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Christus regnat

 

Mi ha sempre inquietato l’ultima domenica dell’anno liturgico. Per la forza destabilizzante della provocazione, soprattutto quando, come accade nell’anno di Luca, il vangelo che si legge è quello della crocifissione. La Chiesa celebra la regalità di Cristo o, come recita pomposamente la dicitura sul Messale, la Solennità di Gesù Cristo re dell’Universo.
Era l’ora, finalmente, ci mancava. Le istituzioni degli uomini vacillano, le ansie stringono il cuore di tutti, credenti o meno, non ci dispiacerebbe un bel finale della storia con l’arrivo dei nostri, come nei film western degli anni Sessanta.
Cristo re.
Ma dove?

Le ragioni per scoraggiarsi non mancano, e la fragile storia fatta di armi e di violenza, continua a dettare legge. Non è cambiato molto in questi duemila anni di cristianesimo, il Regno sembra essere un bel progetto rimasto sulla carta, un afflato spirituale di qualche sognatore.
La festa di Cristo re, invece, è una provocazione alla nostra tiepida fede, che sfida la nostra fragile contemporaneità, il nostro cristianesimo miope, fatto di piccoli progetti.
Cristo è re, significa dire che Lui avrà l’ultima parola sulla storia, su ogni storia, sulla mia storia personale. Dire che Cristo è re, significa non arrendersi all’evidenza della sconfitta di Dio e dell’uomo, credere che il mondo non sta precipitando nel caos, ma nell’abbraccio tenerissimo e gravido del Padre. Dire che Cristo è re, significa creare spazi di rappresentanza del Regno là dove stiamo vivendo la nostra vocazione alla vita, piccoli spazi pubblicitari per dire agli smarriti di cuore: ecco, Dio vi ama.
Questa è la festa in cui le comunità guardano avanti, al di là e al di dentro dei nostri limiti e dei nostri sforzi perché, sempre, il metro di giudizio del nostro essere Chiesa è la realizzazione del Regno.
Peggio: la regalità di Gesù è una regalità che contraddice la nostra visione di Dio.
Perché questo Dio è più sconfitto di tutti gli sconfitti, fragile più di ogni fragilità. Un re senza trono e senza scettro, appeso nudo ad una croce, un re che necessita di un cartello per essere identificato.
Ecco: questo è il nostro Dio, un Dio sconfitto.
Non un Dio trionfante, non un Dio onnipotente, ma un Dio osteso, mostrato, sfigurato, piagato, arreso, sconfitto.
Una sconfitta che, per Lui, è un evidente gesto d’amore, un impressionante dono di sé.
Un Dio sconfitto per amore, un Dio che – inaspettatamente – manifesta la sua grandezza nell’amore e nel perdono. Dio – lui sì – si mette in gioco, si scopre, si svela, si consegna.
Dio non è nascosto, misterioso: è evidente, provocatoriamente evidente; appeso ad una croce, apparentemente sconfitto, gioca il tutto per tutto per piegare la durezza dell’uomo.
Gesù è venuto a dire Dio, a raccontarlo. Lui, figlio del Padre ci dona e ci dice veramente chi è Dio. E l’uomo replica. “No, grazie”. Forse preferiamo un Dio un po’ severo e scostante, sommo egoista bastante a se stesso, potente da convincere e da tenere buono.
Forse l’idea pagana di dio che ci facciamo ci soddisfa maggiormente perché ci assomiglia di più, non ci costringe a conversione, ci chiede superstizione; non piega i nostri affetti, solo li solletica.

Il popolo stava a vedere; i capi invece lo deridevano dicendo: “Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l’eletto”. Anche i soldati lo deridevano, gli si accostavano per porgergli dell’aceto e dicevano: “Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso”. Sopra di lui c’era anche una scritta: “Costui è il re dei Giudei”.
39Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: “Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!”.

