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Ancora pretonzoli

Non so se riesco a spiegarmi… è come se fossi innamoratissimo di mia moglie, sono travolto di amore per lei. Poi una mattina mi sveglio e, accanto a me, trovo un’altra donna. Anche se gli altri mi dicono che è bella, non è quella di cui mi sono innamorato!

Si, riesce perfettamente a spiegarsi.
La sua anima è trasparente e il suo tormento autentico. Non colgo doppiezze nel suo linguaggio, nessuna ombra nella sua storia. E di storie come la sua ne sento tante, troppe, ormai. Ogni mese almeno una o due volte un prete mi raggiunge ai confini dell’Impero anche da molto lontano perché lo ascolti davanti ad un buon caffè.
Vicende diverse ma tutte accomunate da due caratteristiche: una forte passione per il Vangelo e una pesantezza interiore quasi insostenibile.
Lo ascolto, ci sono passato anch’io. Per questo, forse, sono qui.
Certo, le storie personali, poi, assumono sfumature personali e approdano a risultati diversi.
Alcuni preti, attraverso un cammino interiore scarnificante, giungono a mettere in discussione la propria visione di Chiesa, chiedono aiuto, cambiano modo di stare a servizio della comunità. Altri, invece, gettano la spugna e lasciano il ministero. Di alcuni non ho più notizie.
Eppure questo malessere deve pur dirci qualcosa.
Che siamo fragili, certo, oggi più che mai.
Ma anche che il nostro essere Chiesa e la nostra idea di sacerdozio deve crescere per tornare alle radici.

Ciò che mi stupisce, sempre, è la ricorrenza delle opinioni e dei temi.
Semplifico, necessariamente, ma ci sono dei nodi irrisolti.
Il primo è la distonia profonda fra il desiderio di annunciare il vangelo e l’organizzazione ecclesiale che viviamo. Bruciare di passione per Cristo e finire in una parrocchia che ti stritola richiede una mediazione che non tutti riescono a fare. Come dico sempre: una volta che hai finito di dire messa, di battezzare, di seppellire, di contattare l’impresa per il tetto, di organizzare le prime comunioni, se ti avanza tempo puoi evangelizzare. Certo, ovvio: dovresti evangelizzare in tutte queste cose ma, questo è il paradosso, non sempre si riesce. E non sempre è ciò che la gente chiede!
Il secondo è la fatica ad uscire da un ruolo che schiaccia la persona. Il sindaco e il carabiniere una volta usciti dal ruolo, hanno una vita privata. Un prete no, mai. E la vita concreta, spesso, è straziante: si vive da soli, si lavora sempre, non c’è una sera libera, non un giorno di festa. Nel passato i preti si rifugiavano presso le proprie famiglie di origine. Oggi non può più essere così. La soluzione è il superamento del celibato? Non lo so, non credo. Forse la soluzione è l’idea di una reale vita comunitaria. Gruppi di due o tre preti che si scelgono insieme a una famiglia e che si mettono davvero in gioco.
Il terzo nodo ha diverse sfumature ma un minimo comune denominatore: la confusione istituzionale. Preti spostati ogni due o tre anni con tutte le lacerazioni psicologiche del caso, preti messi in parrocchie che uccidono spiritualmente, preti i cui fantasmi interiori non sono riconosciuti e che si trascinano in un baratro di disumanità… Ciò che li accomuna (e lo dico con immensa severità e dolore) è il non avere guide certe. Non abbiamo vescovi all’altezza della situazione. Abbiamo passato decenni preoccupati di avere vescovi inflessibili nella dottrina. Ma questo non significa avere vescovi che capiscano cosa fare.

Sogno un nuovo modo di essere Chiesa.
Che abbia molte opportunità, capace di stare nel mondo con creatività e passione. Preti di parrocchia grintosi e determinati, preti che provengono da un mondo culturale affine che sanno stare con la gente che a loro chiede solo di esserci. Ma anche preti slegati da ruoli definiti, e preti che possano far crescere la loro interiorità per essere pacificati.
Le soluzioni semplici non ci sono ma nascondersi dietro ad un dito, spremere la generosità delle persone fino a svuotarle è inumano prima di essere contro il Vangelo.

