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Ravel 2.0

Ho portato Jak a musica, si stanno preparando ad un piccolo saggio nel suo corso di propedeutica. Un piccolo percorso per fargli apprezzare la bellezza del suono e, grazie al suo maestro e ai suoi compagni, mi sembra che l’obiettivo sia stato centrato.

L’Istituto musicale è dietro la Cattedrale e decido di fermarmi lì per pregare un momento e per lavorare mentre aspetto che esca: ho una consegna per metà giugno e non posso permettermi il lusso di perdere un’ora, visto l’insieme degli impegni. Quando sono in viaggio c’è poco spazio mentale e allora ne approfitto quando sono nella mia tana.

Sono anche curioso: hanno appena inaugurato la nuova cappella feriale restaurando una cappella laterale dedicata alla Madonna, neogotico ottocentesco, niente di che, ma so che sono capaci di far diventare belle anche le opere minori. Infatti non resto deluso e mi fermo in preghiera per qualche momento. Poi mi siedo fra i banchi della grande Cattedrale: dominata, al centro, dal gigantesco crocifisso quattrocentesco, in fondo le vetrate originali gotiche illuminano la penombra delle navate. Davanti all’altare stanno provando un gruppo di giovani: stasera fanno il concerto di fine anno. Sono gli allievi del nostro Istituto, quello in cui va Jakob, e questa è loro orchestra. Apro il portatile mentre la direttrice, una giovane studentessa, fornisce gli ultimi avvisi: gli archi, i legni, i fiati… ci sono proprio tutti.

Iniziano qualche battuta: Beethoven. Bene. sono proprio bravi. Sono costantemente distratto dalla musica che inonda tutta la chiesa: le volte gotiche creano un effetto riempitivo impressionante. Quando gli orchestrali calcano i “forte” della partitura mi vibra anche la cassa toracica. Wow. Un regalo inatteso, direi.

Continua così per un’ora: io che scrivo di Dio, loro che suonano. Un concerto privato, di fatto.

Il potere della musica è straordinario, non c’è che dire.

Osservo i ragazzi che suonano, tutti adolescenti, qualche universitario, forse. Vestiti come gli altri giovani:  i ragazzi più carini tutti pettinati da saga Twilight, le ragazze con i loro jeans strappati e i tatuaggi al polpaccio. Sono buffi vestiti così, con i loro percing e il loro fare alternativo. Uno dei contrabassisti ha un improbabile ciuffo viola, di quelli che si usavano quand’ero giovane io. Eppure eccoli, attenti alla partitura, tesi nella discreta direzione della loro coetanea, a eseguire musica di giovani come loro, morti da duecento anni.

Uguali a loro, nel desiderio di inseguire la bellezza. Tutti identici, tutti assetati.

Sorrido, tanto. Quanto è bella la vita. Quanto è simpatico Dio. Quanto sono belli i giovani.

Spero non leggano i quotidiani, per non cadere nello sconforto, bollati come sono, vittime innocenti di adulti che non hanno saputo dar loro un mondo decente. Poco importa, eccoli, illuminati dalla luce radente del sole che entra da una finestra laterale, creando un effetto scenografico degno di un film.

Prego per loro, così, per caso. Abbiano luce e pace e realizzino i loro sogni, conoscendo Dio.

La direttrice alza la bacchetta: una battuta di silenzio. Poi iniziano i corni, una melodia struggente.

La pavane di Ravel.

Category: Diario personale

18 comments

  1. Straordinaria la maestria di questo scrittore nel descrivere la scena. Mentre leggevo ero accanto a lui, respiravo la stessa musica e avvertivo le stesse emozioni. Grazie!!!

  2. qualche settimana fa, seduta ad un bar, all’aperto, mentre aspettavo mio figlio che era in piscina, ho vissuto un simile momento di pura poesia/di/momenti. Bellissimo.
    Come questo.