La chiave di lettura del vangelo di Luca, proposto nell’anno C, è tutta in quell’inquietante affermazione della folla a Gesù: “Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso”. Frase che Luca fa dire anche ai sacerdoti e ai soldati pagani: tutti concordano nel ritenere un segno di debolezza il dover dipendere dagli altri.
Il potente, così come ce lo immaginiamo, è colui che salva se stesso, può permettersi di pensare solo a sé, ha i mezzi per essere soddisfatto, senza avere bisogno degli altri.
Dio è ciò che non possiamo permetterci di essere, il più potente dei potenti, che può tutto, che non ha bisogno di niente e di nessuno, beato lui! Per dimostrare di essere veramente Dio, Gesù deve mostrarsi egoista perché, nel nostro mondo piccino, Dio è il Sommo egoista bastante a se stesso, beato nella sua perfetta solitudine. Dio diventa la proiezione dei nostri più nascosti e inconfessati desideri, è ciò che ammiriamo nell’uomo politico riuscito, ricco e sicuro, allora cerchiamo di sedurlo, di blandirlo, di corromperlo.
No, il nostro Dio non salva se stesso, salva noi, salva me.
Dio si auto-realizza donandosi, relazionandosi, aprendosi a me, a noi.

I due ladroni – infine – sono la sintesi del diventare discepoli. Il primo sfida Dio, lo mette alla prova: se esisti fa che accada questo, liberami da questa sofferenza, salva te stesso (di nuovo!) e noi, e me. Concepisce Dio come un re di cui essere suddito.
Ma a certe condizioni, ottenendo in cambio ciò che desidera: una redenzione in extremis. Non ammette le sue responsabilità, non è adulto nel rileggere la sua vita, tenta il colpo. Non è amorevole la sua richiesta: trasuda piccineria ed egoismo. Come – spesso – la nostra fede. Cosa ci guadagno se credo?
L’altro ladro, invece, è solo stupito. Non sa capacitarsi di ciò che accade: Dio è lì che condivide con lui la sofferenza. Una sofferenza conseguenza delle sue scelte, la sua. Innocente e pura quella di Dio. Ecco l’icona del discepolo: colui che si accorge che il vero volto di Dio è la compassione e che il vero volto dell’uomo è la tenerezza e il perdono. Nella sofferenza possiamo cadere nella disperazione o ai piedi della croce e confessare: davvero quest’uomo è il Figlio di Dio.

Che re, sbilenco, amici. Un re che indica un altro modo di vivere, che contraddice il nostro “salvare noi stessi” per salvare gli altri o – meglio – per lasciarci salvare da Lui.
Siamo onesti, amici: lo vogliamo davvero un Dio così? Un Dio debole che sta dalla parte dei deboli? È questo, davvero, il Dio che vorremmo? Di quale Dio vogliamo essere discepoli? Di quale re vogliamo essere sudditi?
Non date risposte affrettate, per favore, altrimenti ci tocca convertirci.

Category: ParolePensieri

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10 comments

  1. Hai ragione, Paolo: se dico di si, se decido di seguirlo mi tocca convertirmi…
    e questo mi spaventa, ma allo stesso tempo mi sento attratta da Lui, dalla Sua Parola, non ne posso fare a meno.
    A volte fa male, ma credo che questo vuol dire che fa bene: se mi sento scuotere dentro e vedo tutta la mia fragilità, la mia povertà, poi tocca a me affidare a lui quello che sono, e decidere ancora di provarci a seguirlo, e quel dolore è necessario perchè mi fa capire cosa non va in me e che Lui può donarmi la forza di convertire. In un certo senso non è Lui che mi converte?!

  2. tutto giusto..peccato che in questa domenica abbiamo meditato sul Cristo Re dell’anno B…che è in realtà trionfante di fronte a Pilato!

  3. E’ vero, è un Dio che si è fatto servo per Amore, vittima per Amore, ma che servo e che vittima! Lo fa per un Fine, già previsto nel momento della creazione, nella sua grande, immensa onnipotenza, onnivegenza, onnisapienza, molto, ma molto più grande del dolore; il suo mistero, ricco di significati che solo in millesima parte possiamo cogliere, nasconde i perché della storia e del male, nasconde la bellezza del bene che tutelano gelosamente i santi e gli angeli.

