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Levi

In quel tempo, Gesù, vide un uomo, chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi». Ed egli si alzò e lo seguì.
Mentre sedeva a tavola nella casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e se ne stavano a tavola con Gesù e con i suoi discepoli. Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: «Come mai il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?». 
Udito questo, disse: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate a imparare che cosa vuol dire: “Misericordia io voglio e non sacrifici”. Io non sono venuto infatti a chiamare i giusti, ma i peccatori». Mt 9,9-13

Mette sempre i brividi leggere la chiamata di Levi raccontata da Levi. Sembra un resoconto cronachistico, in realtà si sente che vibra di passione e di compassione, nonostante siano passati trent’anni da quegli eventi. Vibra perché egli si ricorda bene di quel momento in cui l’ospite di Simone il pescatore e lo ha guardato sorridendo. Nessun devoto gli rivolgeva la parola, figuriamoci uno che godeva la nomea di essere un profeta! Levi si era abituato a quel dolore sordo che portava nel cuore, agli sguardi altezzosi, all’incomprensione. Si era abituato a tutto ma non ad essere amato. Lui, malato terminale della fede, era trattato con disprezzo da chi, come i farisei, pensava di essere un palestrato della fede. E invece. Gesù fa festa con lui, per lui. Entra nella sua vita e la sconvolge come ha sconvolto la vita di molti fra noi. Sì, Levi ha imparato cosa significa la misericordia e non il sacrificio. Ha capito sulla sua pelle cosa significa opportunità di cambiamento. Ha imparato ad amare senza paura. Ora tocca a noi imparare, ed insegnare ancora, cosa significa la misericordia. E viverla. E raccontarla. Come ha saputo fare Matteo.

Category: Parole

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Article by: Paolo

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