Pregherò per lui ovvio. Lo incoraggio.
Prega per capire cosa fare, ma non spegnerti. Dio vuole che viviamo. E l’unica soluzione, qualunque cosa tu scelga, è la santità

Category: Incontri

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26 comments

  1. Buon consiglio, Paolo: “l’unica soluzione è la Santità”.
    Andremo con Gioia incontro al Signore, recita la Liturgia odierna e mi va di aggiungere “in Giustizia e Santità”.
    Il Sacerdote è nel mondo, ma non è del mondo; se ha scelto liberamente di essere un Prete, a mio avviso, deve fare il Prete e non qualsiasi cosa voglia scegliere; solo così, forse potrà ritrovare se stesso e gli altri, senza, però, essere legato a questi.
    Il silenzio e la solitudine forse pesano, ma con un buon allenamento ci si accorge che proprio nell’abbandono, nel silenzio e nella solitudine si incontra Dio.
    Molti però, con mio rammarico, scelgono la strada del Sacerdozio non per vocazione vera, Dio solo sa perché lo fanno, e quando arrivano al dunque non ce la fanno, si sentono soli stanchi e depressi.
    Per evangelizzare non si ha bisogno di tempo, perché ogni gesto, ogni parola, qualsiasi azione, devono essere rivolti al Vangelo e di conseguenza alla Testimonianza verace della propria vita.
    Forse qualcuno crede che Evangelizzare voglia dire incontrare più gente, fare riunioni a iosa, organizzare seminari, far si che l’oratorio vada bene, e quant’altro. Evangelizzare non è neppure correre dietro ai capricci dei Vescovi, per ubbidienza forse, ma…..
    Evangelizzare vuol dire essere felici di essere Preti, soli, stanchi, ma felici di essere i costruttori del Regno. Solo così la Chiesa sarà la Sposa della quale ci si è innamorati e al risveglio sarà bello poter iniziare una nuova giornata con Lei, camminando con gioia incontro al Signore.

    1. Certo, è bello ciò che dici e nessuno lo mette in dubbio. Chi sente di diventare prete lo fa quasi sempre per passione e con entusiasmo e il suo rapporto con Dio, a parte gli alti e bassi di ogni relazione, resta salda. Come evidenziato dal post il problema è pastorale: se il modo che abbiamo qui è oggi di svolgere il ministero conduca a Dio e nutra l’anima. Il vangelo resta immutabile, il modo di annunciarlo no. Ci sono delle innate difficoltà nell’evangelizzare, lo dice anche Gesù. Ma se a quelle ne aggiungiamo delle altre allora occorre cambiare. I preti di cui parlo proprio perché appassionati ne soffrono e a volte mollano (restando fedeli a Dio).

  2. mi viene in mente quello che proprio sabato sera a messa chiedeva il nostro parroco: invece di borbottare sempre perchè non si fa mai niente, quando si organizza qualcosa in parrocchia venite!
    Lui cerca, vuole profondamente trasformare la nostra GENTE in una comunità.
    Non so se sia stata casuale la tua scelta di usare la parola “gente”, Paolo, ma a me ha acceso una lampadina: forse è questo il problema, siamo gente che chiede, non Chiesa, non comunità accomunate dalla stessa ricerca: Dio.
    Siamo noi (io) a dover cambiare l’approccio. Non persone che chiedono solo, ma che sanno anche guardare, ascoltare, partecipare, esserci insomma. Non solo per usufruire di servizi, ma per diventare pane uno per l’altro. Forse è l’unica strada che può portare alla santità i nostri “pretonzoli” e noi. E la vita dei nostri preti sarebbe un po meno difficile.

    1. Certo … si capisce proprio tutto …. da uno che venne ridotto allo stato ridotto alla stato laicale e che inizio’ a sostenre che anche gli animali abbiano un aldilà 🙂

      Se abbiamo questi riferimenti culturali … anche tra cattolici … la frittata è fatta.

