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Derive

Anch’io, come tutti, sono rimasto molto impressionato dal naufragio della Costa Concordia. Non capita tutti i giorni che un gigante del mare abbia un incidente di quel tipo e, mentre scrivo, la lista dei dispersi sfiora le trenta persone. Intanto le responsabilità gravissime del comandante stanno gettando una luce sinistra su tutta la vicenda. Provo grande dolore per le persone morte così stupidamente, e dolore per i tanti amici di Genova che hanno a che fare con la Costa e che mi scrivono di avere paura di perdere il lavoro. In questi giorni, però, ho faticato a distillare le emozioni e sono stato di malumore perenne.

Anche mio figlio è stato molto colpito dal vedere la grande nave adagiata di fronte al Giglio, l’isola che ammiriamo quando siamo in spiaggia, all’inizio dell’estate, ogni anno. Mi ha anche edotto sul fatto che una portaerei non sarebbe affondata anche perché non ha tutta quella gente a bordo (cosa vera!).

Stamani mi sono preso due ore per salire a Pila e rientrare per pranzo: sto preparando diverse conferenze e intanto ho messo mano ad un nuovo libro. Due ore per sciare e scaricare tutta la tensione accumulata e cacciare i brutti pensieri. Mentre sto per salire sulla cabinovia che da Aosta sale sulle piste mi accoglie una pubblicità in bella evidenza: Prenditi una vacanza, con 20 gradi in più. Costa Crociere. D’accordo, ci devo proprio fare i conti, approfitto delle seggiovie prese in solitudine. Cerco di mettere a fuoco il disagio.

La prima cosa che non riesco a mandar giù e che mi fa riflettere è la testimonianza di molte persone su cosa è successo durante l’evacuazione. Ovvio: nessuno è preparato ad un evento del genere e non sappiamo come reagiremmo davanti a una tale catastrofe. Urla, panico, disorganizzazione ci stanno. Quello che proprio non ci sta, ed è stato testimoniato da molti del personale addestrato all’evacuazione (che pare si sia comportato al meglio, vista la situazione) è il fatto che molte persone, durante i momenti concitati hanno avuto il tempo di filmare e di fare qualche foto. Sì, avete letto bene: hanno fatto i reporter, non si sa mai di fare lo scoop. E non nei momenti di relativa calma, ma mettendo in difficoltà chi stava lavorando. Per non parlare (testimonianza autentica!) di chi ha preso a spintoni il personale per “rubare” un posto in scialuppa. Alla faccia… Non so definire questa cosa e non so come mi comporterei, ovviamente. Mi dà solo la pessima impressione di una società che piomba nel caos, di una orribile metafora della realtà che viviamo fuori dalle crociere…

La seconda cosa è l’atteggiamento del comandante. Se anche solo la metà delle cose emerse sono vere si configura questa situazione: il comandante per fare l’inchino all’isola, ignora bellamente le indicazioni di rotta, si avvicina troppo alla costa e  si scontra contro uno scoglio. Grave, ma può succedere. A questo punto avrebbe dovuto dare l’allarme. Nulla: nega l’evidenza, minimizza con la Guardia Costiera, aspetta troppo a dare l’allarme, scende dalla nave prima del dovuto, nega la catastrofe e le proprie palesi responsabilità… Due considerazioni: è possibile che l’incolumità di 4200 persone sia affidata ad una sola persona? Su un aereo sono sempre in due, e su una nave? Ma la seconda considerazione è quella che mi mette più in crisi: perché non ha ammesso subito lo sbaglio? Perché ha avuto paura delle conseguenze creandone di peggiori? Perché ha fatto così fatica a fermarsi, cosa doveva difendere? Si è comportato come un bambino che, per nascondere la marachella, finisce col bruciare il condominio. Un pavido, un irresponsabile che ancora non ammette le sue colpe.

