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Gesù incontra

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Buona lettura

Paolo Curtaz - Gesù incontra - Edizioni San Paolo - Estratti

La parte migliore
Marta e Maria, Lc 10,38-42

Quanto è libero, il Signore!
Più leggo e medito i vangeli, più ne sono affascinato e rapito.
Libero dai giudizi, libero dalle convenzioni,
libero da una visione ristretta e meschina di Dio e della fede,
libero di amare.
La vicenda di Zaccheo segna un vertice dell’annuncio evangelico:
la libertà di Gesù si spinge fino a salvare l’insalvabile
senza condizioni, senza chiedere pentimento e contrizione,
e scandalizza tutti, anche i discepoli, anche noi.
Eppure proprio questo amore improvviso e gratuito converte i cuori.
Dio non ci giudica ma, amandoci, ci fornisce una chiave di lettura che permette a ciascuno di giudicarsi, confrontandosi con l’assoluto che Dio è e che ogni uomo è chiamato a diventare.

Esistono ancora numerosi incontri nei vangeli.
Mi piace dedicare un’ultima riflessione ad una speciale amicizia che Gesù intesse con una famiglia di Betania, due sorelle e un fratello che compariranno periodicamente nei vangeli.
Abbiamo visto che per credere occorre lasciarsi raggiungere, arrendersi al corteggiamento di Dio, rinascere dall’alto. Non il peccato, non il giudizio impediscono a Gesù di invitarsi a casa nostra.
Ma, un volta diventati discepoli, una volta scoperta la vita bella del vangelo, come procedere?
Ce lo insegnano Marta e Maria di Betania.

Luca pone il brano che sto per commentare, in un momento molto importante del suo vangelo: è collocato fra la parabola del buon samaritano e gli insegnamenti sulla preghiera del discepolo. Precedentemente Gesù aveva lodato il Padre per il fatto che sono i semplici ad accogliere l’annuncio e non coloro che si credono dei sapientoni.
Gesù loda Dio perché i discepoli, di ritorno dalla loro prima missione, hanno capito l’essenziale; il cammino del discepolo ruota intorno a due pilastri: l’azione e l’interiorità, il soccorso del buon samaritano che si fa prossimo e la vita segreta di dialogo col Padre nella preghiera.

Sgombriamo subito il campo da malintesi, allora.
Come nel caso del giovane ricco, il Signore non sta proponendo una classifica di azioni da compiere, non sta esaltando la vita di preghiera a discapito dell’azione. Come non sono solo i consacrati ad avere seguito il consiglio rivolto al giovane ricco di lasciare tutto per seguire il Maestro, ma tutti i discepoli, così non sono solo i monaci ad avere scelto la parte migliore, ma tutti coloro che sanno attingere dalla preghiera l’energia per l’azione caritatevole e nella preghiera portano i volti e le ferite dei fratelli che hanno incontrato…

Prepariamoci ad incontrare Marta e Maria.

Betania
Mentr’essi erano in cammino, Gesù entrò in un villaggio
Betania (Gv 12,1) è un piccolo villaggio che sorge accanto a Betfage, sul versante posto a levante del monte degli ulivi. Una ripida stradina, ancora oggi, permette di percorrere il tratto di strada che la collega a Gerusalemme in poco più di mezz’ora, in mezzo agli ulivi.
Betania, grazie ai racconti evangelici, è diventata un luogo simbolico: il luogo dell’amicizia col Signore Gesù.
Lì Gesù si rifugia appena può, in casa dei suoi amici e discepoli Marta, Maria e Lazzaro.
I vangeli non ci raccontano come si siano conosciuti, ma Giovanni annota che Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro. (Gv 11,5). Probabilmente Gesù ritrova in quella casa il clima famigliare della sua piccola Nazareth e si ritempra dalle fatiche dell’annuncio.
È stancante stare nella Gerusalemme che uccide i profeti, stancano le continue dispute con i farisei e gli scribi e la continua tensione con la classe sacerdotale, stanca l’incomprensione con gli apostoli che sembrano non accorgersi della piega che stanno prendendo gli eventi…
Marta e Maria accolgono Gesù nella loro casa, con semplicità.
Lì Gesù si riposa.

È la casa la protagonista di questo racconto.
Non il tempio, non le nostre chiese, non i luoghi o i tempi straordinari, ma la casa, la quotidianità, il calore della famiglia accolgono Gesù. Il nostro Dio ancora chiede con forza di essere ospitato nei nostri appartamenti, nel cuore delle nostre caotiche ed anonime città.
Quanto è difficile, oggi, trovare accoglienza!
Come sarebbe bello se ognuno di noi potesse avere una Betania in cui potersi rifugiare! Un luogo che ci accoglie con calore, dove poter essere noi stessi, dove ascoltare e farci ascoltare!
Vivo sulla mia pelle la crescente fatica che faccio ad intessere relazioni significative, a gestire il mio tempo in modo da coltivare amicizie autentiche, senza ridurre la mia vita sociale a incontri di routine con persone con cui ho veramente poco da condividere.
Come mi faceva notare un amico, da questo punto di vista il vangelo ci educa “male” e ci procura qualche guaio… Abituati ad avere relazioni profonde, a scrutare l’interiorità, a dialogare di senso della vita e di ricerca spirituale, diventa poi difficile godersi una cena fra conoscenti in cui si discute solo di automobili e calcio (per gli uomini) o di bambini e diete (per le donne)!

Come sarebbe bello, nelle nostre città, se si potesse tornare ad essere delle piccole comunità, case aperte e disponibili all’accoglienza e al confronto! Un luogo in cui potersi incontrare con semplicità per rifiatare parlando in armonia delle cose importanti della vita!

È Gesù stesso che chiede accoglienza, che chiede amicizia.
Quanto è umano questo Dio mendicante di amicizia… Quanto è diverso dall’immagine che spesso ci facciamo, di un Dio asettico e solitario nella sua perfetta autosufficienza.
Gesù ha bisogno di amicizia, di relazione, di confronto, di conforto.
Ma Dio non è il perfetto egoista bastante a se stesso? Non il Dio della Bibbia. Non il Dio Trinità, cioè relazione e comunione che fa del confronto l’essenza della sua natura divina.
Noi possiamo diventare Betania, far diventare la nostra vita, la nostra casa, un luogo capace di accogliere Dio.

Una donna, che si chiamava Marta, lo accolse in casa sua.
Una donna lo accoglie.
Essere donna, in Israele, significava essere esclusa dalla vita religiosa: la legge proibiva di comunicare i segreti di Dio alle donne e ai pagani, erano escluse dalla lettura e dalla meditazione della Torah; tantomeno potevano studiare la Legge in una scuola rabbinica! Sono le escluse per eccellenza dalla vita divina. Perciò Gesù si fa accogliere da due donne!
L’assenza di Lazzaro, in questo brano, enfatizza il gesto rivoluzionario di Gesù.
Come nella parabola, era un samaritano, nemico numero uno del popolo ebraico, a salvare il viandante ferito e come l’insalvabile Zaccheo riceve l’incondizionata visita del Signore, ora sono due donne a raccogliere i segreti (!) del Regno…
Quanto è destabilizzante il nostro Dio!