      Salùt
      Janus

  3. Caro Paolo,
    purtroppo ciò che tu dici è la verità,si parte con tanto entusiasmo, con la voglia di bruciare il mondo e poi dinanzi alla prima delusione, o semplicemente con il cozzare con la realtà si frena bruscamente con il pericolo, purtroppo, di scivolare nella disillusione,nell’abitudine..nella mediocrità e nel conseguente rifuggiarsi, nella prigione d’oro, del ruolo.Oppure, e purtroppo per molti è così, nel trovar riparo tra dolce braccia di una donna, illudendosi che sia tale, cercando in lei la forza di andare avanti e magari superare la crisi ma alla fine il risultato, una volta risvegliati dal “dolce” torpore del pseudo-innamoramento, è solo il scoprire che anche lei era innamorata del ruolo, di quello che facevi, delle belle parole che durante le prediche dicevi o la tua simpatia che infondevi in chi ti incontrava e non di ciò che realmente sei….
    Tante volte,però, non ci si lascia aiutare nel comprendere da cosa sia pervenuta la crisi, nascondendosi dallo sguardo paterno come da quello dei fratelli maggiori, ma tante, troppe,volte non si è aiutati da chi dovrebbe guidare perchè non riesce a vedere, capire, incoraggiare…aiutare.
    Beh cosa fare? Un prete una volta mi ha detto non fare il coglione lasciandoti travolgere dal casino ma tira fuori gli angoli di luce che anche nelle tempeste ci sono, fa della tua crisi, della tua debolezza un punto di forza…e ogni giorno cerco di fare proprio questo!!!
    un pretuncolo
    Ps Grazie Paolo perchè ancora una volta con le tue parole mi hai aiutato…e scusami, scusatemi tutti, per la “lungangine” della mia riflessione, ma queste parole le ho detto innanzitutto a me, che non si offenda nessuno…

  4. Caro Paolo
    personalmente credo che la crisi di molti giovani sacerdoti dipenda anche dal fatto che in seminario fanno loro credere di essere diversi dagli altri, molto migliori, di appartenere ad una elite, che dovranno diventare i funzionari della chiesa di Dio ( o forse è meglio dire del vaticano).
    Noto con dispiacere molta più umanità, molta più apertura mentale e capacità di evangelizzare nei preti anziani che non nelle nuove leve.
    Inoltre noto anche poca cultura e molto indottrinamento.
    Credo che un rimedio possa essere quello che ha detto papa Francesco: i pastori devono puzzare di pecora.

  5. Che bella l’idea della famiglia che adotta il prete/i …o il prete/i che adotta/no la famiglia! O la famiglia di preti!
    Che scambio, che arricchimento, che consolazione, che aiuto, che conforto!

    Non so se sia corretto, ma mentre scrivevo la parola consolazione, notavo che è composta da solo e da con, non sono un letterato ma è bellissimo questo fondersi insieme di con e solo per arrivare a consolazione!!!!

    Forse che così sia un po’ più facile scegliere la santità ?

  6. Caro Paolo,
    ho provato più volte a sintetizzare i pensieri che il tuo articolo mi hanno suscitato, e ogni volta si aggiungevano motivazioni nuove e continue. Alla fine credo di poterle sintetizzare così: il problema nasce quando seriamente ci troviamo ad interrogarci profondamente sul il nostro desiderio di Dio e la nostra felicità. Proviamo forse a far “coincidere” le due cose, ma qualcosa interrompe l’ idillio iniziale della chiamata: la nostra fragilità. Viviamo di Fede? Crediamo nella Speranza? E la nostra Carità, come si traduce? Io credo che il nostro delirio di onnipotenza a volte ci gioca brutti scherzi, per cui ci illudiamo di poter gestire tutto e tutti a partire da noi stessi. Mi sono venuti in mente termini come abnegazione, obbedienza, sacrificio… Con il Battesimo siamo chiamati alla Vita e alla Corredenzione in Cristo per il Regno e tutto nasce dalla nostra capacità di compenetrarne il significato per dare la nostra libera risposta alla chiamata del Signore. Alla fine, mi sono convinta che sarebbe importante riscoprire il senso della Misericordia, del Perdono e della Tenerezza attraverso una continua introspezione interiore e nella preghiera: forse avremmo occhi per vedere le necessità nostre e di tutti i fratelli, anche i sacerdoti.

