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Una Chiesa che cammina

Eccolo qui, il ricco documento elaborato dal Sinodo. Tutti i convenuti sono concordi nel ritenerlo un buon compromesso, su tutti gli articoli si è raggiunta la maggioranza qualificata (due terzi), su alcuni l’unanimità. Tutti concordi nel ritenere molto positiva la nuova modalità delle sotto-commissioni linguistiche che ha permesso una enorme quantità di interventi, ricchezza di diverse sensibilità. Un Sinodo è un momento di vera esperienza ecclesiale, diverso da ogni altra tipologia di incontro (quando lo capiranno i giornaloni che si ostinano a rappresentarlo come se fosse un parlamento!) che fa il punto della situazione, raccoglie la dottrina del passato e si apre al futuro.

Ho dato una letta al testo, starà poi a Francesco decidere cosa farne, se far confluire la ricca riflessione in una lettera o un’enciclica, aggiungendo proprie riflessioni. La sensazione che ho avuto, leggendo il testo, è di trovarmi di fronte ad una ricchezza notevole, ad una sintesi che lascia trasparire la vivacità delle posizioni sempre mediate dal senso della fede e non dalle opinioni.

I giornali di stamani, così come hanno fatto durante l’assise plenaria, si concentrano su uno o due punti, come se il resto non contasse. Ed è proprio il resto che conta, quella lunga introduzione in cui si ribadisce che la coppia non è il frutto di una vetusta convezione sociale ma del grande sogno di Dio. E, da questa consapevolezza, si affrontano le sfide per l’oggi. Il linguaggio è positivo, propositivo: in un mondo occidentale che si ostina a distruggere ogni certezza, forzatamente ossesso dal mettere il singolo al centro di ogni scelta, feroce nel proporre le proprie certezze umiliando quelle altrui, la Chiesa, la sposa, dà a tutti, ancora, una buona notizia, che Dio ha inventato l’amore, che la coppia, anche se con fatica, è possibile, che la famiglia ha a che fare con la Trinità.
Ma di queste cose, credetemi, non leggerete nulla.

Interessante, in questo ampio contesto di proposta e di rilettura della coppia alla luce della visione evangelica, la scelta dei sinodali di approfondire il percorso già iniziato dai precedenti papi nei confronti delle coppie divorziate e risposate, con la convinzione, ormai assodata, che il matrimonio fra due cristiani non è automaticamente un sacramento.
Ecco allora le due proposte: una già anticipata da papa Francesco con la riforma del processo canonico per la dichiarazione di nullità, per capire quali e quanti matrimoni cristiani siano effettivamente dei sacramenti.
La seconda, semplice, di discernere caso per caso: altro è il coniuge abbandonato che sceglie con fatica di rifarsi la vita, altro chi abbandona e pretende, con arroganza, di continuare ad accostarsi alla mensa eucaristica. Saranno i preti/confessori a capire, caso per caso, ad accompagnare.

Questa visione, molto evangelica, molto rispettosa delle persone, comporterà un grande balzo in avanti per la comunità cristiana: saremo costretti ad uscire dalla visione piccina di una Chiesa che si scandalizza (ma de che?) entrando nella logica più impegnativa della misericordia e della giustizia. Insomma, dovremo convertirci.

E aiutare/formare i preti (i pochi rimasti!) a donarsi ancora di più, ad essere ancora più santi nell’accogliere e accompagnare.

Wow.