    Una scena intensa e bella come questa vissuta da Paolo,
    si’, si tratta di attimi che si incidono in chi li racconta e in chi li legge, e’ vero Barth! sembra di essere li’ con Paolo leggendo!
    e pero’ scusate… la mia privacy… e non posso descrivervi compiutamente i momenti miei… mi dispiace,
    comunque
    la mia “musica” erano parole, (sono le parole le note che sempre mi fanno vibrare di piu’, che mi scuotono dentro… sempre per me la musica e’ fatta di sole parole!, ) ed era una melodia intensissima e incredibilmente vera di uno scrittore che mi piace tanto e che mi sta accompagnando da un po’.
    Le sue note/parole risuonavano solo dentro di me, (e pero’ sono certa che se qualche persona amica mi si fosse avvicinata abbastanza, quanto si puo’ avvicinare una persona amica ad un’altra senza venir considerata indiscreta, certo avrebbe potuto sentirmi ballare dentro o cantare!) ma le parole che solo io sentivo bastavano a riumpire ogni spazio intorno a me … anche i tavoli dei miei vicini i loro bicchieri, e gli alberi intorno e le aiuole di fiori freschissimi, e il mio caffe’… e le speranze che pensavo per i giovani – numerosissimi, come ne vedo solo qui dove vivo – atteggiati e vestiti anche loro in molti modi strani: i giovani sono uguali dappertutto… qualunque cosa indossino… i loro abiti profumano di desiderio…
    E parlando di giovani…
    Anche io ho un desiderio per loro: io vorrei che tutti leggessero di piu’: l’autore che stavo leggendo io, magari! o qualche libro di Paolo; e certamente i classici, e pure i quotidiani, perche’ no?!
    ma vorrei che qualcuno li aiutasse a rendersi conto di quello che leggono! La scuola, i loro insegnanti, la loro stessa capacita’ critica frustrata e spesso stimolata e indirizzata verso altri piu’ banali interessi … e poi vorrei pure che coloro che scrivono sui nostri quotidiani capissero bene la responsabilita’ che hanno nel controllo del potere, nella formazione delle coscienze, nella partecipazione a determinare le priorita’ del paese, dei paesi, del mondo intero.
    Nella costruzione del bene comune.
    L’agenda del mondo scritta sui nostri quotidiani e’ spesso violenta triste provinciale e meschina.
    E non e’ uno spettacolo per ragazzi … sono d’accordo.

    Forse la musica e le letture, e chissa’! magari anche la preghiera e la fede, possono ridar loro le emozioni e la carica che non trovano in altri aspetti della nostra febbricitante societa’.
    Hai fatto bene a pregare per loro Paolo, anche solo “per caso”, spargendo preghiere e pensieri buoni per loro… occorrerebbe che lo facessimo tutti. Per il futuro di tutti.

    Tra 20 anni ci saranno altri seduti li’ al tuo posto, forse proprio quel ragazzo col ciuffo viola di quando eravamo ragazzi noi, e se si siede dov’eri seduto tu… che preghi anche lui per i figli del mondo, come tu hai pregato per lui.
    Finche’ tutto avra’ fine.

  3. Forse è proprio per questo che Dio si è sempre fidato degli adolescenti, perché anche se non lo sanno sono carichi di infinite potenzialità.
    L’altro giorno ho lasciato un foglietto sulla scrivania di mia figlia sedicenne, era una frase di Turoldo: Ogni giorno che sorge è un giorno che nessuno ha mai visto e in cui tutto può cambiare (cito a memoria). Poi l’ho visto attaccato nella sua bacheca, riportato nel suo diario; ha recepito il messaggio. E io ho sentito che quello che in fondo mi chiede sono fiducia e fermezza.

  4. Ilaria mi guardò con un’espressione seria. Era un po’ che non ci vedevamo e quasi per caso ci ritrovammo seduti sulla stessa panchina nel cortile della Facoltà. Nel gennaio del 1992 eravamo entrambi iscritti al secondo anno di Giurisprudenza. Parlammo delle difficoltà tipiche di chi come noi, ex alunni del liceo classico, si cimenta per la prima volta nello studio del diritto. Ilaria era molto brava: aveva già sostenuto tutti gli esami del primo anno. Io, invece, solo due! Ci conoscevamo da tempo visto che avevamo frequentato alle Superiori la stessa classe. “Adesso va meglio!”, disse rispondendo alla mia domanda sulle sue condizioni di salute. Aveva lo sguardo segnato da un velo di tristezza mentre mi confidava: “sto continuando a fare le cure ma il male ora è sotto controllo!”. Ero contento di vederla in apparente buona salute. Nell’ultimo anno di liceo le era stato diagnosticato un tumore. Era stata operata e ricoverata per lungo tempo ma aveva, comunque, avuto lo stesso la forza di studiare per sostenere l’esame di maturità. Andò bene ma se fosse stata in salute avrebbe di certo avuto un voto migliore! Quando tornò in classe dopo l’operazione neppure feci molto caso alle sue precarie condizioni: sì, era un po’ pallida ma il buonumore era sempre lo stesso. A diciotto anni – quanti ne avevo all’epoca – non pensavo di certo alle malattie. La prospettiva che avevo era un’altra, forse anche un po’ superficiale!