  7. Caro Paolo,
    che visione apocalittica hai dei tuoi ex-colleghi!
    Ma come funziona l’organizzazione ecclesiale?
    A Federica vorrei dire invece che sei stata dura verso Paolo anche se capisco che la tua non è cattiveria. Sei stata sincera.
    Questa è un’epoca tormentata.
    A parere mio Evangelizzare non è correre dietro ai capricci della gente.
    Si evangelizza quando sei contenta di essere madre e lo fai volentieri, con l’aiuto di Dio, nonostante tutta la fatica.
    La vita non è facile per nessuno e pregare aiuta.
    A volte l’Evangelizzare si porta con il silenzio, accettare e fare maturare le cose piano piano.
    Personalmente ho visto molta giovialità e serenità nei monaci.
    La solitudine di un prete non ha senso perchè se si sente vicino a Dio non si sente solo, è tranquillo con Gesù e Maria.

    1. Non mi pare di avere una visione apocalittica! Parlo delle situazioni che incontro e che condivido per aiutare tutti noi a riflettere. Mi pare, leggendo anche gli altri commenti, che complessivamente cogliate poco dell’intento della riflessione (non teorica, non teologica, non morale ma pastorale): il modello di Chiesa che viviamo (là dove al prete, di fatto, si chiede di essere un funzionario) lascia spazio a un modo nuovo di essere prete? E, se no, come possiamo aiutare i nostri preti ad essere più preti? L’affermare che “la solitudine del prete non ha senso”, permettimi, … non ha senso! E’ oggettivo che Dio, Gesù e Maria colmano il cuore di ogni credente (non dei preti!). Infatti citi i monaci… che vivono in famiglia.

      1. Scusami, Paolo, velocemente mi inserisco nuovamente nel dibattito, e quindi i discorsi saranno probabilmente un pò sconclusionati: mi preme sottolineare però che amo molto la figura del sacerdote e soffro tanto quando a livello ecclesiale, locale e non, vengo a conoscenza di casi particolari… Prova che dovremmo fare ancora qualcosa per sostenerli.
        Dicevi in questa location che forse non “stiamo al pezzo”, cioè non focalizziamo il nodo della questione che poni, ma l’argomento suscita davvero tanti interrogativi: quando un ragazzo sceglie di entrare in seminario, oggi, cosa fanno i Vescovi, i Rettori e i Direttori Spirituali, gli stendono le guide in ermellino, gli suonano le trombe, fanno sventolare i flabelli, lo fanno dormire su lenzuola di seta e mettono al suo servizio gli schiavetti che pensano a soddisfare ogni suo desiderio? Negli anni di formazione e nelle varie sedi, non si presenta al seminarista la complessa realtà presbiterale, che nella sua concretezza può essere scarnificante (uso un termine tuo)? No, perchè oggi, purtroppo, tutti siamo a rischio strangolamento (dalle angoscie e dalle preoccupazioni oltre che dalla burocrazia e dai balzelli), pure la realtà ecclesiale.
        Consideriamo per un attimo il capitolo della crisi vocazionale: il rischio è quello di spianare la strada pur di far entrare chiunque anche se non c’è vocazione… però è meglio un PRETE VERO in meno che tanti con una vocazione non chiara!
        Accenni ad una vita presbiterale di comunità: già esistono gli ordini religiosi con i loro carismi e le loro regole, se uno proprio la volesse intraprendere (vedi per esempio la Fraternità di Betania che prevede in uno stesso convento uomini e donne)…
        Inserire più sacerdoti insieme ad una famiglia: l ‘idea proposta è molto bella (mi pare che anni fa avevi anche provato ad attuarla), tuttavia pensi esistano le condizioni reali per orientarsi verso questo nuovo stile di vita?
        E, ancora, se la proposta prendesse forma: come sarà possibile cominciare a porre le basi per favorire questa singolare esperienza?
        I miei dubbi nascono dall’ incertezza (spirituale, più che materiale) che regna anche nelle famiglie più solide, temo che alla fine si potrebbe verificare una certa confusione di “ruoli” all’ interno del “particolare” nucleo che si verrebbe a creare…
        Lo so, queste riflessioni espresse “ad alta voce” non approdano a nulla di concreto, chi vive situazione interiori particolari, non troverà conforto dalle mie considerazioni, ma “Se il chicco di grano non muore rimane solo” (Gv 12,20-33) ce lo ha detto lo stesso Cristo Gesù: affidiamo allora queste creature, questi desideri pastorali alla preghiera, insieme a tutta la Santa Chiesa, perchè continui ad essere Madre anche se, talvolta, gli uomini tendono a farla apparire matrigna…

        Paola

    2. Cara Claudia, rendo grazie a Dio perchè hai capito che sono stata sincera, ma ti assicuro che la mia intenzione non era quella di attaccare Paolo, me ne guarderei bene, ho solo espresso il mio pensiero.
      Caro Paolo, ti chiedo scusa se anche tu hai creduto che sia stata dura con te.