Sorelle, discepole
Sua sorella, di nome Maria, si sedette ai piedi del Signore e stava ad ascoltare la sua parola. Marta invece era assorbita per il grande servizio.
Marta si prepara a spadellare, compito riservato alle donne: è il ruolo che le è assegnato mentre l’uomo di casa si intrattiene con l’ospite. Ma qui accade qualcosa di inatteso: non solo manca la figura maschile, in più Maria si emancipa da quel ruolo e si siede ad ascoltare il rabbino con attenzione.
Dio non è riservato ai puri farisei, né ai giusti, né al popolo di Israele, né ai maschi…
Continua l’incredibile annuncio di Gesù: Dio desidera incontrare ogni essere umano, vuole che tutti lo conoscano, senza alcuna distinzione.

Perciò si fece avanti e disse: «Signore, non vedi che mia sorella mi ha lasciata sola a servire? Dille dunque di aiutarmi».
Giustamente Marta si stanca di fare tutto da sola e chiede a Gesù un intervento se vuole mangiare qualcosa!

Alcuni esegeti propongono una ulteriore chiave simbolica dell’episodio: Marta rappresenta il “fare”, cioè l’osservanza della Legge dei farisei, mentre Maria rappresenta la novità della proposta cristiana.
Il neofita non si smarrisca davanti all’abbondanza delle interpretazioni: la Scrittura, proprio perché ispirata dallo Spirito Santo, è ricca di mille significati, di mille sfumature, di mille interpretazioni.
Bene commentano i rabbini: la Bibbia ha settanta volti.
Ma dobbiamo stare attenti a non far diventare la Parola una specie di manuale esoterico: il racconto di Marta e Maria è storicamente accaduto, è successo, non è un racconto simbolico. Il modo che Luca ha di raccontarlo, però, nasconde una chiave interpretativa che aiuta il suo lettore (e noi) a far diventare questo ed altri racconti, eventi che nutrono la vita interiore. Quando leggiamo la Parola possiamo immedesimarci per rivivere il percorso fatto dai primi discepoli: noi siamo Zaccheo, Nicodemo, la samaritana, Marta e Maria…

Una cosa è certa: qualunque sia l’intento di Luca, Marta ha perfettamente ragione: ci vuole sempre nella compagnia qualcuno disposto a rimboccarsi le maniche. Non si vive di solo pane, certo, ma nemmeno di sole parole…

Affanni e pastasciutta
Ma Gesù le rispose: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti preoccupi di troppe cose. Invece una sola è la cosa necessaria. Maria ha scelto la parte migliore, che nessuno le toglierà».
E arriviamo al cuore del racconto: Gesù rimprovera bonariamente Marta.
La chiama due volte, come già successo per Mosé (Es 3,4), per Samuele (1Sam 3,10), per Saulo (At 9,4): è importante quanto Gesù sta per dire, è una vera chiamata, una vera conversione.
La discepola è invitata a cambiare atteggiamento, per arricchire il suo servizio con una prospettiva completamente diversa.

Marta è affannata e preoccupata: non è redarguita per la sua occupazione ma per la sua pre-occupazione. È bello occuparsi delle cose, inutile occuparsene prima del momento stabilito! Quante volte la nostra vita è affannata, ansiosa, proprio perché pre-occupata.
Continuamente Gesù ci invita ad avere fiducia, cioè fede, nella Provvidenza (Lc 12,27), ad affidarci al Signore, a lasciare a lui il timone della nostra barca. Non stiamo parlando di una vita lasciata all’improvvisazione o all’incoscienza: il discepolo fa i suoi calcoli per non essere di peso agli altri (Lc 14,31) ma sa di avere costruito la propria vita sulla salda roccia della Parola (Lc 6,48).

Oggi la nostra vita è travolta dalle preoccupazioni: abbiamo fatto dell’efficienza un mito, un metro di giudizio, un dogma intoccabile. Lavoriamo per tutta la giornata come degli ossessi, usciamo di casa all’alba per tornarne, stravolti, alla sera … Ma che vita è? E i giorni di riposo sono destinati a fare tutto ciò che non siamo riusciti a realizzare durante la settimana: sistemare casa, fare la spesa, fare un po’ di movimento. Tutti sempre di corsa, sempre affannati, col cronometro in mano, travolti dall’azione senza più avere spazio per la contemplazione.
Anche nella Chiesa, ahimé, si rischia di utilizzare la chiave di lettura dell’efficientismo come metro di giudizio dell’efficacia pastorale: quanti vengono a messa? Come riuscire a coprire tutte le parrocchie? Come trovare strumenti innovativi per la nostra evangelizzazione? Si ragiona come se la Chiesa fosse una multinazionale del sacro in crisi di produttività!
Intendiamoci: il rischio dell’immobilismo, nelle nostre comunità è sempre presente, e vedo più diffuso il rischio del sonno eterno che quello dell’efficienza a tutti i costi. Svegliamoci, allora, diamoci da fare, rimbocchiamoci le maniche ma nella logica del vangelo, lasciando l’iniziativa allo Spirito, sapendo che non dobbiamo salvare il mondo perché il mondo è già salvo, ma che possiamo vivere da salvati.

Come deve fare Marta per non pre-occuparsi?
Deve imitare sua sorella Maria che ha scelto la parte migliore (meglio tradurre la parte buona), quella che non crolla: l’ascolto e la meditazione della Parola. Tutto cambia, tutto è a rischio, ma non la certezza della presenza del Signore, certezza che si fonda sull’ascolto e la meditazione, consapevoli che i cieli e la terra passeranno ma non le sue parole (Mt 24,35).
Gesù ha fame e non sta certo dicendo a Marta di interrompere la preparazione dell’ottima cena! Ma vede in lei preoccupazione e tensione (forse per l’importanza dell’ospite!) e la invita a distendersi e rilassarsi cambiando la sua prospettiva.

È possibile fare tanto, ma col cuore pieno di Dio.
È possibile servire, ma con l’energia che scaturisce dall’incontro intimo e personale con Dio.
È possibile essere dei grandi protagonisti della Storia, ma l’azione è riflesso della vita interiore.
Bene scriveva san Serafino di Sarov: pacifica il tuo cuore e convertirai il mondo.

Gesù stesso trova energia e forza nella prolungata preghiera notturna, incontrando in se stesso la sorgente dell’amore che è il Padre (Mc 1,35). Gli apostoli sono affascinati dalla preghiera del Maestro, intuendo che da lì egli attinge la pace interiore per affrontare la fatica della sua intensa evangelizzazione (Lc 11,1).

Quindi
Il discepolo vive la doppia dimensione del servizio e della preghiera, dell’azione e della meditazione, del “fuori” e del “dentro”. Non sono atteggiamenti contrapposti, Gesù non invita Marta a smettere di cucinare ma a trovare nell’ascolto della sua Parola la ragione della sua azione!
L’azione, allora, trova forza e motivazione nella preghiera personale.
E la preghiera porta con sé tutte le persone e le situazioni incontrate durante il servizio.
Marta e Maria, non Marta o Maria.
Poi, certo, ci sono delle accentuazioni e delle sfumature!