    “Sono contento che stai meglio!”, gli dissi un po’ imbarazzato per aver toccato un argomento così delicato. “Sto preparando l’esame di Diritto Amministrativo!”, mi fece, finalmente sorridendo. “Caspita!”, soggiunsi sconfortato, “io ho sostenuto solo due esami del primo anno e tu stai già per dare quello più difficile del secondo!”. Sapevo che era brava dalle notizie su di lei che sporadicamente mi arrivavano dai nostri comuni amici. “Grande Ilaria!” – pensai – “nonostante tutto vai a gonfie vele con gli esami!”. Al suo confronto mi sentivo ancora di più uno sfaticato! Ci salutammo perché io dovevo andare ad una lezione. Per alcuni mesi non la rividi né ebbi notizie sul suo conto. Alla fine di giugno mi chiamò al telefono Leonardo, il mio compagno di banco delle Superiori che non mancò negli anni che passammo vicini di sedia di sottolineare quanto fosse più bravo di me nelle traduzioni dal latino… e non solo! “Ilaria sta male”, mi disse brutalmente, “è ricoverata all’Ospedale Silvestrini. Io domani pomeriggio passo a trovarla. Vieni anche tu?”.

    L’indomani Leo passò a prendermi con la sua macchina e mi aggiornò, strada facendo, sulle condizioni della nostra comune amica. Il tumore si era ripresentato di nuovo, più rabbioso che mai. Giunti a destinazione, attraversammo il lungo e deserto corridoio dell’Ospedale. La giornata la ricordo radiosa nonostante mi tremassero i polsi della mani per l’angoscia di non sapere ciò che mi aspettava. Leonardo salutò lo zio di Ilaria che si riposava seduto in sala d’attesa. I due si conoscevano, segno che quella non era la prima volta che il mio amico veniva a trovare Ilaria in Ospedale. “I medici dicono che sta molto male”, ci riferì sconsolato quell’uomo, “ha una rara forma di tumore allo stomaco… dicono che aggredisce direttamente le pareti esterne; l’unica speranza è che l’organismo riesca ad assuefarsi al male ed a convivere con esso!”. Non dicemmo nulla: quella era l’ultima illusione a cui i parenti di Ilaria si potevano ancora aggrappare per allentare l’angoscia che li divorava! Entrammo. Ilaria era seduta sul letto, appoggiata con la schiena a due cuscini che la tenevano sollevata. Era ripiegata su un fianco, spenta e pallida. Ci vide ed abbozzò un saluto. Mi prese un colpo. Mi sentii avvampare il viso. Non controllavo l’espressione della mia faccia, esterrefatta. Era irriconoscibile, quel rimasuglio di ossa e carne che assomigliava più poco alla mia amica. Leonardo indovinò la mia difficoltà e subito si affrettò a dire ad Ilaria: “Hai visto chi ti ho portato?”. La mamma di lei, intanto, indaffarata sia aggirava intorno al letto della figlia: ora gli sistemava il cuscino, ora le coperte oppure gli porgeva il bicchiere d’acqua con la cannuccia. Al collo Ilaria aveva una vistosa fasciatura da cui usciva il sondino della alimentazione parenterale. Non mangiava più ma si sforzava ugualmente di ingoiare un cracker con sopra spalmata della marmellata che la sua mamma le aveva offerto da un vassoio: piccoli gesti di normalità con cui cercare di rendere più umana quella sofferenza. Parlammo per l’ultima volta io ed Ilaria, lei prendendomi in giro per la mia goffaggine. Anche il Leo si unì a lei nel canzonarmi, allentando così l’ansia che stringeva i volti dei presenti nella stanza.