  8. Carissimi, come ben sapete da altri miei scritti, sono una madre di famiglia, con la grazia del Signore ho un lavoro, ho una madre anziana da accudire e anche una famiglia di gatti (caro Janus, quando Dio creò il mondo il Paradiso Terrestre era popolato da ogni specie di animali e credo che anche loro risorgeranno 🙂 ), corro dalla mattina fino a notte inoltrata (tra canti e preghiere), non ho neppure il tempo per me stessa, eppure faccio tutto con Abnegazione e Amore perché questa è la mia vita e con l’aiuto del Signore, di Maria Santissima, degli Angeli e dei Santi, vado avanti. Ora, davvero non riesco a spiegarmi perché i Sacerdoti si lamentano perché non hanno tempo; si, a volte le attività sono molte (troppe a parer mio), ma voglio dir Loro che la vita non è facile per nessuno, anzi………… a me pare che stiano nella bambagia rispetto a molta gente.
    Allora, sempre secondo il mio punto di vista (può essere anche sbagliato), i Preti devono fare i Preti, e non altro, e portare a compimento, nella Santità appunto, la Missione loro affidata dal Signore.
    Il Signore li ha chiamati e in qualche modo hanno risposto alla chiamata. Pertanto…………….
    La Vergine Immacolata, Benedica noi e loro, affinché possiamo camminare, certi di non essere mai soli, nella Pace e nella Gioia del Signore.

  9. Si sentono solo tante dicerie, solo malvagità e tanto male verso chi questo “mestiere” lo fa con il cuore, con tutto l’ Amore che Dio gli ha donato. Mai come ora prego per questi sacerdoti che si sentono spinti, strattonati, calpestati e, perchè no, delusi da una comunità in cui credevano di costruire un futuro e migliorare.
    Signore abbracciali tutti quanti.

  10. Buongiorno a tutti!
    Io non conosco il mondo ecclesiale a pieno, ma sono una moglie e anch’io un giorno mi sono svegliata non riconoscendomi in quello che avevo scelto, il mio matrimonio.
    L’entusiasmo giovanile, il voler cambiare il mondo, ma non me stessa, mi ha portata a una grande delusione, difficile da affrontare se si è soli.
    Innamorata del mio lui, ho pensato…”è con lui che voglio la mia vita anche se non condivide a pieno le mie idee, posso cambiarlo!”.
    Che grande errore, intraprendere un rapporto, una relazione, una missione con la convinzione di poter portare l’acqua al nostro mulino. Nel buio sono caduta e nel dolore ed ho incontrato la “Parola”.
    Ho fatto un passo indietro, ho tolto l’IO da me stessa e ho aggiunto Lui ed ecco che l’equazione ha la giusta soluzione.
    Dagli sbagli dobbiamo imparare e non abbatterci, questo è il messaggio del Vangelo.
    Ora mi chiedo: se io ho difficoltà a gestire un singolo rapporto, come sia possibile non incontrare difficoltà di un singolo prete con una comunità intera?
    Non mettiamo indubbio l’essere prete, ma pensiamo al loro grande amore per Dio e per il mondo che li ha spinti ad essere uomini per gli uomini.
    Ora la domanda che ognuno di noi dovrebbe porsi è “voglio io veramente vivere questa mia relazione nella gioia e nel dolore? Voglio io accettare ciò che Dio vorrà mettere sul mio cammino?
    Se l’amore per Dio e per i fratelli si rinnova giorno per giorno, nonostante gli ostacoli le problematiche quotidiane assumeranno il giusto valore.

    “Vorremmo essere sostenuti e invece ci ritroviamo a dover sostenere”.