Tutti in parrocchia abbiamo il volontario che passa la giornata a fare lavoretti in oratorio ma che non vedrete mai recitare il rosario con le vecchine prime di messa! Così come ci sono persone che passano il tempo a studiare e a meditare ma che sono incapaci di gestire una riunione pastorale…
Betania ci dice che la vita spirituale del discepolo corre su due binari: l’azione e la contemplazione, entrambi necessari ed inscindibili.
Se ci mettiamo alla sequela di Cristo, se davvero il vangelo contagia la nostra vita, proviamo un desiderio irrefrenabile di crescere e conoscere, di cambiare la nostra prospettiva su noi stessi e sul mondo.
Gradatamente, tutto, appare in una luce nuova, in una prospettiva diversa: come quando il sole che entra in una stanza buia, la nostra vita, la stessa (!), assume contorni definiti e comprensibili. Tutto acquista un senso, si vede l’orizzonte, il disegno.
Intuito, ovvio.
Ma chiaro.
Impariamo a guardare altrove, oltre, dentro.

Un esercizio che dura tutta la vita, sapendo bene che la conversione è il punto di partenza di un cammino senza fine. Ci mettiamo tutta la vita a diventare discepoli! Ma, almeno, dopo avere accolto, avere osato, esserci arresi alla verità del vangelo, sappiamo bene in che direzione andare.
Quella dell’amore, della verità, del dono, del perdono, della mitezza, della pace.
Nutriamo la vita interiore meditando la Parola (ognuno col suo ritmo, non esiste un modo unico di pregare!), affidandoci al Signore, frequentando una comunità, svolgendo con consapevolezza e rettitudine il nostro lavoro. La fede ci spinge verso i fratelli nel desiderio di servire Cristo nei più poveri.
Non è facile, oggi, conservare e nutrire la fede, ci vuole coraggio e impegno.
Ma ne vale la pena.

Marta e Maria ci indicano il percorso per una vita interiore luminosa e feconda: la preghiera e la meditazione che sfociano nel servizio e un servizio che attinge forza e serenità nella contemplazione.

Mi piace ricordare qui un santo valdostano vissuto intorno all’anno mille: Bernardo. Da Aosta decise di salire sul colle del Mons Iovis che collega l’Italia alla Svizzera e di costruirvi una casa di accoglienza, un ospizio, per accogliere i viandanti che percorrevano quel collegamento obbligato fra Nord e Sud Europa. Da allora, e sono passati mille anni, all’ospizio del Gran san Bernardo, estate ed inverno, troverete dei monaci alpinisti pronti ad accogliervi con un sorriso. Il motto della congregazione da lui fondata recita: hic Christus adoratur et pascitur.
Qui Cristo è adorato e sfamato.

Tragedie
Ma non ci sono solo momenti luminosi nella vita del discepolo.
Non solo momenti in cui si ha la percezione di poter ospitare Cristo, di accoglierlo, di stare ad ascoltare la sua Parola che illumina e riempie. La vita reale è colma di incertezza e di sofferenza.
E di lutti.
Così accade nella casa di Betania: Lazzaro si ammala e muore.
Avrò modo, a Dio piacendo, di commentare ampiamente questo episodio in un ulteriore libro sui vangeli. Qui voglio solo ritagliare il dialogo di Gesù con le due sorelle, sempre nella logica in cui ci siamo posti, quella della sequela di Cristo.

Chi conosce il vangelo di Giovanni sa bene che l’episodio della resurrezione di Lazzaro segna la fine del ministero di Gesù: il clamore suscitato dal miracolo sarà fatale per Gesù (Gv 11,47-53). L’ultimo segno compiuto dal contestato Rabbì è anticipazione di ciò che sta per accadere sul Golgota: Gesù dona la sua vita per Lazzaro così come darà la sua vita per tutti noi.
È in un contesto di morte che avviene l’incontro con Marta e Maria.
Per ricordarci che al discepolo la sofferenza non è evitata. Che se anche abbiamo incontrato Cristo, il dolore può sconvolgere la nostra vita, come accade quando si ammala e viene a mancare una persona amata.
È un discorso ampio, che ho già affrontato altrove, ma occorre ribadirlo: la fede non è un’assicurazione sulla vita, non mi garantisce, non mi protegge dai fulmini!

Incontri
Marta, quando sentì che Gesù veniva, gli andò incontro. Maria invece stava seduta in casa. Marta disse allora a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto. Ma anche ora so che qualsiasi cosa tu chieda a Dio, egli te la darà». Le dice Gesù: «Tuo fratello risorgerà». Gli risponde Marta: «So che risorgerà nella risurrezione all’ultimo giorno». Le disse Gesù: «Io sono la risurrezione e la vita. Chi crede in me, anche se morisse, vivrà; e chiunque vive e crede in me, non morirà mai. Credi tu a ciò?». Gli dice: «Sì, Signore. Io ho creduto che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, quello che deve venire nel mondo». (Gv 11,20-27)

È Marta che si alza e corre. Ovvio.
È lei l’attiva della famiglia. Maria ancora medita, aspetta.
La sorella, invece, ha bisogno di capire, di risposte, di rassicurazioni.
È lei che parla per prima, con un tono misto di rimprovero e di ingenua speranza: Lazzaro non sarebbe morto se Gesù fosse arrivato per tempo; ma anche ora ha fiducia.
Ha ragione: quando manca Cristo la vita si spegne.
Quando si è fatta esperienza di Dio è difficile abituarsi alla normalità.
Difficile guarire dalla fede autentica.
Ma non esiste una morte interiore definitiva. Anche quando siamo travolti, anche se siamo spenti, anche se il peccato ha compromesso la nostra interiorità, anche se il dolore più grande che possiamo immaginare ci strazia, c’è speranza.
Le parole di Marta osano sperare, osano credere, osano immaginare l’inimmaginabile.
Lei non sa come venirne fuori, tutto la spinge a dubitare, l’evidenza la inchioda.
Ma osa.
Gesù la rassicura: fa bene a sperare: Lazzaro risorgerà.
Certo, replica lei, risorgerà nell’ultimo giorno.

No, risponde Gesù, non è così.
Come con la samaritana, anche qui il dialogo porta in sé un’ambiguità: Marta pensa ad una resurrezione alla fine dei tempi, Gesù, invece, dice che Lazzaro non è mai morto.
Troppo spesso pensiamo che la fede abbia a che fare col dopo, con l’eternità, dimensione indefinita e di difficile immaginazione. Al massimo possiamo comportarci bene qui in terra per meritarci, un giorno, chissà, di essere vivi in altro modo, indossando un’improbabile tunica bianca fluorescente…
Ma come? Dove? Con chi?
Quanto è annebbiata l’idea di “eternità” che abbiamo noi cattolici!
Una specie di stato di felicità ebete, di pace cimiteriale!
Che noia l’eternità, soprattutto verso la fine!