Category: Diario personale

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6 comments

  1. SINODO INUTILE PERCHÉ SUPERFLUO
    di Paolo Farinella, prete
    Genova 23 ottobre 2015. – Non mi sono affatto entusiasmato al 2° Sinodo sulla famiglia
    perché avevo il sentore che sarebbe stato un esercizio di prova di forza, come è stato e come gli ultimi
    avvenimenti maleodoranti stanno dimostrando. Premetto che un sinodo sulla famiglia avrebbe dovuto
    essere pieno di «famiglie» di ogni specie perché, come vuole il Papa, con «metodo sinodale» potessero
    riflettere sulla realtà alla luce del vangelo e non delle astrazioni dei principi, a loro volta evaporati da
    altre astrazioni. Parafrasando alla buona, «codesto» sinodo ha discusso del sesso degli angeli, per
    concludere che deve essere e restare competenza di uomini, celibi (si fa per dire!) e omosessuali attivi
    e passivi, purché non conclamati.
    Uomini che teoricamente dovrebbero essere celibi e/o vergini, quindi digiuni di sesso, per
    giunta vecchi prostatici con pannolone a seguito, che discutono di famiglia per dire chi e cosa deve
    essere, non fa ridere nessuno. Uomini che predicano la continenza come principio astratto, visto come
    va la realtà nel mondo – pedofilia generalizzata, scandali sessuali a tutti i livelli, il Vaticano covo di
    depravati compulsivi e ossessivi, vescovi africani e non con l’harem nei rispettivi episcopi, figli di
    preti e vescovi, che chiamano «zio» quello che tutti gli altri non figli chiamano «padre», ecc. – costoro
    hanno la presunzione di parlare di famiglia. Non sarebbe ora che tacessero? Viene voglia con Totò di
    liquidarli con un irriverente «Ma mi faccino il piacere!».
    Il vero tema di questo Sinodo non èné la fsamilgia né i divorziati né altro, ma uno solo::
    «Bergoglio sì, Bergoglio no!». Divorziati, omosessuali e tutto il resto sono armi di distrazione di
    massa su cui il Sinodo non dirà nulla se non per rimescolare il brodo di sempre con la stessa arte
    mistificatoria del passato e del presente, nostante «questo» Papa ci provi, ma un Papa non ha mai fatto
    primavera come la rondine del proverbio. Ciò che conta è la volontà contraria a qualsiasi riforma della
    Chiesa, seppur timida che questo Papa sta cercando di fare, avendone coscienza certa.
    Finché giocava al Francesco del III millennio, era anche divertente, ma ora che comincia a
    dire di riformare il papato, decentrando ai vescovi ciò che il Vaticano I ha usurpato, concentrandolo in
    una sola funzione, garantita dall’infallibilità per eliminare ogni forma di comunione ecclesiale, il
    rischio è grande e bisogna porvi rimedio. Francesco deve essere fermato, costi quel che costi.
    Tutti sanno che il Papa infallibilmente sbaglia, ma nesusno deve saperlo, solo la curia romana
    che appunto si è assunta il ruolo di super garante papato, al di sopra di Dio, di Cristo e dello Spiritoso
    Santo, ameni ammennicoli per confondere chi crede di credere. Le lobby, i miscredenti in porpora
    cardinalizia, i puttanieri di ogni specie e risma si sono svegliati e ora usano le armi di sempre a
    disposizione dei cortigiani e degli individui senza onore e senza volto: la delazione, la falsità, le voci
    incontrollate. «À la guerre comme à la guerre, pecché ‘ccà nisciuno è fesso!».
    Il primo a essere mobilitato fu un monsignore polacco che si dichiarò omosessuale con
    compagno convivente, la vigilia del Sinodo, con libro della sua vita già pronto per la stampa (quando
    si dice l’improvvisazione!). Costui era alla Congregazione della Fede, cioè un commissario che
    riduceva allo stato laicale i preti che si dichiaravano omosessuali «visibili». Esilarante.
    Il secondo fatto riguardò i tredici cardinalazzi prostatici e gelosi che in pieno Sinodo accusano
    il Papa di manovrarne la gestione, salvo poi rinnegare e scoprire che circolano diverse edizioni della
    stessa lettera che avrebbe dovuto essere riservata e che invece è più pubblica che mai. Il cardinale
    perde il pelo, ma non il vizio di rotolare nella sentina.