Capitemi: il danno è enorme (in vite, in soldi, in immagine) ma quello che mi inquieta, come direbbe Giorgio Gaber, non è il pavido in sè, ma il pavido in me. Quando impareremo a diventare uomini? Chi ce lo sta insegnando?

Category: Pensieri

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20 comments

  1. Guarda Paolo,
    ieri sera stavo dicendo le stesse cose che hai scritto tu alla fine per un’altra situazione che qualcuno non ha voluto affrontare fino in fondo e ora ne paghiamo le conseguenze!
    Hai ragione: il pavido in me, fa più paura.
    Io però stavo dall’altra parte e quindi visto che avevo denunciato la
    situazione, ora pago.
    Nel senso più evangelico del termine!
    Il Vangelo è scomodo.
    Non so che altro dire per chi ama la verità.
    Mi dispiace molto per ciò che è accaduto.

  2. Bella domanda, Paolo…Me lo sono chiesta anche io, in questi giorni, e anche in relazione alla mia fede: sarei capace di agire con coraggio e responsabilità in una situazione simile, avrei davvero la forza di mettermi a servizio della salvezza degli altri, a rischio magari di perdere la mia vita? E anche a me è venuto il dubbio, atroce…
    Mi è venuto alla mente, subito, quel che scrivi anche tu, cioè che quel disastro, con tutto il caos e la disorganizzazione che l’hanno connotato, sembra la metafora della realtà che stiamo viviendo: a me sembra, ad esempio, la metafora della situazione in cui versa l’ufficio in cui lavoro (un ufficio della pubblica amministrazione).
    Immediatamente, però, il mio pensiero è andato ad alcune letture finite di recente, i Diari di Etty Hillesum, e La Notte, di Wiesel, entrambi ebrei, entrambi internati nei campi di concentramento. E là, caspita, che puoi pensare? Nell’inferno dei campi di prigionia nazista, in un contesto in cui avevano prevalso il male, la bestialità e brutalità di ogni genere, ci sono stati uomini che hanno avuto gesti di coraggio e di generosità, di dono di sé tali da riconciliarmi una volta per tutte con l’umanità intera. L’uomo è realmente capace di amore e di grandezza, fino ad arrivare anche a dare la sua vita per un altro uomo.
    Il mio dubbio è se l’uomo sappia e possa amare anche a prescindere dall’adesione al regno annunciato da Cristo, ossia all’interno di una visione laica della vita, cioè se egli possa amare per scelta, per volontà, per inclinazione al bene, da solo, insomma, facendo appello soltanto alle sue risorse personali, o se invece l’amore vero, cioè il dono di sé sia possibile soltanto con l’aiuto della Grazia e dello Spirito Santo, perché l’uomo, da sé soltanto, non ne sarebbe mai capace.
    Ma forse la mia domanda è ingenua: forse chi riesce ad amare credendo di amare “da solo” in realtà ha già incontrato Cristo e non lo sa ancora.

  3. Tutto vero, quello scritto, ma …
    C’è stato un piccolissimo fiore in tutto questo caos: domenica (credo) è stato messo in salvo dalle squadre di soccorso uno dell’equipaggio che è rimasto intrappolato sul 3° ponte dopo aver salvato parecchie persone.

    Una cosa minuscola, è vero, ma c’è.

  4. L’Arca (barchetta!), costruita da un povero uomo come Noè, ha resistito al Diluvio Universale per tanti giorni.
    Una barca da duecentomila tonnellate, costruita da tanti ingegnieri, per uno scoglio affonda.
    E gli uomini seguitano ad aver fiducia solo neli altri uomini .
    Preghiera e silenzio. Buona serata Paolo.

  5. “il pavido in me”: già, solo quando siamo nella vera prova possiamo conoscere chi siamo, e come reagiamo,
    e cosa e’ davvero importante per noi…

    e questo a volte accade, e non sempre ci piace.