Gesù ribalta la prospettiva: l’eternità è già cominciata.
La vita è tale non perché respiriamo e ci muoviamo, ma perché abbiamo scoperto la presenza di Dio che non muore mai in noi. La vita, allora, è ben più della vita biologica. Una vita è tale perché scopre in sé la scintilla divina, la propria dignità, la propria somiglianza con l’eterno.
Come abbiamo già visto, la vita eterna è la vita dell’Eterno in noi.
È vero, lo sperimentiamo: possiamo vivere una vita piena di salute, di soddisfazioni, di emozioni. Ma limitata. Oppure vivere la stessa vita aprendoci al mistero e rinascere, come Nicodemo, senza morire mai.
Credere nella resurrezione non significa aspettarsi una rinascita dopo la morte.
Vivere e credere in Cristo significa non vedere mai la morte.

Gesù chiede a Marta di avere fede in lui.
Di fidarsi.
È sconcertante questa affermazione che giunge alla fine del vangelo di Giovanni.
Gesù non chiede di credere nel Dio che egli è venuto a raccontare, ma in lui, in Gesù stesso come sorgente inesauribile di vita. Anche lui osa.
Mi fa sorridere quando qualcuno sostiene che Gesù sia un uomo divinizzato dai suoi discepoli.
Sbagliato: per i vangeli Gesù è un uomo che si è divinizzato.
Perché è ciò che dice di essere.
Lo credo con tutte le mie forze: Gesù è resurrezione e vita.
Belle parole, certo. Ma Lazzaro è morto e sta imputridendo.
Davanti all’apparente sconfitta clamorosa di tale affermazione, Gesù chiede a Marta di credere.
Non si crede quando va tutto bene, quando sentiamo vicina la presenza di Dio e confermate le nostre attese su di lui.
Si crede quando tutto è buio.
Si crede veramente quando tutto vacilla.
Quando la speranza già odora di morte.
Quando una pesante pietra è posta a sigillo delle nostre inutili speranze.

Esiste un momento, nella vita del discepolo, in cui la fede si spoglia della gioia e della soddisfazione, del sentimento inebriante dello scoprirsi amati e sale sulla croce. Allora, davanti alla ferocia della vita, possiamo capire se siamo dei credenti o meno.

Anni fa un caro amico prete, di ritorno dalla celebrazione della festa patronale del suo paese d’origine, sacerdote da pochi mesi, ebbe un grave incidente stradale in cui morirono la madre e la nonna. Appena saputa la notizia, corsi subito in ospedale, mentre lo stavano preparando per la sala operatoria. Non sapevo cosa dire. Alzò gli occhi e mi riconobbe, con un filo di voce mi disse: ora capirò se ho davvero la fede…

Marta risponde.
Guarda Gesù, il Maestro. Il passato è alle spalle: l’amicizia e la gioia di accogliere, le preoccupazioni e i dolci rimproveri… Il presente è tragico, sconvolgente, drammatico e contraddice la sua entusiastica fiducia nel Signore.
Ma la sua risposta è ferma: sì.
Ha creduto che egli è il Cristo che deve venire nel mondo.
E vuole continuare a credere.
Non sa ancora se crederà in futuro, ma quella scoperta ha riempito la sua vita fino ad allora, quindi perché dubitare?
Anche a me è successo, nei momenti bui, di comportarmi come Marta: facendo memoria del passato è possibile nutrire il presente per aprirsi al futuro.

È qui, ti chiama
Detto questo, andò e chiamò sua sorella Maria, dicendole sottovoce: «Il Maestro è qui e ti chiama». Quella, appena udito ciò, si alzò in fretta e andò da lui. Gesù non era arrivato al paese, ma si trovava ancora nel luogo in cui gli era andata incontro Marta. Quando i Giudei, che erano con lei nella casa e la consolavano, videro Maria alzarsi in fretta ed uscire, la seguirono, supponendo che andasse alla tomba per piangervi. Maria, giunta al luogo in cui si trovava Gesù, lo vide e si gettò ai suoi piedi dicendogli: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto». Gesù allora, come la vide piangere e piangere anche i Giudei venuti con lei, fremette interiormente e si turbò; poi disse: «Dove l’avete posto?». Gli dicono: «Signore, vieni e vedi». Gesù pianse. (Gv 11,28-35)

Marta va a chiamare Maria. La sua azione, ora è indispensabile.
Invita la sorella ad alzarsi, a correre, ad andare dal Signore.
Le dice ciò che i cristiani dovrebbero dire sottovoce, senza urlare, a chi soffre: il Maestro è qui e ti chiama.
È urtante vedere come certi cristiani affrontino la sofferenza altrui urlando le proprie certezze, imponendo le proprie convinzioni, facendo sentire in colpa chi, invece, vacilla.
È irritante ascoltare certe prediche durante i funerali infarcite di “dobbiamo”, di “se davvero siamo credenti”… è una cosa seria, la sofferenza, il dolore va rispettato.
È normale entrare in crisi di fede davanti al dolore. Normale perderla, la fede.
È eroico credere.
Il cristiano, davanti al dolore, non ha ricette di facile attuazione, ma la speranza (minuscola) che ci proviene dalla fede.

Va sussurrata la speranza nella vita, non urlata. Testimoniata con discrezione e verità. Con forza e dolcezza.
E con credibilità.
Marta è una testimone credibile perché lei, per prima, ha dubitato e dubita. Ma vuole fidarsi.
Marta è ancora scossa dal suo dolore, il suo cuore è turbato, è travolta da ciò che è accaduto e la sua fede vacilla. Eppure è chiamata a portare Cristo, a condurre altri a lui.
Se aspettiamo, come cristiani, di essere forti e determinati per annunciarlo ai fratelli, ciò non avverrà mai! Il Signore usa la nostra debolezza per manifestare pienamente la forza di Dio e per consolare i fratelli con la sua stessa consolazione… (2Cor 12,10; 2Cor 1,4)

La folla segue Maria , pensando di consolarla mentre va a piangere la morte del fratello.
Non sanno, non capiscono che lei, invece, sta per incontrare la vita stessa.
Davanti alla morte non abbiamo che parole usurate e stanche, di circostanza. Vorremmo stare vicino a chi soffre ma la morte ci rende soli davanti all’abisso. È il momento in cui i nodi vengono al pettine, in cui sperimentiamo la drammaticità assoluta della vita.
Dobbiamo arrenderci all’evidenza: la morte ci obbliga a fermarci e a riflettere e nessuna parola, seppur sana e santa, può dare consolazione.
Solo alzandoci e andando da Colui che è fonte di vita possiamo aprire uno spiraglio, un varco. Così accade per Maria.

In ginocchio
Maria raggiunge Gesù e si getta ai suoi piedi.
È la seconda volta che questo accade.
Accadrà ancora, la settimana prima della morte del Maestro. È un gesto di adulta sottomissione, di affetto e tenerezza, di sconfinato amore.
Anche lei, come la sorella, rimprovera mestamente l’amico: la sua presenza avrebbe salvato la vita di Lazzaro.
Marta e Maria giungono alla stessa sconfortante conclusione e propongono una via d’uscita.
Illuse.
Gesù ha un’altra soluzione, sconcertante e grandiosa.
Non sarà la presenza di Gesù ad evitare la morte di Lazzaro, ma la sua morte.
La morte del Maestro in cambio della vita del discepolo.