    Il terzo colpo, che avrebbe dovuto essere il «colpo di grazia» a Bergoglio, è stata la falsa
    notizia del tumore benigno (bontà loro!) al cervello per dire che le scelte del papa sono frutto della sua
    malattia e quindi dell’instabilità razionale: un papà malato e fuori controllo, motivo sufficiente perché
    dia le dimissioni o si tolga di mezzo o si suicidi, magari con il conforto degli ultimi sacramenti, purché
    sia chiaro e garantito che siano veramente gli ultimi.
    2
    Teologia addomestica (e ridicola)
    Tutti coloro che contestano il Papa, dai secoli dei secoli, hanno sempre sostenuto che egli è
    eletto per «ispirazione dello Spirito Santo» e, infatti, nei giorni del conclave, si sgolano a cantare il
    «Veni, creator Spiritus», venticinque ore al giorno. Il motivo è semplice: finché il Papa pensava come
    loro, lo Spirito santo sceglieva bene, ma se un Papa osa «venire dalla fine del mondo» e si discosta dal
    loro pensiero, lo Spirito Santo da colamba si trasforma in piccione che bisogna fucilare subito. Come
    osa lo Spirito Santo fare eleggere un Papa che non pensa come la curia? La legge divina è codificata
    da sempre nel principio che «I Papi passano, la Reverenda Curia resta». I Papi che dovessero
    dimenticare questo principio essenziale, non possono essere eletti da Dio, ma sono figli di satana che
    bisogna eliminare «fisicamente». Questo è attualmente lo stato dell’arte.
    Posso dire questo tranquillamente perché non ho mai creduto nella presenza dello Spirito
    Santo o di chiunque di pari grado a lui, nell’elezione del Papa, frutto di macchinazioni, trame, accordi
    più o meno immorali, di promesse e smentite, di ricatti e … di puttanate varie. Sono certo che al
    momento del conclave, lo Spirito Santo, messi sull’asino Maria, Gesù e Giuseppe, si trasferisce alle
    Settechelles, aspettando che passi la buriana e poter dire: «Guardate che io non c’entro, ero fuori in
    vacanza, e se per caso c’ero dormivo della grossa».
    Nota letteraria. Nel mio penultimo libro «Cristo non abita più qui», ilSaggiatore, Milano 2013 documento
    con ampia dovizia la cloaca che fu il Vaticano al tempo del bieco cardinale Tarcisio Bertone e che continua
    ancora cercando di riprendersi dallo shock delle dimissioni di Benedetto XVI. Riporto anche nomi e cognomi
    dei caridnali che mandavano i servi «ad latrinas» al tempo del conclava in cui venne eletto Alessandro VI, a
    trattare denari, rpebende e scambi in cambio dei voti. Avevo consigliato l’editore il titolo per me più vero:
    «Vaticano, Dio è altrove», ma il laico editore non se l’è sentita, eppure è ancora attuale e vero.
    Anche il conclave è cosa umana e come ogni cosa umana è sotto l’egida della Provvidenza
    che, infatti, ogni tanto rompe le uove e la frittata viene col buco. I difensori italiani dello Spirito Santo,
    grande elettore, devono spiegare come mai nell’ultimo conclave abbiamo deciso, «prima» di chiudersi
    dentro, che il papa sarebbe stato con certezza Angelo Scola, sangue di CL, uomo senza pensiero, ma
    garante di equilibri di potere e di affari. Un minuto dopo la fumata bianca e tre minuti prima che il
    protodiacono anunciasse la scelta di Bergoglio a Papa Francesco, la segreteria della Cei, guidata dal
    card. Angelo Bagnasco, inviò a nome della Chiesa Italiana (ma come si permettono?) gli auguri alla
    Diocesi di Milano con le congratulazioni per l’elezione a Papa di Angelo Scola. Dov’è in tutto questo
    lo Spirito Santo? Forse c’entra lo Spirito di Vino perché solo una manica di ubriachi può fare una cosa
    del genere. Immagino la folla inneggiante il nuovo papa amborsiano: «Scolapapa! Scolapapa!».
    Questa gente travestita da donna, se veramentre credesse in Dio e nello Spirito santo, avrebbe
    trascorso i giorni dopo le dimissioni di Ratzinger e l’elezione di Bergoglio, chiusi nelle rispettive
    chiese in ginocchio, digiunando a pane e acqua (o anche senza e non avrebbero patito!) a pregare,
    pregare, pregare perché lo Spirito scegliesse un Papa secondo il suo cuore e non secondo le fisime di