    Dieci giorni dopo ero a Castiglione del Lago, un piccolo borgo che si affaccia sul Lago Trasimeno, il mare di Perugia. Era sabato e la casa di Ilaria, una villetta quasi nel centro del paese, era invasa da tanta gente: parenti, amici, persone del posto. Arrivai insieme a Leonardo e ad altri amici, ex compagni di scuola. La vedemmo per l’ultima volta, immobile, distesa, pallida, rigida, quieta. Un rosario tra le mani a cui la mamma aveva voluto fossero infilati dei guanti di pizzo. Era nella sua cameretta, con lo stereo ed i poster a dirci che lì lei aveva vissuto un’esistenza tale e quale alla nostra. Me la immaginai cantare e ballare nella stanza le canzoni che conoscevamo tutti. Gentile signora, la mamma di Ilaria, che invitava a vedere la figlia in cameretta. Quasi fosse una festa e volesse mostrare quanto la sua bambina fosse bella.
    La chiesa era gremita. Dovetti rimanere in piedi, come tanti altri, ad assistere alla messa per Ilaria. Mi ricordo ancora il giovane sacerdote parlarci, fissandoci negli occhi uno a uno. Le sue parole erano gridate, quasi volesse scuoterci dalla nostra incredulità e dal dolore. Ci parlò dandoci del tu, quasi uno ad uno, testa per testa. Mi ricordo che disse l’età di Ilaria, “non ancora vent’anni”. Ci parlò di Cristo, di orme, le Sue che impresse nella sabbia accompagnano le nostre per diventare le uniche quando inizia salita. Gesù ci porta in braccio e ci accompagna nel dolore. Tosto quel prete che non ha avuto pudore nel ricordarci Cristo. Bravo quel sacerdote che ci ha urlato in faccia la sua fede, per risvegliare la nostra traballante e ferita.

    Tutto passa, così come fece quello straziante addio. Tornai a casa con il cuore nero di pece. Erano gli inizi di luglio ed il centro storico di Perugia era animato dai concerti gratuiti di Umbria Jazz. Salii da solo su per le strette e ripide viuzze oggi evitabili grazie alle più comode scale mobili. Mi unii alla gente chiassosa ed allegra. Loro di Ilaria non sapevano nulla. Sbucai nei pressi del palco, montato vicino alla Fontana Maggiore. Il Duomo, imponente, faceva da sfondo al concerto di Gospel che era appena incominciato. Venni presto rapito da quella musica che è gioia e preghiera insieme. Con essa si celebra la vita, si loda il Signore, si presentano a Lui i dolori e le paure. Il ritmo diviene sincopato, si balla, si alzano le braccia, si battono a tempo le mani. La musica conquista tutto ed è preghiera. Il cuore mi si sciolse di nuovo e la tristezza lasciò il posto alla gioia. Una felicità irrazionale, inaspettata che fu per me un dono dal Cielo, merito forse della mia amica Ilaria.

    Quella domenica di settembre di un paio di anni fu anch’essa radiosa. Subito dopo pranzo, lasciati i bambini addormentati a casa con i nonni, io e Maria Chiara ce ne andammo all’Hospice a trovare Alessandro che era lì ricoverato. È una bella palazzina di inizio secolo scorso, ristrutturata da poco. Il posto è ben curato: l’edificio è immerso in un piccolo boschetto attraversato dalla strada asfaltata. Tutto era deserto quel primo pomeriggio, nessuna macchina in giro tranne la nostra. L’ansia era la solita, quella che precedeva ogni nostro nuovo incontro con Ale le cui condizioni potevano cambiare da un momento all’altro, sovente in peggio. L’Hospice è una struttura di degenza per malati terminali. L’amenità del luogo è in struggente contrasto con la tragedia delle famiglie che lì assistono impotenti alla fine dell’agonia dei propri cari. In quel posto nessuno guarisce: le cure sono per non soffrire e morire con dignità (se così si può dire!). La struttura può accogliere fino ad un massimo di otto pazienti contemporaneamente, ognuno in una propria stanza a cui è stato dato il nome di una pianta per personalizzarla. Chi assiste i malati ha una poltroncina reclinabile a disposizione per la notte. Nell’infermeria c’è un tabellone con i nomi dei pazienti ricoverati e la loro data di nascita. Di solito giacciono lì persone avanti con gli anni. Ma a volte, come in quella domenica, leggere quel cartello faceva venire un tuffo al cuore. Oltre ad Ale, che aveva compiuto da poco trentacinque anni, c’era un altro giovane che ne aveva solo diciotto. Arrivati a destinazione e parcheggiata la macchina io e Maria Chiara attraversammo in fretta il corridoio per giungere il prima possibile nella camera di Ale e far terminare, così, l’ansia causata dall’incertezza sulle sue condizioni. Ad un tratto sentimmo distintamente il rombo di motori proveniente da una televisione accesa. Era il Gran Premio di Formula Uno che veniva trasmesso in diretta da qualche paese europeo. Mi voltai verso il rumore che usciva da una delle camere, la cui porta era spalancata sul corridoio. Vidi distintamente sul letto il profilo di un ragazzo giovanissimo, all’apparenza poco più che un bambino. Il suo sguardo era fisso sul televisore, gli occhi spalancati ed agitati dalla passione per la corsa a cui stava assistendo. Mi ricordo la sua testa nera e riccioluta che risaltava sul pallore del volto. Scheletrico, si muoveva sul letto dandomi la netta impressione che fosse entusiasta della corsa a cui stava assistendo. Passai oltre, frettolosamente, ma quell’immagine è rimasta indelebile nella mia memoria.
    Mi ricordo qualche giorno dopo un nutrito gruppo di adolescenti sostare fuori dalla struttura. Volti tirati, lacrime, quasi tutti in silenzio, stretti l’uno all’altro in abbracci dolorosi. Erano gli amici di quel ragazzo, radunati in quel luogo dall’improvviso aggravarsi delle sue condizioni.