Gesù vorrebbe argomentare per convincerla, come ha già fatto con Marta.
Rassicurarla, invitarla a dare di più e meglio.
Ma vede il dolore di Maria e dei suoi amici.
E si fa travolgere.
Quel vieni e vedi pronunciato da tutti, contrapposto al vieni e vedi che egli aveva detto ai primi due discepoli (Gv 1,39) spalanca la diga della compassione di Dio.
Allora i discepoli (e noi) erano stati invitati ad entrare nella dimensione del Regno.
Ora è Dio ad essere invitato a conoscere la condizione umana, fatta di dolore.
Come se Dio dovesse imparare il dolore.
Dovesse imparare a soffrire.

Piange, ora, il Signore.
Quel pianto ci mette i brividi, ci fa rabbia.
Anche noi, come la folla presente, siamo interiormente divisi: vedi come lo amava!, dicono alcuni.
Non poteva evitare che morisse?, dicono altri (Gv 11,36).
In questa obiezione sta tutta la nostra contraddizione: vogliamo un Dio che ci impedisca di soffrire? O un Dio che condivide la sofferenza?
Il discepolo scopre che Dio non risolve i problemi, né elimina la sofferenza: la condivide e la redime.
Ci basta?

Marta è invitata a scoprire che Dio è sorgente di vita sempre e che la morte non è che un passaggio.
Maria scopre che Dio sa piangere e condividere.
Lazzaro, da parte sua, uscirà dalla tomba.
Gesù, in conseguenza a ciò, verrà condannato a morte.
Sempre l’incontro col Signore porta alla vita. Sempre ci fa uscire dalle nostre tombe, qualunque essa sia. Sempre il discepolato ci porta a scoprire volti inattesi di noi stessi e di Dio.
Di scoperta in scoperta, di gloria in gloria, impariamo a diventare discepoli, scoprendoci più uomini.

Profumi
Gesù, sei giorni prima della Pasqua, andò a Betània, dov’era Lazzaro, che egli aveva risuscitato dai morti. Ora là gli prepararono un pranzo e Marta serviva, mentre Lazzaro era uno di quelli che sedevano a mensa con lui. Maria, presa una libbra di profumo di nardo autentico, molto prezioso, unse i piedi di Gesù e glieli asciugò con i suoi capelli. La casa fu ripiena della fragranza di quel profumo. Dice Giuda Iscariota, uno dei suoi discepoli, che stava per tradirlo: «Perché non si è venduto il profumo per trecento danari e non si è dato il ricavato ai poveri?». Lo disse, però, non perché gli stavano a cuore i poveri, ma perché era ladro e, avendo la borsa, sottraeva ciò che vi veniva messo dentro. Disse allora Gesù: «Lasciala, ché lo doveva conservare per il giorno della mia sepoltura. I poveri infatti li avete sempre con voi, me invece non avete sempre». (Gv 12,1-8)

Un’ultima volta compare nel vangeli Maria, prima della Passione.
È lei, secondo Giovanni, ad avere compiuto il gesto dell’unzione, qualche giorno prima dell’arresto di Gesù. Certamente non è casuale la collocazione del racconto in questo luogo e in questo tempo: l’evangelista sembra parlare di due cene: questa e quella pasquale.
La scena si svolge nella casa che tante volte ha dato ospitalità al Signore.
Protagonisti sono proprio i tre fratelli e la folla si raduna alle porte della casa, incuriosita, per vedere il resuscitato.
Fa notizia la presenza di un cadavere rianimato, ovvio.
Ancora oggi la gente organizza i pellegrinaggi per cercare il miracolo di turno!
Fede piccina e maldestra, infantile e superficiale, che rischia di soddisfare la curiosità senza cambiare la vita!

Marta, come sempre, sta servendo.
Non ha perso l’abitudine.
Giovanni pone questo ultimo momento di serenità prima della grande settimana e dei grandi sconvolgimenti. Come se Gesù, consapevole del precipitare degli eventi, volesse fare un ultimo incontro, un ultimo pasto con i suoi amici più cari.
Come se cercasse energia e motivazione per andare fino in fondo.
È questo il senso ultimo dell’amicizia: dare fiducia, sostenere, accompagnare.
Ed è commovente pensare che Gesù stia cercando proprio questo prima di affrontare il Golgota.

Maria compie un gesto inatteso: usa un prezioso profumo di nardo per cospargere i piedi del Signore. Un anno di stipendio gettato via nell’atto amorevole di una donna emotiva, fanno notare i discepoli, visibilmente irritati nei suoi confronti.
Gesù la difende dall’insinuazione dei suoi apostoli, come poco prima l’aveva difesa dall’attivismo vorticoso della sorella. Apprezza il gesto amorevole e insensato di Maria.
Solo una donna sa donare con tanta generosità e tanta gratuità.
Solo una donna sa comprendere il gesto che Gesù ha fatto: la resurrezione di Lazzaro è un gesto d’amore infinito che va ricambiato.
Solo una donna che prega, ama e medita sa usare un’immagine bella come il profumo per tentare di contraccambiare l’amore di Cristo.
Il profumo della presenza di Cristo è richiamato dal profumo del prezioso nardo che invade la stanza.
L’amore ha a che fare con la poesia, con la danza, con l’arte, con la passione, con la grazia, con la musica, col profumo… Lo sa bene, Maria. Sembrano ignorarlo gli apostoli, mai così gretti.
Quel profumo è uno spreco, si potevano soccorrere i poveri.
Mascherano la loro irritazione con nobili ragioni!

No, Gesù ammonisce i discepoli ragionieri: i poveri li dovete tenere con voi, non pulirvi la coscienza dando loro un’elemosina. Esiste un modo di essere Chiesa che si irrigidisce nell’organizzazione e nelle regole, senza più vedere i volti. Senza provare emozioni.

Emoticon
Maria vede il volto. E lo ama. Forse troppo, forse ingenuamente, ma lo ama.
Sa bene che l’amore si esprime anche con gesti di spettacolare gratuità. Fare un dono a chi si è fatto dono!
I discepoli allontanano dal loro cuore l’emozione che, ogni tanto, dovrebbe trovare maggiore spazio nelle nostre ingessate liturgie cattoliche.
La fede ha una sua ragione, vero. È ragionevole.
Ma, spesso, il ragionamento esclude l’emozione, diventa freddo calcolo algoritmico, scordando che dietro un “caso” c’è una storia, una sofferenza, una pena.
Temo una Chiesa che si nasconde dietro le regole e ignora le persone!
Maria vede tutto questo, va oltre.
Fa un gesto emotivo e assurdo.
Come se la croce non fosse assurda…
La discepola anticipa la Pasqua, riconosce nel miracolo della resurrezione di suo fratello la primizia di ciò che sta per accadere per tutti. Rende onore al corpo vivo del Maestro che sarà straziato sulla croce.