    1. Grazie Gabriella, bellissimo pensiero, ma se lo vogliamo, solo se lo vogliamo, dipende esclusivamente dalla nostra volontà, anche noi possiamo essere santi e angeli.

  4. Dio non è un Mago. Non cambia le cose, i fatti, le persone. Non è il mio Mastino con cui faccio paura ad altri. Dio è qui vicino a me e mi ama e mi assiste in ogni secondo ascolta il mio cuore ed il mio respiro e protegge le mie scelte di vita qualsivoglia esse siano nella gioia e nel dolore … sempre … questo è il mio Re e dinanzi a Lui mi inchino sempre, gli affido tutti i miei turbamenti ed i miei limiti ….

  5. Sì, Michaela, hai ragione…la via della santità è per tutti, ma occorre riflettere sulla tendenza, piuttosto diffusa, di sforzarsi per realizzare la santità con le proprie forze, autodisciplinandosi, imponendosi delle regole, mettendo a punto dei buoni propositi. Nel momento in cui ci imponiamo o ci proponiamo di fare qualcosa o di agire in un certo modo, puntualmente falliamo, perché il cristianesimo non è una religione del “fare”, ma una relazione basata sul “credere”. Noi crediamo che Gesù ci ha salvati, che il suo essere tra noi, umile e immenso, ha comportato metterci nella Sua Via, credere al suo amore infinito, che senza Cristo non c’è salvezza e che senza di Lui non possiamo portare frutto.

    Giovanni 7:38 Chi crede in me, come ha detto la Scrittura, da dentro di lui sgorgheranno fiumi d’acqua viva».

    1. Cara Gabriella, tu scrivi : “senza Cristo non c’è salvezza e che senza di Lui non possiamo portare frutto”
      E concordo, perchè Gesù dice: “Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla” (Gv 15,5).
      E’ solo rimanendo in Lui che si porta frutto, ma è pur vero che senza di noi Gesù non ci può salvare; e Sant’Agostino ci ricorda: “Colui che ti ha creato senza di te non farà nulla per salvarti senza di te.”
      E ancora tu scrivi: “Nel momento in cui ci imponiamo o ci proponiamo di fare qualcosa o di agire in un certo modo, puntualmente falliamo, perché il cristianesimo non è una religione del fare”
      E qui non concordo, perchè dopo aver letto il Vangelo, pregato e meditato, si deve passare all’azione, credere e basta non serve a nulla, anche il demonio crede in Dio.
      E per concludere: “Vorrei farvi riflettere su un punto fondamentale, che ci mette di fronte alle nostre responsabilità di coscienza. Nessuno può scegliere per noi: Il grado supremo della dignità degli uomini consiste in questo: da se, e non per intervento di altri, possono dirigersi al bene [S. Tommasso D’Aquino, Super Epistolas S. Pauli lectura. Ad Romanos, cap. II]. Molti di noi hanno ereditato dai genitori la fede cattolica e, per grazia di Dio, da quando abbiamo ricevuto il battesimo, poco dopo la nascita, è incominciata la vita soprannaturale nell’anima. Ma nel corso della nostra esistenza — e anche nel corso di ogni nostra giornata — dobbiamo rinnovare la decisione di amare Dio al di sopra di tutte le cose. È cristiano, voglio dire, vero cristiano, colui che si sottomette all’autorità dell’unico Verbo di Dio, senza dettare condizioni. pronto a resistere alla tentazione diabolica con lo stesso comportamento di Cristo: Adora il Signore Dio tuo, e a lui solo rendi culto [Mt 4, 10].
      28 L’amore di Dio è geloso; non lo si soddisfa se ci presentiamo all’appuntamento patteggiando condizioni: Dio attende con impazienza che ci diamo del tutto, senza conservare nel cuore degli angolini bui, ai quali non arrivano il piacere e la gioia della grazia e dei doni soprannaturali. Forse qualcuno può pensare: rispondere affermativamente a un Amore tanto esclusivo, non significa perdere la libertà?……… (dalle Opere di Josemaria Escrivà fondatore dell’Opus Dei).

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Article by: Paolo

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