  11. E’ la prima volta che vengo sul tuo sito, Paolo, ti ringrazio per la condivisione molto seria di un problema che necessita di risposte. Io credo che il grande male di oggi sia la solitudine in cui viviamo, siamo tutti piccole isole… E’ il senso di comunità a mancare, il condividere gioie e fatiche. Per questo il vivere fisicamente insieme credo sarebbe già una bella risposta, anche sacerdoti con famiglie (e mi pare che esista già una realtà di questo genere qui in piemonte). A me che sono sposa e mamma di due bimbetti è un’esperienza che piacerebbe provare. Così come abbiamo in cuore il sogno di vivere in una grande casa con una o più famiglie per condividere il cammino. E’ inutile, il cristiano non può camminare da solo, non è un percorso in solitudine ma da fare con gli altri, però solo sentendosi accolti, amati, rispettati si può camminare insieme. Tante volte pretendiamo tutto dai sacerdoti e di com-prensione nei loro confronti ne abbiamo davvero poca.

    1. “Tante volte pretendiamo tutto dai sacerdoti e di com-prensione nei loro confronti ne abbiamo davvero poca”.

      E tante volte ancora, può succedere anche il contrario.

      A parte questo, cara sorella Chiara, non condivido il tuo pensiero su Sacerdoti e famiglie, sai a volte si è soli anche tra milioni di persone, o viceversa non si è mai soli anche quando sembra che qualcuno viva in solitudine, basta avere la Pace del Cuore con Dio e con tutti i fratelli.

      EVITARE L’ECCESSIVA FAMILIARITA’
      “Non aprire il tuo cuore al primo che capita” (Sir 8,22); i tuoi problemi, trattali invece con chi ha saggezza e timore di Dio. Cerca di stare raramente con persone sprovvedute e sconosciute; non metterti con i ricchi per adularli; non farti vedere volentieri con i grandi. Stai, invece, accanto alle persone umili e semplici, devote e di buoni costumi; e con esse tratta di cose che giovino alla tua santificazione. Non avere familiarità con alcuna donna, ma raccomanda a Dio tutte le donne degne. Cerca di essere tutto unito soltanto a Dio e ai suoi angeli, evitando ogni curiosità riguardo agli uomini. Mentre si deve avere amore per tutti, la familiarità non è affatto necessaria. Capita talvolta che una persona che non conosciamo brilli per fama eccellente; e che poi, quando essa ci sta dinanzi, ci dia noia solo al vederla. D’altra parte, talvolta speriamo di piacere a qualcuno, stando con lui, e invece cominciamo allora a non piacergli, perché egli vede in noi alcunché di riprovevole. (dal I libro-cap VIII “Imitazione di Cristo”)

  12. “Vorremmo essere sostenuti e invece ci ritroviamo a dover sostenere”:
    Signore, quando ho fame,
    dammi qualcuno che ha bisogno di cibo;
    quando ho un dispiacere,
    mandami qualcuno da consolare;
    quando la mia croce diventa pesante,
    fammi condividere la croce di un altro;
    quando non ho tempo,
    dammi qualcuno che io possa aiutare per qualche momento;
    quando sono umiliato,
    fa che io abbia qualcuno da lodare;
    quando sono scoraggiato,
    mandami qualcuno da incoraggiare;
    quando ho bisogno della comprensione degli altri,
    dammi qualcuno che ha bisogno della mia;
    quando ho bisogno che ci si occupi di me,
    mandami qualcuno di cui occuparmi;
    quando penso solo a me stesso,
    attira la mia attenzione su un’altra persona.
    Rendici degni, Signore, di servire i nostri fratelli,
    che in tutto il mondo vivono poveri ed affamati.
    Dà loro oggi, usando le nostre mani, il loro pane quotidiano,
    e dà loro, per mezzo del nostro amore comprensivo, pace e gioia.
    (Mandami qualcuno da amare MADRE TERESA DI CALCUTTA)

    Preghiera conosciuta, ma sempre efficace.

    1. Grazie Federica,
      per avermi ricordato la preghiera di una grande donna e mamma degli ultimi. Esempio d’amore di Dio e di umanità infinità.
      Grazie Federica, perché qualcuno che come te, parte di una comunità, ci ricorda che anche se lontani siamo vicini nell’amore di Dio.