    questo o quel cardinale da strapazzo, bacato nel cervello anche senza tumore.
    In che mani siamo!
    Pochi hanno prestato attenzione, sinodo in corso, a un’intervista volante del «Corriere della
    Sera» (13 ottobre 2015) al Card. Gerhard Ludwig Müller, Prefetto della Congrezione della Dottrina
    della Fede, la prima delle Congregazioni curiali a costante contatto con il Papa. In gergo vaticano, la
    congregazione è chiamata «La Suprema», considerata la rilevanza che ha su tutta la curia. A quanto mi
    risulta, solo il fine e raro teologo liturgista Andrea Grillo ne ha colto la portata, pubblicandone il testo
    sul suo blog nello stesso giorno, con il titolo: «Il card. Mueller e “quel pasticciaccio brutto…”»
    (http://www.cittadellaeditrice.com/…/il-card-mueller-e-quel…/ ).
    Le affermazioni del cardinale, custode dell’ortodossia della fede cattolica, sono il vero
    «evento» prima, durante e dopo il Sinodo perché dicono «dove» e «in che» mani siamo. Leggendole,
    sono rimasto esterrefatto, capendo definitivamente, se mai ve ne fosse stato bisogno, che non ci sarà
    salvezza né per il Vaticano né per le congreghe, né tanto meno per la curia. Il Vaticano II è stato solo
    un piccolo incidente di percorso che occorre rimediare anche se ci si dovesse impiegare tre secoli. La
    colpa di «questo Papa» è quella di volere riformare la struttura della Chiesa e d’imporre, almeno con il
    suo esempio, un modello di vita che s’ispira al vangelo, cposa del tutto estranea dall’orizzonte
    esistenziali di qyasi tutti i curiali e di molti prelati e pelati. Tutto ha un senso, perché non è possibile
    che il cardinale prefetto della «Dottrina della Fede cattolica» abbia detto quello che ha detto, solo
    perché è tradizionalista. Che discorsi sono codesti? Un concilio è un concilio che ha qualche elemento
    di superiorità su qualsiasi cardinaluccio avvizzito e tisicuccio.
    Oltre le ovvietà sulla lettera dei tredici travestiti con la sottana color porpora, di cui egli è stato
    uno dei firmatari, l’eminente cardinale Müller fa affermazioni sull’Eucaristia che incutono brividi,
    3
    riportandoci indietro oltre gli anni ’50 del secolo scorso, come se dopo nulla fosse accaduto. Afferma
    il rubro cardinale:
    «Le persone soffrono perché i loro matrimoni sono rotti, non perché non possano fare la comunione. PER
    NOI IL CENTRO DELL’EUCARISTIA È LA CONSACRAZIONE, OGNI CRISTIANO HA IL
    DOVERE DI VENIRE A MESSA MA NON DI FARE LA COMUNIONE» (sott.mia).
    BVOcciato in teologia sacramentaria e liturgia. Il centro dell’Eucaristia-sacramento, è la
    Dossologia, cioè l’offerta alla fine della preghiera eucaristica: «Per Cristo, con Cristo e in Cristo» che
    è il vero offertorio di tutta l’Eucaristia. Solo lì abbiamo la certezza di offrire la Vita di Cristo al Padre
    che la riceve per ridarcela immeditamante come Comunione, pane e vino, per alimentare la nostra vita
    con «il pane della vita» (Gv 6,48) per affrontare l’Eucaristica dell’esistenza che inizia appena varcata
    la soglia dell’Assemblea eucaristica. Da sempre concludo l’Eucaristia con le parole: «Finisce qui la
    celebrarione del rito, comincia adesso l’Eucaristia del sacramento della testimonianza».
    Centro e periferia
    Dire come fa il cardinale non-teologo che il centro dell’Eucaristia è la «consacrazione» è
    affermare la natura magica del rito, quasi che le parole dette sul pane e sul vino siano una formula
    tecnica all’abracadabra. Nel NT vi sono tre formule diverse di quello che Gesù ha detto (1Cor 11,24
    [cf Lc 22,19]; Mc 14,22; Mt 26,26-29) e quelle parole non sono il centro del Sacramento eucaristico,
    ma sono solo parte di una «narrazione di quello che Gesù ha fatto» perché noi ne avessimo
    «memoriale» di generazione in generazione. Affermare che quelle parole hanno un’importanza
    esclusiva, significa pensare come si pensava ai tempi di Pio X che bastasse che un prete fosse andato
    in un forno o in un bar e avesse detto le fatidiche parole «Questo è il mio corpo», «questo è il mio