    Si rimane sconcertati quando muore un giovane. È incomprensibile. Quasi quelle fossero esistenze inutili perché concluse prematuramente. Sono sogni interrotti, spezzati ancor prima di incominciare! Sembra quasi che Dio si diverta a mettere al mondo gente per poi subito toglierli di mezzo. Che senso hanno queste esistenze spesso brevi e dolorose? La risposta la scopro nel ricordo della mia cara amica Ilaria e nell’immagine che ho impressa nella memoria di quel ragazzo dell’Hospice. Anche un breve incontro può essere significativo e scavarti un solco profondo nell’anima. Loro lo hanno fatto nella mia. Don Ignazio disse una volta una profonda verità: si può campare cent’anni ma non essere mai vissuti veramente come, invece, avere una breve esistenza ma significativa. Vorrei ricordare questi due giovani che pur essendo state delle meteore nella mia vita hanno lasciato un segno profondo nel mio cuore. Di giovani come questi, inchiodati in scandalosi letti di dolore, Antonio Socci parla come “la meglio gioventù”, quella, cioè, capace di convertire veramente e nel profondo chi ha la fortuna di incontrala.

  5. ciao Stefano, e grazie.

    viviamo viviamo, viviamo e poi arriva un punto ” . ”
    e stiamo li’ a guardarlo finché non ci fanno male gli occhi.

    poi li chiudiamo e li riapriamo più volte… e dopo un po’ capita che ci adattiamo al dolore e alla “mancanza”
    e che persino, e magari, troviamo qualche altra occasione per vivere e vivere e poi: altro punto ” . ”
    di nuovo. ancora.
    costellati noi punteggiati noi di interruzioni
    e arriva anche un’eta’ in cui i punti diventano proprio tanti… e certe volte persino ci chiediamo
    (perche’ non lo sappiamo piu’…)
    se sono sospensioni ” … ” o definitivi arresti di senso e di speranza!
    di parole che avremmo voluto dire, di bene che avremmo voluto dare,
    di possibilita’ di amare che abbiamo perduto.
    (via per sempre alcune esistenze: scomparse cancellate negate)
    sai di cosa parlo, vero?
    eravamo adolescenti o bambini e siamo adulti ancora per poco
    (lo siamo diventati senza accorgercene) e saremo cenere presto
    come un soffio gli anni dell’uomo erba/che/secca.

    e la musica (che tu ascolti in macchina) e Dio e l’arte e la bellezza e il resto…

    cosa c’entra tutto questo con il fatto che comunque il tempo passa per tutti mente lo perdiamo…
    e giovani o vecchi … ci vedranno molte chiese… ed entreremo e usciremo e parteciperemo a concerti piu’ o meno affollati e …
    … e come ci possono aiutare a vivere di Dio la bellezza e la potenza della musica di cui parla Paolo nel Post?
    quella melodia struggente che ci ha risvegliato orde di pensieri?

    basteranno i nostri desideri di felicita’ a risvegliare anche la simpatia di Dio in noi?

  6. Paolo Vera Stefano grazie, quante emozioni!

    Sono certa che anche voi siete stati e lo siete ancora e lo sarete per sempre “la meglio gioventù!”