  13. Ho riletto tutto dall’inizio e trovo positivo il confronto di idee.
    E’ vero, un tempo i preti si rifugiavano nelle famiglie d’origine dove c’era l’affetto nato nell’infanzia, dove ti capivano ma adesso molti preti sono anziani e la famiglia d’origine forse non ce l’hanno più.
    Se io che sono madre, ed il mio compito è prima di tutto in famiglia, mi ritrovo con il parroco anziano che in continuazione mi chiede di venire fuori dalla famiglia per servizi in Parrocchia, beh..cosa fare ?
    Forse non colgo l’argomento ma mi veniva in mente…. che bel gesto sarebbe se il prete a fine della Messa al posto di chiudersi in sacrestia, non si mettesse a salutare, stringere la mano, a ringraziare singolarmente!
    Il prete si avvicina a te e tu allora ti puoi avvicinare a lui. Si crea una sorte di famiglia dove qualcuno ti chiederà solo come stai, altri magari un conforto. . La gente ti apprezzerà perchè tu vieni incontro….
    altrimenti i laici escono dalla Chiesa e al limite parlano tra loro.
    Volevo ancora aggiungere che di Madre Teresa ce n’è una e la realtà è diversa
    e dire ancora che con il prete si può stare vicini ma a debita distanza.
    Sono contenta che Paolo Curtaz, con questo blog ,susciti sentimenti di avvicinamento.

    1. Cara Claudia, in effetti l’argomento del post non è “come dovrebbe essere un prete”, ma mi permetto di risponderti rispetto a quanto dici.
      Concordo con te che sarebbe bello se il sacerdote si avvicinasse ai parrocchiani per salutarli dopo la messa. Ma dobbiamo comprendere (io per prima!) che non sono tutti caratterialmente come papa Francesco. C’è una moltitudine di caratteri diversi, c’è il prete più solare e gioviale, c’è quello un po burbero…quello giovane e quello anziano…
      Personalmente ho faticato a capire il mio parroco, che appunto ha un carattere particolare, timido anche se ha una certa età, e all’apparenza un po burbero. All’inizio non è stato facile, e mi stava a dir poco antipatico. Ma conoscendolo meglio, col tempo ho scoperto il suo lato tenero, affettuoso, paterno, che non mi sarei mai immaginata. Ma se fossi rimasta ad aspettare che lui mi venisse incontro starei ancora aspettando…
      Quello che cerco di dirti è che a volte è giusto fare il primo passo, magari anche il secondo, e poi magari il terzo sarà di chi ci sta di fronte, ma rimanendo sui propri passi si rischia di perdere l’occasione di conoscere qualcuno che vale la pena di conoscere.

  14. Non sapendo dove farlo( non sono molto tecnologica!) e avendo in cuore da tanto di farlo, mi permetto di segnalare la lettura di un bellissimo libro che ho letto, e che mi ha infuso nuova energia, rinnovato le talvolta traballanti certezze, e sopratutto fatto conoscere una storia d’amore meravigliosa, da qui il desiderio di dividerla con voi, cari amici. Il libro si intitola “Siamo nati e non moriremo mai più”, ed è la storia di Chiara Corbella Petrillo. Saluti a tutti, e buon S. Natale

  15. Grazie Paola per la segnalazione, e Grazie anche a Paolo per il suo regalo di Natale : il libro gratis “il sesto giorno” – l’ho scaricato e ho iniziato a leggerlo.

  16. Il problema c’è e l’articolo è interessante. Un tempo i preti vivevano insieme ai loro vescovi (mi viene in mente l’approccio “misto” di San Martino); la fraternità è un valore pastorale ed esistenziale da riscoprire, un’apertura umana che potrebbe evitare il generarsi di tanti “piccoli mostri” che si aggirano nelle parrocchie italiane. Ossequiare il sacerdote per onorarne il ministero (pratica che tanto piace al cattolico dis-umano e salottiero), invece, porta solo tapparsi gli occhi di fronte al problema, a reiterare e coprire cortocircuiti relazionali, che nulla sanno di incarnazione e di Vangelo, ma che proteggono personalità fragili e ambigue dietro una coltre protettiva di incensi, trine e vuote formalità. Sarà l’ora di andare in profondità, recuperare la Parola e abbozzarla con queste appartenenze apparenti.

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Article by: Paolo

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