    sangue» che tutto il forno si trasformava in un deposito del Corpo di Cristo e il bar in una cantina con
    Sangue di Cristo. È la tesi sostenuta nel romanzo Lo Spretato di Herve Le Boterf, Garzanti, Milano
    1967. I preti, al momento della consacrazione, infatti, si sdraiavano sul pane e sul calice e
    pronunciavano le parole sil-la-ban-do-le per essere sicuri della loro efficacia immediata, senza rendersi
    conto che celebravano un «memoriale» nel senso dinamico di «zikkaròn» ebraico in quanto ciò che
    celebri è richiamo e simbolo di ciò che è accaduto; Dio è colui che è stato (il vero senso del nome
    Yhwh). Nessuna consacrazione è possibile senza la proclamazione della Parola che dà senso ai gesti e
    alle parole. Posso andare in tutti i forni del mondo e dire tutte le parole della consacrazione in latino,
    in greco, in ebraico o come voglio, che non succede nulla, se non che tutto resta come prima.
    Il custode della fede dovrebbe custodire la fede che ci è stata consegnata dal Vaticano II che
    lui ha l’obbligo di difendere e obbedire. Il concilio ha sviluppato e approfondito il concetto di
    «sacramento» e di «Eucaristia»: tutti e due non si identificano con la comunione e il «sacramento» non
    è il Pane conservato nel tabernacolo, tradizione storicamente recente (sec. XVI), ma con la
    celebrazione comunitaria, alla fine della quale si conserva il Pane per chi è impossibilito ad accedere
    all’assemblea celebrante. Eucaristia è il processo che dalla mensa della Parola di Dio proclamata
    transita alla mesna del Pane e del Vino in forza di Gv 1,14: «Il Lògos carne/fragilità fu fatto».
    Dire che tutti hanno il dovere di andare a Messa è dire una sciocchezza che nessun catechista
    oggi insegna ai bambini perché tutti sanno che non è più sufficiente «assistere» fisicamente alla Messa
    per partecipare al «memoriale» del Signore, ma è indispensabile accostrasi da penitenti, ascoltare la
    Parola, attualizzare la stessa Parola, compiere gesti profetici di pace prima di presentare l’offerta
    all’altare, rivivere quello che Gesù ha detto e ha fatto (memoria della Cena), essere in comunione con i
    fratelli e le sorelle di tutto il mondo, misticamente rappresentati dall’assemblea, e infine tornare alla
    vita di ogni giorno e con la forza di quel pane affrontare tutte le difficoltà e l’onere della profezia che
    il sacramento esige (cf 1Re 19,8).
    Due Comunioni
    Poiché la Comunione è il rapporto d’intimità con il Cristo di Dio, Pane disceso dal cielo (cf
    Gv 6,41.58) il cardinale della fede non sa che nella Messa ognuno di noi fa la Comunione due volte:
    a) La prima volta attraverso l’organo degli orecchi, ascoltando la Parola, il Lògos proclamato come
    irruzione di Dio nell’oggi della Chiesa: «Oggi si è compiuta questa parola nei vostri orecchi» (Lc
    4,21, traduzione letterale). (Il profeta Ezechiele deve «mangiare il rotolo» (Ez 3,1-4) e come può
    farlo se non ascoltando? Nel prologo della 1Gv noi «tocchiamo il Lògos della vita» (1Gv 1,1.4).
    b) La seconda volta facciamo la Comunione attraverso la bocca, mangiando il Pane/Corpo e
    bevendo il Vino/sangue che simboleggiano la Vita di Cristo. Ascoltare e mangiare, orecchi e
    bocca. È forse la bocca più privilegiata degli orecchi? Non sono forse strumenti ambedue allo
    stesso titolo, con soltanto una differenza modale?
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    Se avesse ragione il cardinale, allora i divorziati e chi non fa la comunione con la bocca,
    dovrebbe andarsene prima che cominci la proclamazione della Parola perché rischierebbe di fare la
    Comunione con gli orecchi. L’Eucaristia non è puzzle da comporre, ma un «unicum», un evento, un
    «kairòs», è l’invito a una mensa, non una rappresentazione rituale condizionata. Non vi sono
    alternative: o si partecipa a tutta l’Eucaristia o si sta a casa, rigettando la chiamata dello Spirito che
    convoca attorno al Cristo, proclamato sul mondo per dire a tutta l’umanità che Dio è il Padre di tutti e
    ciascuno ha diritto a incontrarlo e ad accedere alla sua paternità perché Gesù è il «Lògos/fragilità» che