    Sai Paolo, il tuo racconto mi ha riportata indietro di qualche anno: stessa scena nella Cattedrale di “Notre Dame” a Luxembourg, ma con una piccola variante: i bambini i ragazzi i giovani suonavano le chitarre ed erano davvero bravi!

    A mio parere non importa se sia un violino un pianoforte una chitarra , qualsiasi strumento se suonato bene, edifica e contribuisce a innalzare lo spirito per una Lode perenne a Dio!

  7. Proprio per celebrare al meglio la vita che comunque,
    la spunta su tutto, vi dico che oggi è l’anniversario della mia consacrazione al Signore …
    anch’io ero una ragazzina!
    Tra gioie e dolori.
    Se pregate per me …
    Grazie a tutti!

    1. Auguri Fabiana, Auguri di Cuore!

      Oltre che pregare per te, siamo con te!

      E, non eri, ma sei una ragazzina, in fondo al cuore lo siamo un pò tutti!

  8. “…………………………………………………………………………………………….” Ogni parola, adesso, sarebbe una nota stonata.
    GRAZIE a tutti.
    Auguri, Fabiana, un grande abbraccio e una preghiera reciproca.

  9. PUBBLICITA’
    Caro Paolo ho finito di divorare il tuo ultimo libro!!!!
    E’ bellissimooooooooo
    Grazie…
    Mi sento sazia … sia mentalmente che fisicamente !
    E’ stato proprio bello trovare delle coppie cosi’ lontane dal nostro vivere ma cosi’ vicine invece… quante volte avro’ letto il testo di Ester o Giobbe o non so Sansone e Davide poi (il mio preferito).
    Ecco per ora solo GRAZIE perche’ il tuo lavoro e’ veramente benedetto … forse il prossimo anno lo usero’ agli incontri di famiglia che facciamo con degli amici per avere spunti di riflessione e preghiera (possiamo vero???) Mi sono piaciute moltissimo le “domande” finali di ogni capitolo … mai banali e cosi’ “sfiziose”!!!
    Una bella visuale (a volte un po’ sconfortante) sulla situazione coppia! ahhhhhh Ci voleva proprio… e nonostante la fatica essere sposati e’ proprio bello!

    un abbraccio e un sorriso
    Molly

  10. Quando accompagno mia moglie a fare tearpia, incoccio spesso dei ragazzi, spesso in sedia pure loro. Generalmente sono comunque giovani e potenti, il loro sguardo che ride è piu’ forte delle loro gambe inerti che si spostano a mano gagliardamente su e giu’ come fossero uno zaino. Hanno piercing anche loro, hanno tattoos pure loro. Qualcuno ripiegato su se stesso e muto c’è, ma sono un’ eccezione.
    Dubito che molti di loro condividerebbero l’affermazione che Dio è simpatico. Ma sono convinto che qualcuno la sottoscriverebbe. Sono quelli che hanno intuito che lui non c’entra con la loro sedia, che lui è innocente di quel gran dolore, che è vicino a loro, immobilizzato tra gli immobilizzati, violentato nel corpo tra i violentati dal male.
    Ma cominque, sorprendentemente data la differenza di contesto e di location, data l’assenza di musiche e arte, arrivo anch’io alla stessa conclusione.Quanto sono belli i giovani. Quanto, soprattutto, sono belli i loro occhi. Anche se non hanno magari tanto da sorridere, anche se hanno il loro bel pallore chimico da farmaco, anche se hanno un ago piantato nel braccio; e anche se sono vinti da altri mali, se sono mezzi fottuti dalle bottigile o dalle dosi, anche se per loro la vita non è bella, ma li fa incazzare di brutto, quanto sono belli.
    Ricordo sempre il primo concerto con mia moglie in carrozzina; Vasco, Stadio delle Alpi, settore riservato ai diversamente abili ( che bel contorcimento di parole): io non ho mai visto niente di piu’ forte, magnetico e vitale di quel gruppone di ragazzi in carrozzina ( e anche qualche old boy, veramente) che cantava a squarciagola voglio una vita spericolata, come quella dei film…. robe che il povero Vasco, giu’ sul palco, sembrava una caricatura giovanilistica, al confronto.
    Dovremmo anche ricordarci, ne avessimo pure 100, fossimo cioè diversamente giovani, che chi è di Gesù è giovane per sempre. Diventare vecchi DENTRO è il vero sconcio di noi che possiamo fare.

