ma quando arriva il colle?

Alzo lo sguardo, cerco di vedere, di individuare il sentiero che, come una lama, taglia il versante d’erba o la pietraia.

In cima, finalmente.

Si posa lo zaino, ci si cambia subito la maglietta inzuppata di sudore. 

Il respiro si normalizza. Bene. Eccomi.

Ora guardo tutto intorno. Solenni, imperiose, indifferenti, le vette che ancora mi sovrastano guardano distrattamente questa formichina che tenta di raggiungerle.

Il senso del limite, magnifico senso del limite, essenziale senso del limite, lascia spazio allo stupore.

“Se guardo il cielo, opera delle tue dita,

la luna e le stelle che tu hai create,

che cos’è un uomo perché te ne ricordi,

il figlio dell’uomo perché te ne dia cura?”

Category: Diario personale

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One comment

  1. Anche io amo percepire il senso della mia piccolezza di fronte alle montagne. Mi rimette al mio posto. Dà ordine alle cose. È una sensazione bella ritrovare la propria dimensione. Un abbraccio 😗

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Article by: Paolo

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