    si offre gratuitamente e senza condizioni.
    Il teologo Grillo coglie la portata dell’affermazione e commenta le parole del cardinale
    Müller:
    «Sono almeno 100 anni – da Pio X in poi – che la “assistenza alla messa” come precetto non corrisponde
    più al “dovere” del cristiano cattolico. E il Cardinale sembra offrire come soluzione quello che è un
    problema forse ancora più grave: la separazione tra sacramento e sacrificio non può essere una soluzione
    per chi vive la separazione matrimoniale. Una separazione non cura l’altra. Per di più, che “per noi” il
    centro della Eucaristia sia la consacrazione – contrapposta alla comunione in una inattesa ripresa di spirito
    antiluterano – mi sembra francamente una soluzione peggiore del male».
    La teologia del cardinale è ancora preconciliare e intrisa di spirito «antiluterano» che non è stata
    scalfita per niente dal concilio Vaticano II e costui è a capo della Congregazione che dovrebbe
    «custodire» la fede cattolica! In che mani siamo! Non ha fatto alcuno sforzo per cercare di capir eche
    «sacramento» non è sinonimo di «rubrica», ma è «segno» dell’evento che ci obbliga a prendere
    posizione con al vita e non l’assistenza alla Messa. Costoro partono dal presupposto di essere «la
    Verità» e chiunque si discosta dal loro pensiero, è un diavolo da sprofondare nell’inferno.
    Nota di folclore genovese. Fino ad alcuni anni dopo il concilio Vaticano II a Genova, nella parrocchia della
    N.S. delle Grazie e di San Girolamo di corso Firenze, il parroco, Mons. Francesco Urbano, aveva fatto
    installare due semafori sulla testa della porta, uno verde e uno rosso. Quando cominciava la Messa,
    dall’altare accendeva il verde, un momento prima di svelare il calice, accendeva il rosso. Da quetso momento
    «la Messa non era più valida» per cui i ritardatari erano avvertiti o di andare altrove o di essere certi di avere
    compiuto «un peccato grave». Quando si arriva a simili aberrazioni, è facile poi diventare cardinali alla
    Müller o similari.
    A parte l’obbrobrio di definire la Messa come «un obbligo», ma mettere il semaforo prima
    dello spogliarello del calice è troppo anche per gli spiriti più mondani della terra! Eppure questa era la
    realtà e, a mio parere, una delle cause della scristianizzazione di oggi, di cui il card. Müller non
    sembra nemmneno accorgersi.
    Matrimonio sacramento e Chiesa
    Non c’è testo di matrimonio o discorso clericale che non faccia i gargarismi con l’affernare la
    sacramentalità del matrimonio perché Gesù era presente alle nozze di Cana (cf Gv 2,1-11). Poveri
    illusi! Non si rendono conto che il racconto dello sposalizio di Cana con il matrimonio-sacramento
    non c’entra nulla, perché l’evangelista non parla affatto di matrimonio, visto che la sposa è assente e lo
    sposo è solo coreografico per essere rimproverato perché non ha calcolato bene la quantità e qualità di
    vino. Il racconto è un midràsh di Es 19 (arrivo al Sinai e dono della Toràh) in chiave di alleanza. Che
    un matrimonio senza sposa possa essere un sacramento nemmeno la Santa Trinità, unificando gli
    sforzi e le competenze dei tre, potrebbe realizzarlo.
    Un Sinodo fuori tempo massimo
    Da 40 anni insegno che nessuno può abdicare dalla propria coscienza istruita e informata. Se il
    Sinodo si fosse tenuto negli anni ’60 o al massimo al più tardi nei ’70 del secolo scorso, avrebbe avuto
    senso, ma tenerlo oggi nel 2015, è fuori tempo massimo e i Padri Sinodali, come si dice a Genova,
    «pestano l’acqua nel mortaio». Paolo VI nel 1968 si fece impaurire dalla minoranza ex conciliare e
    s’impaurì da solo, pubblicando, contro il parere della maggioranza e di scienziati di ogni genere e
    specie, l’enciclica «Humanae vitae», lo spartiacque che inabissò la gerarchia in un buco nero da cui
    non si è più sollevata: il popolo di Dio si separò dalla gerarchia è cominciò a usare pillole e
    contraccettivi come fossero caramelle, con buona pace del Papa e dei cardilmerluzzi, soddisfatti di