Il discepolo è colui che tiene la sua fede sul binario dell’azione e della contemplazione.
Che crede anche nel momento della fatica, vedendo il proprio dolore condiviso dal Signore.
Che ama gratuitamente, senza calcolo.

Maria diventa modello del credente proprio perché sa amare senza calcolo.
Anche noi siamo chiamati a seguire il Signore senza esitazioni, mettendoci tutta la testa, ma anche un po’ di cuore. E fare cose gratuite, assurde, inutili agli occhi dell’efficiente mondo contemporaneo.
Come sbatterci per rendere dignitosa una messa, o far passare due ore di svago ai ragazzi del quartiere giocando a pallone, o andando a trovare una persona anziana sola.
Non per sentirci belli o particolarmente devoti, ma per manifestare amore gratuito.
Tenendo pulita la città, sorridendo e dicendo “buongiorno” a chi incontriamo, smorzando l’aggressività che uccide la nostra civiltà.
Profumo di vita in una quotidianità spenta e rassegnata.
Non per convertire, né per dimostrare chissà che.
Ma per vivere l’amore che gratuitamente abbiamo ricevuto.

Category: Pensieri

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29 comments

  1. 😀 grazie! attendo con ansia di leggerlo tutto! :D:D ….e farmi raggiungere da Dio.:D:D
    grazie Paolo come sempre, davvero, per la semplice e grandiosa opera che compi nel tradurre la Parola di Dio per noi, povere anime annaspanti costantemente in cerca di Verità.

  2. Come al solito, chiaro e vero, concreto, senza fronzoli e, soprattutto, parla al cuore! Bellissimo! Grazie di cuore!

  3. Caro Paolo, credo che il tuo libro sia molto legato a questo pensiero quaresimale di Sant’Agostino: “Vale più una lacrima sparsa meditando Gesù Crocifisso che un anno di digiuno a pane ed acqua, ed un pellegrinaggio, a piedi scalzi, fino a Gerusalemme”. Il tuo stile è sempre pulito ed avvincente! Farò un pò di pubblicità agli amici del mailing list. Salvatore

  4. Caro Paolo,
    come non essere d’accordo con te ? L’essenziale è nel Vangelo. Il grande talento che hai ricevuto, ci aiuta a comprenderlo meglio, a capirne l’importanza. Per questo ti ringrazio e ti faccio un grosso in bocca al lupo. Lo leggerò con profondo piacere ed interesse. Nel mio piccolo, ti farò anche un pò di promozione nella speranza e nel desiderio che i tuoi scritti suscitino quanto hanno fatto e continuano a fare in me anche ad altri cercatori. Spero un giorno passerai dalle parti di Como

  5. Grazie Paolo… un libro così ricco è sempre attuale. Condivido con Myriam: anch’io lo conserverò per i miei figli.

  6. “Come mi faceva notare un amico, da questo punto di vista il vangelo ci educa “male” e ci procura qualche guaio… Abituati ad avere relazioni profonde, a scrutare l’interiorità, a dialogare di senso della vita e di ricerca spirituale, diventa poi difficile godersi una cena fra conoscenti in cui si discute solo di automobili e calcio (per gli uomini) o di bambini e diete (per le donne)!” …
    Paolo, grazie di tutto, ma se dico tutto, mi sembra di non dire nulla:
    allora preferisco citare almeno una frase che mi ha fatto sorridere per la verità che ha dentro di sé.
    Io vivo questo ‘disagio’ che descrivi praticamente ogni giorno…
    non spero che sia convertito in altro, però.
    Solo ne prendo atto.
    Il resto poi.
    Io amo questo Signore così sorprendente…
    a volte troppo!
    Ma altrimenti con noi, se Lui non fosse così,
    che scelta avrebbe?

  7. Vorrei chiederti una cosa Paolo …Quando leggo i tuoi libri o i tuoi pensieri sul blog sento che sono per me, parlano allla mia persona, rispondono a domande che ho dentro……ma come fai?

  8. ho letto “incontri”…accidenti quanto è bello!!!!continua Paolo, fallo per tutti noi, non temere di ripeterti…io detesto arrivare alla fine dei tuoi libri perchè sono carichi carichi di ricerca, speranza, fatica, gioia, perdono, amore….insomma si tocca dio..per pochi attimi… è bellissimo. grazie!

  9. grazie!
    ho appena finito di leggere il tuo nuovo libro, come sempre profondo con semplicità!
    Non smettere mai. Nessuna fatica, nessun dubbio ti fermino.
    Il mio cuore, la mia mente, è come se si rinfrescassero nella lettura.
    Dai forza al mio credere. Dio ti ha regalato la capacità di arrivare al cuore. per questo lo ringrazio.
    Con affetto

  10. Ho letto il tuo libro e l’ho trovato stupendo, a tratti mi sono commosso, hai raggiunto lo scopo che, citando anche kakfa, ti eri prefisso. io sono uno di quelli che hanno avuto ed hanno ancora una visione forse distorta di Dio, che credono che esista sì, ma che sia “pericoloso e incomprensibile”, o meglio, severo e mediamente buono, che ci ami sì ma fino ad un certo punto, che per questo hanno sempre sofferto e non hanno mai potuto godere dell’abbandono al suo amore.
    Forse anche io sono stato influenzato da qualche parola sbagliata su peccato e dannazione che hanno “ingigantito” nella mia “anima sensibile questa follia”. E’ per questo che mi sono commosso leggendo nelle tue parole una critica netta a questa visione distorta di Dio.
    Mi sono commosso e ho gioito eppure….
    qualcosa ancora non mi convince….sembra tutto così bello: Dio mi ama alla follia, infinitamente, mi cerca, si preoccupa di me mi perdona sempre e se mi permette di rifiutare il suo amore è solo perché rispetta la mia libertà…detta così, in astratto, non fa una piega, ma nel concreto non mi soddisfa e continuo ad essere inquieto.
    Certo la samaritana, l’adultera, nicodemo, simone il fariseo e la peccatrice incontrando Cristo si sono convertiti e sono stati salvati, ma per alcuni di loro a cui è successo questo quanti ce ne sono che non fanno quel passo? Quanti, forse anche io o miei parenti o amici, non andremo mai al pozzo, non saliremo sull’albero, rifiuteremo l’invito a cena di Gesù o semplicemente non avremo la forza o il coraggio di cambiare? Che sarà di noi allora? Che fine farà quell’amore così immenso e smisurato di Dio? se la samaritana non avesse voluto parlare con Gesù al pozzo o se Zaccheo si fosse stufato di aspettare sull’albero, non avrebbe potuto Dio amarli e salvarli lo stesso?
    E’ in questo che dubito della bontà smisurata di Dio, del suo amore incondizionato….è in questo che vedo un limite insuperabile alla mia fede, e per superare questo limite non mi basta aggrapparmi alla libertà, che sembra come una regola alla quale Dio deve sottostare suo malgrado, come se dicesse “sì io vorrei salvarvi tutti ma c’è questa cosa della libertà che non me lo permette proprio scusatemi”.
    E poi libertà di cosa? Di peccare sì, di avere sette mariti, di rubare, frodare, uccidere sì, ma chi è che liberamente sceglierebbe di soffrire per l’eternità se potesse? E come si fa a scegliere la dannazione se non si crede nemmeno nell’esistenza di Dio?
    La mia visione di Dio e quella di molti altri allora sarà forse folle, “ambigua e demoniaca”, e alcune predicazioni l’avranno forse accentuata, ma non pensi che ci sia più di un valido motivo per farsi queste idee?
    A partire dal Vangelo, in cui Gesù non va tanto per il sottile e chiama le cose con il loro nome…io leggendo la parabola del ricco epulone per esempio, questo Dio infinitamente buono proprio non lo riconosco; chiede anche pietà per le torture che sta subendo ma gli viene negata…altro che libertà?? se potesse fuggirebbe da quel posto, ma non può…è una vera e propria punizione (un ergastolo)!! così come nella parabola dei talenti: “gettate questo servo inutile nelle tenebre di fuori. Lì sarà il pianto e stridore di denti”: non è che gli viene chiesto, se vuoi andare fai pure e stai tranquillo che non succede niente, no no, prendetelo e gettatelo nelle tenebre a soffrire; o se leggi l’atto di fede: “E credo in Gesù Cristo, Figlio di Dio, incarnato, morto e risorto per noi, il quale darà a ciascuno secondo i meriti, il premio o la pena eterna”: sì Gesù è morto e risorto per noi, però poi darà a ciascuno quello che si merita, come qualsiasi giudice, giusto ma sempre giudice. O ancora, se ascolti i messaggi della Madonna di Medjugorie, è preoccupata per quelli che si perdono, invita alla preghiera, al digiuno, alla conversione perché altrimenti il rischio si sa qual è.
    E tutti quelli che non pregano, che non digiunano, che vivono nel peccato, che non si convertono, non dovrebbero essere lo stesso degni dell’amore (qui e nel giorno del giudizio) di Dio? O scoprirò magari un giorno che quel Dio che mi dici essere infinitamente buono ha trattato mio fratello o la mia vicina o un compagno di scuola o me come il servo infedele della parabola? Perché io mi dispiace, ma ad un Dio così non riesco proprio ad abbandonarmi, sarà buono, sarà giusto ma sempre giudice è, e la pena che ha previsto per chi non crede in lui è davvero troppo grande, troppo spietata per conciliarsi con un amore infinito.