  11. Dunque mi sembra si sia tutti d’accordo nel considerare la musica come un’arte in grado di esprimere gioia e, nello stesso tempo, di farsi essa stessa preghiera .
    E’ così anche per me. Correrò il rischio di annoiarvi, ora, buttando là qualcosa di me, ma…suono il pianoforte da quando ho 10 anni: la felicità che mi dà suonare il mio strumento si fa urgenza di comunicare questa mia passione, e, tra parentesi, Paolo: adoro suonare Ravel, più di ogni altro autore: la Sonatina, Ondine, Jeaux d’Eau, le Tombeau de Couperin, il miracolo del Concerto in Sol – (conoscete il secondo movimento? Una cosa da far commuovere ogni volta che lo si ascolta).
    Fra tutte le arti la musica mi sembra quella che ha il maggior potere di coinvolgimento, perchè agisce su più livelli, dalla fisicità che è insita nell’atto del suonare, alle vette di spiritualità che riesce a raggiungere. E’ in grado di esprimere tutte le sfumature delle emozioni che ci abitano, ma proprio tutte, quelle negative e quelle positive.
    E’ per questo che considero da sempre gli strumenti musicali come i giocattoli più preziosi che si possano mettere nelle mani dei nostri ragazzi: la musica riesce a riempire la vita di senso, di bellezza e di passione.
    Sono contenta di sentire che il tuo Jak stia intraprendendo lo studio della musica, Paolo.
    Certo, io sono un po’ di parte, ma non ignoro che, come dice Vera, si possa ricavare altrettanta gioia dalle parole scritte, dalla letteratura, e, aggiungo io, anche la pittura è in grado di elevare l’uomo a Dio, pensate a cosa ha lasciato Giotto ad Assisi, o nella mia città…
    Ma una cosa è sicura, per me: che finchè i giovani avranno l’opportunità di apprezzare la bellezza dell’arte, beh…allora saranno già molto vicini a Dio e la loro vita garantirà loro moltissimi momenti di gioia.
    Cosi’ come penso che in fondo tutto possa diventare passione, anche un lavoro, qualunque lavoro, che so, fabbricare mobili, o cucinare, dove per passione intendo mettere noi stessi in quello che facciamo, e metterci amore.
    E’ questo l’augurio che faccio sempre dentro di me agli adolescenti (e la preghiera che rivolgo a Dio per i ragazzi in genere, nonche’ per il mio ragazzo quasi quindicenne): che siano sempre animati da una passione vera e pura, e che possano, anche attraverso quella, celebrare Dio.
    Un saluto e un abbraccio a tutti.

  12. “…sentivo la mia terra vibrare di suoni: era il mio cuore…come pensarla migliore?”

    ” …libertà…l’ho vista svegliarsi ogni volta che ho suonato”

    (Il suonatore Jones – F. De Andrè)

  13. * Auguri Fabiana. pregihamo certo e grazie! un abbraccio. e tu prega per noi!
    —–
    * Maria Rosaria grazie, bello quello che dici! tutte le arti e la conoscenza, lo studio del creato, la loro bellezza e il mistero che lasciano trasparire… ci avvicinano a Dio! e ognuno di noi ne apprezza e ne afferra meglio una piccola parte… margini di sfumature, … io suono un po’ la chitarra, quel tanto che basta per cantare (!)… non sono esperta di musica, di quella vera grande alta, ma quando sento la sua potenza ne rimango colpita pure io! e mi blocco estasiata davanti a un quadro, un paesaggio e persino davanti a un palazzo … o ad una forma… chissa cosa faremo quando avremo Dio davanti a noi nel suo splendore! torneremo i ragazzini entusiasti che siamo che eravamo che potremmo essere sempre?! ciuffi di capelli verdi per tutti oggi?! … buona giornata! (e salve! agli amici che qui non sentivo/vedevo da un po’!…)

  14. Drammaticamente la cronaca di oggi ci parla di altre giovani che a Brindisi sono state oggetto di una violenza feroce ed inaudita. Mi chiedo quale cuore possa essere capace di strappare in questo modo atroce i sogni dei nostri ragazzi!

  15. A chi lo dici!
    Ero profondamente indignata di fronte a questa notizia e
    anch’io mi faccio la stessa domanda.
    Non c’è nemmeno più la compassione?
    I sentimenti più basilari?

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Article by: Paolo

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