    avere affermato il principio della «natura» (ohibò, la natura!), perdendo tutto il popolo. Uno scisma,
    ma ben chiaro: lo scisma della gerarchia dal proprio popolo, quello che conserva il «sensus fidei».
    Fare un Sinodo oggi, dopo oltre mezzo secolo dall’«Humanae Vitae» e stare ancora a
    discutere «comunione sì, comunione no», mettendo anche da parte le parole inequivocabili del
    vangelo, significa perdere tempo, perché «la gente» va per conto suo, infischiandosene di cardinali,
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    papi e preti che non hanno perso il vizio di gridare al peccato, salvo poi ritrovarsi a fare le più
    miserevole porcate, giustifcandosi in ogni modo.
    Ammesso e non concesso che i divorziati siano «peccatori» (ma mai quanto i cardinali che
    scrivono lettere anonime, o sputano sullo Spirito Santo), Gesù nel vangelo dice di essere vneuto per i
    peccatori e ogni volta che ne incontra uno, si siede a tavola e mangia con lui (cf Mc 2,16), «amico dei
    peccatori e dei pubblicani» (Mt 11,19). Non solo, ma in Lc 15,1 l’evangelista ci tiene a sottolineare
    che «si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi
    mormoravano» (Lc 15,1-2). Questa è la foto della chiesa di oggi: i pubblicani e i peccatori si
    avvicinano per merito anche di Papa Francesco, mentre scribi e farisei mormorano nell’oscuro e
    tramano nell’ombra da vigliacchi: lanciano sempre un sasso o una serie di sassi, ma ritirano subito la
    mano, assumendo l’aria degli gnorri.
    Una testimonianza
    La mia chiesa è frequentata da molti separati e divorziati e risposati e tutti fanno la comunione
    e non da oggi. Non c’è voluto un sinodo per sapere ciò che la coscienza conosceva già. Tutti
    partecipano all’Eucaristia e concelebrano l’Eucaristia in forza del principio che i sacramenti sono per
    il popolo santo di Dio (cf Eb 5,1), popolo in ricerca e assetato di Dio, popolo di santi e di peccatori,
    «ecclèsia casta et meretrix» (Cf SANT’AMBROGIO, Commento al Vangelo di Luca, III, 17-23, PL XV: 1681; cf
    CESARIO DI ARLES, Sermo 116, PL XLVII: 759; SAN’AGOSTINO, Quaestionum in Heptateuchum libri septe, Lib.
    6, Quaestio Iesu Nave, 2, PL XXXIV:775; San Girolamo, Tractatus LIX in Psalmos, Psalmus 86, PL
    XXVI:1150),
    Da tempo, da molto tempo abbiamo superato l’aspetto legalistico esteriore e abbiamo portato
    tutto alla relazione della fede che non ha gli stessi obblighi della religione. Questa, la religione, ha il
    compito di nascondere Dio e di oscurarlo a favore della casta sacerdotale che non avrebbe senso se il
    popolo potesse incontrare Dio. Quella, la fede, ha bisogno di cuore e di amore, di ansia e di desiderio
    per realizzare l’incontro fisico tra Dio e il credente che mette in discussione la propria esistenza perché
    vale la pena scoprire l’amore di Dio.
    In 43 anni di vita da prete mi sono sempre preoccupato di rendere possibile l’incontro con
    Gesù e alimentare il desiderio di Dio, non mi sono mai preoccupato di condannare preventivamente o
    in forza di una legge canonica. Aiutare le persone a disporsi a una relazione d’amore è cosa ben
    diversa che volere che assistano alla Messa.
    Consiglio non richiesto al card. Gerhard Ludwig Müeller: studi un po’ meglio la teologia
    cattolica e poi venga, e se vuole, possiamo cominciare a discutere anche di altro, anche di Comunione
    ed Eucaristia. Nel frattempo rassegni le dimissioni dalla Congregazione della Dottrina della Fede.
    FINE
    PS. Nel mio ultimo libretto, appena edito, «Peccato e Perdono» (Gabrielli Editore, 2015), affronto dal
    punto di vista biblico e teologico la nozione di peccato come ci è arrivata da Sant’Agostino in poi per
    arrivare a mettere in discussione lo stesso «peccato originale» che non sta in piedi né dal punto di vista
    biblico, né da quello teologico; avanzo una proposta che mi riprometto di riprendere e approfondire. È
    un passaggio obbligato per respirare un minimo di libertà e operare il passaggio dalla religione alla
    fede. Quanto meno a facilitarlo.