    1. Molto più complesso di così, Luca! La libertà c’è, ed è pesante. Ma siamo chiamati a riconoscere in questa nostra libertà la pienezza e la bellezza cui siamo chiamati. Esiste solo un modo per funzionare bene, se usi un phon per cucinare succede un pasticcio… Il ricco epulone prega Abramo che è sconfortato ma non può fare nulla: l’abisso che li separa è il ricco ad averlo scavato nella sua vita! Chi non ama e pecca eccetera si distrugge da solo e, certo, Dio continua a richiamarlo alla vita ma non si impone. Dio non è un dittatore, nemmeno della’amore!
      Trovo straordinaria la libertà che abbiamo.

  11. Caro luca, è certo, anche se Dio ti fosse davanti non proverebbe neppure ad obbligarti a credergli, tantomeno a convincerti. La Fede, l’Amore non è un obbligo è solo una scelta, una libera, liberissima scelta. Se io decido di seguire Gesù, ascoltare la Sua Parola e metterla in pratica, è sicuro che non lo faccio per paura del Giudizio finale, lo faccio semplicemente perché ho fede in quest’uomo, perché amo quest’uomo; e quando si ama e si ha fiducia in qualcuno non ci sono se, non ci sono ma, si ama e basta; quando si tiene a qualcuno non ci si riserva niente, neppure un angolino smussato, l’oblazione è completa.
    Decidere….., non decidere……, non ci sono scuse, se credi e hai fede, non c’è nulla che ti tenga, fai tutto: scendi dall’albero, vai al pozzo, aiuti il povero, ami i nemici e preghi per loro, se hai rubato restituisci quattro volte tanto, cerchi di compiacere al tuo padrone, porgi l’altra guancia, fai volentieri due miglia invece di un miglio obbligato, oltre al mantello doni anche la tunica, non giudichi, non menti, sei paziente, tutto scusi, tutto copri, doni perfino la tua vita pur di salvarne un’altra………..; se non hai fede è ovvio che tu debba dire a cosa serve tutto ciò? Non avere paura, non devi credere per forza, non ci sono fucili puntati, nessuno ti porta alla gogna, ma……….beh, forse un giorno capirai.
    Auguri amico.

    1. Ciao e grazie per la risposta.
      Che dire, beata te che hai questo slancio e tutte queste certezze, io ho solo dubbi e inquietudini. Quello che dici sull’amore è bellissimo, ma tu parli di un rapporto già iniziato, di un amore già nato tra te e Dio. Parli come un’innamorata che come tale è stata già conquistata dal suo amante, mentre io non ne sono per niente innamorato, e non lo sono perché non mi sento amato da un Dio così e non sentendomi amato sono come morto; però non posso nemmeno far finta di niente perché bene o male credo che Dio esista e allora, se non altro per timore, non riesco a dire “chi se ne importa”. I fucili puntati e la gogna io me li sento dentro tutti i giorni, in questa strada senza uscita in cui non riesco a credere ed ho paura di non credere. I motivi per cui non riesco a credere sono quelli che ho scritto sopra e, nonostante mi sforzi, non riesco proprio a conciliare la misericordia e l’amore infinito di Dio con la sofferenza eterna. Riservata poi a chi? A chi rifiuta Dio, si dice. Ma che vuol dire rifiutare Dio? Mio fratello per esempio non è credente, non è praticante, è sposato solo civilmente; mio padre nemmeno crede, ho colleghi di lavoro che non vanno mai a messa, non si confessano; amici che vivono “tranquillamente” la loro vita senza nemmeno pensare a Dio, a prescindere da Dio; conosco persone che bestemmiano ed altre che sono di religione musulmana, quindi non battezzati, o atei; ho conosciute persone distrutte dalla droga, che hanno vissuto di reati per tutta la vita, e altre che si sono suicidate. Sono questi quelli che rifiutano Dio? Perché questa è gente normale, non sono mostri, sono come molti credenti, come me e anzi spesso meglio di me. Certo, si dirà, se crederanno, se si pentiranno, anche loro saranno salvi. Certo, se si pentono…ma io mio fratello lo vorrei in cielo anche se non si pente, anche se non crede e vive “nel peccato”; e sicuramente mia madre che lo ama non si sognerebbe mai di condannarlo a soffrire, qualsiasi cosa abbia fatto. Però secondo la religione cristiana, secondo il catechismo della Chiesa Cattolica, secondo il Vangelo, secondo i preti, secondo i messaggi di Medjugorie, chi muore in peccato mortale senza pentirsi se ne va giù! Anzi, ha detto pure la Madonna nei suoi messaggi, di pregare per chi non conosce Dio perché non sanno quello che li aspetta dopo; tra parentesi, mi domando perché mai uno dovrebbe fare un pellegrinaggio a Medjugorie per sentirsi dire certe cose che non sono certo rassicuranti. Non occorre nemmeno la volontà di rifiutare Dio, quindi, basta anche la sola colpa, l’ignoranza. Se tutto questo è vero, cara Federica, come posso credere o sentirmi amato da questo Dio??? Come posso dare la tunica, amare il prossimo, scusare e coprire tutto, se poi Dio non fa così con chi muore nel peccato, se forse non farà così anche con me, con mio fratello o con qualche mio amico?? Al massimo posso avere timore di questo Dio, ma mai sentirmi amato da Lui, perché mi sento amato fino ad un certo punto e così o niente se si parla di Dio è la stessa cosa. E mi dispiace, perché la parte “positiva” del messaggio di Dio è bella e vera, però c’è questo tremendo rovescio della medaglia che rovina tutto…scusate per lo sfogo

