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Bagliori di evangelizzazione

I comuni dell’entroterra vesuviano sono ormai collegati l’uno all’altro senza interruzione. Da una parte della strada il comune di Giugliano, dall’altra quello di Villaricca. Luoghi balzati agli onori delle cronache nell’ultimo decennio, sono nuovamente nella “Terra dei fuochi”.
Qui centinaia di migliaia di persone vivono in un territorio inquinato in da discariche abusive, spesso a tutt’oggi sconosciute, veleni che sono prodotti di scarto di lavorazioni chimiche del Nord, sepolti in questi campi dalla camorra con la connivenza di cittadini che per qualche soldo hanno firmato la loro condanna a morte. E quella delle prossime generazioni.
Le autorità minimizzano.
Le famiglie contano i loro morti, i bambini nati deformi, le leucemie filminanti.

Qui, da tempo, è la Chiesa a radunare il malcontento, a cercare soluzioni, a proporre itinerari di sopravvivenza e prospettive di riscatto.
Sono invitato dalla Pastorale giovanile del decimo decanato di Napoli, cinque comuni, quasi venti parrocchie.
Un’attività intensa che raduna migliaia di giovani complice, dice con un sorriso don Ciro, il fatto che le parrocchie sono le uniche che fanno qualcosa.
Zero concorrenza, quindi, dice quasi giustificandosi.

Non è solo questo, ovviamente.
È che questi preti hanno declinato il Vangelo con intelligenza e coraggio, passione e forza.
La passione per l’uomo nasce dall’incontro con il Signore.
E offrono speranza, costruiscono futuro.
Da tempo annunciano l’uomo che rinasce in Cristo e che diventa, perciò, un nuovo cittadino.
E qui ce n’è bisogno. Come c’è bisogno di far crescere e convertire una religiosità chiusa nell’ambito del sacro, della devozione, della superstizione, ponendo anche gesti forti, come quello voluto dal Cardinale che ha proibito il funerale pubblico dei camorristi.
Tutti i camorristi.
Ora il messaggio, almeno, è chiaro. Ancora di più da quando Francesco papa ha visitato le vele di Scampia, assurte a simbolo di degrado e illegalità.
Non si può essere dei camorristi devoti. O ci si converte e si abbandona la corruzione, la violenza, la sopraffazione, o non si è credenti.

Così partecipo all’evento. Una festa per giovani organizzata verso la fine dell’anno pastorale.
Un palatenda, un palco, musica e luci, un vero spettacolo di fede dal titolo esplicito: Jesus my life. Gesù mia vita.

Qualche canto e ballo per scaldare gli animi.
Poi la prima testimone: Giulia. È la prima volta che parla in pubblico della sua vita. Non ha paura di fare delle sue debolezze un annuncio. Racconta della sua adolescenza sofferta, delle sfide, degli abusi, del vuoto, dell’alcol, delle droghe di notte e della faccia pulita di giorno. E dell’abisso in cui era precipitata finché qualcuno l’ha convinta con insistenza a fare un’esperienza ad Assisi. E lì si era sciolta. Ora da tre anni la sua vita è diventata un sentiero di luce.
Ascolto rapito, non vola una mosca.
A volte dimentico che la fede nasce da un racconto, da una vita condivisa.

Poi tocca a me.
Venti minuti dal palco per chiedere ai ragazzi che cristiani vogliono diventare. E che uomini.

Poi un cantautore.
E un comico che i ragazzi conoscono, è una giovane promessa di un programma televisivo.
Prende la scena, con garbo, fa battute ma dice cose serie. Manda messaggi ai ragazzi, lui viene da queste parti e ha realizzato il suo sogno, quindi si può fare, si può osare.
Bravi coloro che hanno organizzato. C’è ritmo e leggerezza nella serata.

Si conclude con l’adorazione eucaristica.
Sì, esatto.
Un quarto d’ora. Canti, preghiere, mille giovani in ginocchio nella penombra.

Ecco, è finita, applausi, selfie.

Bagliori di evangelizzazione.
Gesù, ne sono certo, ne è contento.

Category: Incontri

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Article by: Paolo

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