    1. Francamente non trovo nessuna sintonia con questa visione, davvero catastrofica e mondana. Ci sono molte cose da cambiare, ma qui proprio non si vede nulla di propositivo. Mi spiace.

    2. Diciamo, caro prete, che difetta un po’di umiltà.
      E 43 anni di sacerdozio implicano anche per lei qualche probabile problema prostatico.
      Si é fatto la sua pubblicità e amen.

  2. Bla, Bla, Bla… Molte parole a sproposito: lo Spirito Santo che non esiste, o addirittura che va in vacanza; la Messa ( il più alto Sacrificio in sconto dei peccati); il Vangelo che viene messo in discussione… ecc.ecc.ecc. Non sono abituata a parlare male di nessuno, anche se questi dovesse essere il peggiore degli uomini, Sig. Farinella prete, perché siamo tutti figli di Dio e anche il peggiore è un possibile candidato per il Regno, che tu ci creda o no. Chi ti ha suggerito le parole, forse satana? O non credi neppure che questo esista? Sono rimasta davvero disgustata, e sinceramente non capisco come mai porti ancora la tonaca! Non giudicare, mai, se non vuoi essere giudicato, e nella misura in cui giudichi sarai a tua volta giudicato.

  3. Ho iniziato a leggere il commento del sedicente sacerdote Farinella. Ho dedotto dalle prime righe (poi non ho proseguito la letture perchè troppo ripetitiva e farraginosa) un enorme livore che è presente nell’animo dello stesso Farinella. Ritengo sia il compito del successore di Pietro porre la Santa Chiesa in condizione di poter camminare con l’umanità allo scopo di comprenderne i problemi etici che spesso vengono stravolti con assurdi pretesti di ogni genere. I successori di Pietro, come del resto fu San Pietro sono uomini con tutti i loro difetti e le loro pecche . Aanalizzando le loro attività non possiamo negare che la finalità del loro lavoro è comunque relativa ad aiutarci nella comprensione degli insegnamenti di Cristo. Di facilitare la riflessione e la conseguente applicazione di tali insegnamenti che ancora oggi sono più che mai attuali. Ognuno è libero comunque, di interpretare i sinodi e le conseguenze a volte impopolari o in certi casi poco comprensibili che ne emergono da questi incontri. Una cosa è certa, Cristo è venuto per noi (anche per me che sono un misero peccatore troppo debole nella carne) ma non è corretto esprimere giudizi unilaterali, affrettati e privi dim imparzialità, dettati solo dall’acredine per presunti torti ricevuti. Caro Farinella questo è il messaggio che mi è stato trasmesso con quel commento. La invito ad essere un pò più imparziale ed a vedere il buono che c’è in ogni situazione anche in quelle che non collimano con le nostre idee. La Tolleranza e la Comprensione sono i termini alla base dell’armonia di tutte le cose. Un abbraccio a tutti.

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Article by: Paolo

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