      1. Tu non sai chi è che ti ha chiesto da bere e non sai che cosa Dio può darti per mezzo di lui. Se tu sapessi, saresti tu a chiederglielo, ed egli ti darebbe acqua viva”.
        “se uno beve dell’acqua che io gli darò, non avrà mai più sete; l’acqua che io darò diventerà per lui sorgente per l’eternità”.
        La Samaritana ha avuto cinque mariti, e l’ultimo non è suo marito, eppure ha creduto e si è fatta portatrice del messaggio. Non ti dice niente questo? Gesù prima di essere amato, ama; ma da mendicante chiede da bere. E se tu sapessi chi ti chiede da bere, saresti tu stesso a chiedere a Lui l’acqua viva. I tuoi, caro amico Luca sono solo ragionamenti umani; le vie di Dio non sono le nostre vie. Dio guarda al cuore, così come Gesù ha guardato alla potenzialità della Samaritana; donna di poco conto davanti agli uomini ma grande davanti a Dio.
        Ti ho già detto e lo ribadisco, Dio non vuole la conversione forzata, sarebbe una condanna; Lui vuole la sincerità e la trasparenza del cuore, prima verso se stessi e poi nei confronti di tutti coloro che si incontrano sul cammino della vita. Nella giustizia umana se si sbaglia si paga non sempre quanto si dovrebbe ma la pena va scontata; e perché non dovrebbe essere così anche nella Giustizia Divina? Ci sono delle regole che governano l’Universo. E che tu sia Cristiano, Musulmano o cosa, stanne certo, per tutti è lo stesso. In punto di morte ti sarà chiesto cosa e quanto hai amato nella vita. Se tu hai amato la tua superbia, il tuo egoismo, i tuoi idoli, beh! Non c’è Dio che tenga……ma……..e c’è sempre quel ma……nulla è impossibile a Dio. Nel momento del trapasso sarai obbligato a scegliere da che parte stare, io ti suggerisco di scegliere Gesù.

        1. “Nella giustizia umana se si sbaglia si paga non sempre quanto si dovrebbe ma la pena va scontata; e perché non dovrebbe essere così anche nella Giustizia Divina?”.
          Prima mi dici che faccio ragionamenti umani e poi mi chiedi perchè mai la giustizia divina non dovrebbe essere come quella umana…comunque,perchè mai? forse perchè altrimenti non avrebbe nulla di speciale questo Dio, perchè mi sarei aspettato qualcosa di più da Lui, perchè da un giudice (umano o divino) mi sento giudicato e ho paura (avendo anche molte colpe), da Dio vorrei sentirmi amato, perchè una volta mia madre mi ha detto “io ti vorrei bene anche se fossi un delinquente” mentre un giudice se fossi un delinquente mi darebbe una bella pena. una differenza mi piaceva pensare che ci fosse, una grande, immensa differenza, che mi riempiva il cuore, ed invece, come dici tu, forse non c’è…

          1. Hai detto bene Luca: “Forse”. Ti ho portato l’esempio della Samaritana, ma tu non hai voluto cogliere il pensiero. Sicuramente, Dio ti ama, così come ama tutti, ma non possiamo pretendere la Misericordia solo perché Dio è Buono, senza muovere un dito. Dio è Padre, ma che Padre sarebbe se concedesse sempre tutto a tutti senza educare? Vuoi che Dio ti ami, ma di tuo cosa ci metti?
            E volgendosi verso la donna, disse a Simone: “Vedi questa donna? Sono entrato nella tua casa e tu non m’hai dato l’acqua per i piedi; lei invece mi ha bagnato i piedi con le lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli. Tu non mi hai dato un bacio, lei invece da quando sono entrato non ha cessato di baciarmi i piedi. Tu non mi hai cosparso il capo di olio profumato, ma lei mi ha cosparso di profumo i piedi. Per questo ti dico: le sono perdonati i suoi molti peccati, poiché ha molto amato. Invece quello a cui si perdona poco, ama poco”. Poi disse a lei: “Ti sono perdonati i tuoi peccati”.
            Spero che almeno da questo brano del Vangelo di domenica scorsa tu possa coglierne il messaggio.

  12. Dio ti parla, sempre, in ogni modo, anche se non sali sull’albero e non vai al pozzo, anche se Gli passi davanti e non Lo degni di uno sguardo. Leggevo da qualche parte che Dio ha bisogno del silenzio per parlare, perché Lui sussurra così nessuno è costretto ad aver udito.
    Io non posso non amare uno così, mi schianta il cuore questa delicatezza. E se il Suo amore è così, immagino che non sarà Lui a giudicare, sarà la nostra vita a farlo da sé…perché la vita ha una sua logica, la mia volontà scrive la storia, le mie scelte dentro o aldifuori dell’amore determinano il finale.
    Dio ci riconosce sempre la dignità di uomini adulti: è questa la Sua libertà

  13. La parabola del ricco epulone e del povero Lazzaro contiene una profezia che si realizzarà con la successiva risurrezzione di Lazzaro, e poi con quella di Gesù. L’uguaglianza dei due nomi nei due episodi rafforza l’aspetto ricorsivo, speculare della situazione tipica di altri eventi narrati nel Vangelo. Del resto la morte di Gesù sarà determinata dalla risurezzione di Lazzaro. Cfr. Ebook (Amazon) di Ravecca Massimo: Tre uomini un volto: Gesù, Leonardo e Michelangelo.

  14. La risurrezione di Lazzaro realizza la profezia di incredulità contenuta nella precedente parabola di Lazzaro e il ricco epulone e determina contemporaneamente la futura morte e risurrezione di Gesù in un processo ricorsivo, speculare che si incontra anche in altri punti del Vangelo. Cfr Ebook (amazon) di Ravecca Massimo: Tre uomini un volto: Gesù, Leonardo e Michelangelo.

  15. Gesù di Nazaret, Leonardo da Vinci e Michelangelo Buonarroti avendo avuto un intelligenza simile, non uguale, basata su procesi ricorsivi, giochi di specchi, hanno avuto un volto simile verso il termine della loro vita. L’autoritratto di Leonardo assomiglia al ritratto di Michelangelo di Daniele da Volterra, e l’autoritratto di Leonardo assomiglia al volto sindonico (negativo). Gesù modello del genio e volto archetipo.

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Article by: Paolo

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