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Anime ferite

Resto spiazzato per qualche istante.
Non so perché ma mi aspettavo di ritrovare gli stessi ragazzi.
Invece sono quasi tutti cambiati e, quest’anno, è un gruppo particolarmente difficile, mi dicono, sconfortati, gli insegnanti.
Ho accettato volentieri di venire ancora qui al carcere minorile di Nisida, invitato da don Fabio e da Maria. Un piccolo legame in cui mettere a disposizione ciò che sono.
Il tema è impegnativo: “Cos’è la felicità”.
La scorsa settimana, mi dicono, hanno posto la stessa domanda al direttore di un importante quotidiano nazionale che, stringendo, ha detto loro che non esiste.
Geniale dirlo a ragazzi di sedici anni che devono scontare, alcuni, pene carcerarie di quindici anni. E per reati, spesso, molto pesanti.

L’inizio è faticoso, sono ragazzi e ragazze asfaltati dalla vita, non penso si aspettino molto dagli adulti che, per molti di loro, rappresentano l’origine di tutti i loro guai.
Devo giocarmela, ho già invocato lo Spirito.
Mi presento e parlo di me.
Parlo della mia infanzia segnata dalla separazione dei miei, dalle lunghe litigate, dall’assenza di una madre travolta dalla depressione. E’ doloroso parlare della mia sofferenza eppure, se voglio arrivare alla felicità, devo per forza passare di là.

E’ come avere buttato una bomba nella stanza. Ora tutti ascoltano e il silenzio si fa spesso.
Da lì partiamo per un’ora. Per parlare di felicità bisogna partire dal dolore.
Sono ragazzi svegli, qui non ci si permette il lusso dei gadget o le vacuità di chi vive fuori.
Per molti di loro non c’è futuro, e lo sanno.
Iniziano le domande.
Alcuni ascoltano, senza alzare lo sguardo.
Altri osano parlare, dire cose di loro stessi, parlare delle loro emozioni.
Gli adolescenti non parlano mai delle loro emozioni, temono di essere presi in giro. Figuriamoci in carcere.
Eppure accade. Alcuni, lo vedo, stentano a trattenere le lacrime.

“Allora per te cos’è la felicità?” mi chiede uno di loro.
“Io credo di avere un posto nel grande disegno di Dio, l’ho trovato e cerco di dimorare in lui, qualunque cosa accada”, rispondo, sincero.
Poi faccio loro notare che gli adulti che hanno accanto li vogliono felici.
Forse non hanno mai visto i loro insegnanti in questa luce.
Vorrei abbracciarli, ad uno ad uno.

Ci salutiamo, escono dalla stanza.
Raccolgo dagli insegnanti le loro storie.
Il ragazzo che mi poneva più domande è stato messo in una comunità a tre anni, la mamma impazzita per l’abbandono del marito. E in comunità l’hanno seviziato. Poi la madre l’ha ripreso e riabbandonato. A dieci anni era per strada a rubare e spacciare. Un altro ha avuto un passato di miseria e fame, e a sette anni si occupava della sorellina di tre. Le due ragazze rom alla mia destra sono state avviate al furto nell’età in cui mio figlio imparava a leggere.
E così via, in una cruda litania di disgrazie.

Incoraggio gli insegnanti che vedono questi ragazzi e hanno l’impressione di non riuscire a salvarli. Per chi crede fra loro – dico – vale la pena anche solo un solo minuto di ascolto e di amore, spesso fra i pochi che ricevono, da parte di un adulto.
Saluto nuovamente Nisida, straziato nell’anima.

Oggi ho ricevuto un’ennesima conferma. Dietro una vita violenta e straziata, spesso, si nasconde un’anima ferita.

Category: Incontri

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8 comments

  1. Carrissimo Paolo, grazie dell’aver messo in “parole” le tue emozioni e pensieri della tua esperienza. Grazie della tua testimonainza. Ho appena finito di leggere un libro bellissimo di un autore francese, libro che avevo letto in lingua originale anni fa la cui versione in italiano mi è stata regalata poco tempo fa da un missionario: “Più forte dell’odio” – Tim Guénard. Da padre di un bimbo di poco più di tre anni, durante la lettura ho pianto più volte, dalla tristezza e, man mano che lo leggevo, dalla felicità. La tua testimonianza e le tue emozioni si affiancano e accompagnano quello che ho provato io. Grazie ancora

  2. Grazie per questa testimonianza così emozionante! Condivido quello che dici in tutto. Anche nella mia esperienza educativa sia come insegnante sia come catechista ho potuto constatare che proprio i ragazzi più difficili o aggressivi, per non dire peggio, erano quelli con storie pesanti in famiglia. Il loro comportamento era un modo per richiamare l’attenzione e chiedere ascolto e affetto.

  3. Paolo grazie per quanto condiviso, anche a livello di sentimenti, e non è poco, pochi di noi sono stati educati a riflettere su quanto si vive in determinate situazioni, a riconoscere gli stessi sentimenti che si stanno smuovendo dentro.
    Penso ai nostri giovani, ai nostri bambini, quanta responsabilità abbiamo noi adulti….ogni nostra scelta, decisione nei loro confronti andrà ad incidere nella loro vita come un marchio indelebile, e soprattutto ci è difficile capire, o non vogliamo capire che dietro a tante storie di violenza, c’è altra violenza mai elaborata, mai superata.

  4. Buongiorno Paolo,
    Sono mamma e sono educatrice professionale per i servizi sociali territoriali. Da 30 anni affronto storie di maltrattamenti, trascuratezza, delinquenza, abusi. Guardo quei bambini, quei ragazzi e i loro genitori vittime di dolori che si tramandano di generazione in generazione e cerco con tutte le mie forze di dir loro che so cos’è la sofferenza, che non siamo al mondo per essa e che dentro ognuno di noi c’è una bellezza preziosa solo nostra, che é quella per cui siamo vivi e per cui vale la pena di vivere positivamente. Ogni giorno mi porto nel cuore un pezzetto del loro dolore, sperando di aver lenito per qualche istante le loro ferite. Laura

  5. …mentre leggevo,mi veniva la pelle d’oca…pensare ai ragazzi e ai bambini ai quali ,non solo viene negata la gioia, la spensieratezza e la curiosità per la vita caratteristiche dell’infanzia e della fanciullezza, ma addirittura vengono inflitte pene e assegnate colpe che la loro giovane età non può sostenere.Poi si parla male delle nuove generazioni, dei ragazzi di oggi…e gli adulti di ieri e e di oggi cosa hanno fatto per costruire un avvenire migliore!?

  6. Grazie per la testimonianza tanto profonda quanto preziosa!
    Ho conosciuto, durante il volontariato in carcere, un ragazzo proveniente da Nisida con una storia familiare difficile ed una lunga pena da scontare. Una delle cose che mi ha colpito di più all’inizio è stata proprio la sua idea di non avere futuro… Da allora è diventato il mio figlioccio e cerco di dargli amore, coraggio e speranza! Ma, a volte, pensando alle reali difficoltà che incontrerà un domani, mi scoraggio anch’io ed ho timore di illuderlo…
    Nello stesso tempo, a volte lo ringrazio perché grazie a lui, che ha la metà della mia età, ho imparato delle cose ed ho conosciuto Don Fabio.
    Ogni volta che incontro una vita difficile, mi porto via un pizzico del loro dolore potendo donare in cambio solo un sorriso!

  7. Ho finito adesso il libro “Piu forte dell’odio” impressionante straziante e bellissimo da nonna ho pianto molto . Ancora grazie Paolo per le the testimonianze

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Article by: Paolo

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