    «Che cosa cercate?»
    ci ha chiesto Gesù da poco nel Vangelo.
    e noi… che cosa desideriamo davvero per cercarlo senza stancarci, perdendo per questo desiderio il resto e la vita? …
    cosa per conoscere nello stesso tempo chi siamo?!

    ecco in quei momenti drammatici e veri ognuno sa rispondere a queste domande, e scopre anche chi è

    (cosa cercavano coi telefoni in mano i novelli reporter? e come cambia l’umanità nel giro di pochi decenni… incredibile! cosa ne verrà fuori?… Dio abbia pietà di noi. )

    Dio abbia pietà degli uomini che si affidano solo ad altri uomini.
    E che ad una o due sole persone venga affidata la vita di molti è davvero difficile da accettare… diamo agli uomini la possibilità di sbagliare, e facciamoli piuttosto lavorare insieme perché si aiutino a sbagliare di meno.

    ora è accaduto quel che è accaduto, forse prima o poi capiremo …

  6. Mi ha sempre affascinato il mare. Sarà perché vivo ad almeno due ore di macchina dalla costa o per il senso di libertà che mi infonde quell’elemento che sembra essere infinito e che teoricamente ti può portare in qualsiasi parte del mondo tu voglia andare. Il mare è pericoloso, è vero, ma è un elemento che, rispettosamente, amo.
    Il mio viaggio di nozze l’ho passato per metà al mare di Ischia e per metà in crociera, nel Mare Baltico. Ricordo ancora l’impressione nel vedere attraccata ad un molo del porto di Kiel (in Germania) quella enorme nave che sarebbe stata la casa mia e di mia moglie per una settimana. Un bestione di undici ponti, immenso. Ricordo la gioia nell’entrare per la prima volta in cabina con il vassoio di ben venuto sul tavolino ad aspettare noi sposini, gentilmente offerto dal Comandante. Lusso, sfarzo, sorrisi e la sensazione che nulla potesse accadere a quel palazzo galleggiante. Sotto di noi il mare era di un verde spumoso ma non faceva paura: non poteva nulla contro quel gioiello della tecnologia che ne fendeva le onde, quasi domandole. Erano sorridenti le facce dei camerieri e degli inservienti ai piani: tutti filippini, gioiosi per quel posto che dalle loro parti è sicuramente molto ambito per la paga, miraggio che fa gola a tanti. Camminando per i corridoi della nave era un susseguirsi di saluti e sorrisi di questi lavoratori operosi ed entusiasti.
    Ricordo le ragazze che ci accompagnavano nelle escursioni ed una in particolare con la sua storia: aveva lasciato Londra, dove viveva e lavorava da alcuni anni, per imbarcarsi per una stagione da passare in nave. Era la sua prima settimana e si vedeva quanto le pesasse quell’inizio così complicato, lontano da casa, che forse non aveva ben valutato. Eppure tutti noi solidarizzammo con lei e la rincuorammo, per rivederla qualche sera dopo alla cena con il Capitano, finalmente sorridente ed un po’ più a suo agio. Mi chiedo come sia lo starsene imbarcati per sei mesi, lontano da casa e dagli affetti. Magari sorridi pure, come i Filippini, ringraziando Dio per quel posto ben pagato che hai in nave.
    Nel comodino della camera da letto della mia casa c’è la foto di me e Maria Chiara scattata dal fotografo di bordo. Costò un botto e devo dire che non siamo venuti neppure tanto bene: abbiamo tutti e due l’espressione imbarazzata di chi posa davanti a tanta gente che aspetta il proprio turno per essere immortalata davanti al fondale di un finto tramonto. Pacchiano come la foto ricordo con il Comandante: nella nave è una vera personalità perché è lui che la governa, la rappresenta e l’incarna. A lui ti affidi, confidando nella sua competenza. È una figura romantica: quello che sposa in mare aperto e che muore con la sua nave in caso di affondamento. Il nostro era un omone grande e grosso, dai capelli corvini e la pelle sospettosamente scura. Salutò mia moglie con il baciamano e me con una vigorosa stretta: “siete di Perugia! Bella città, ci sono stato una volta!”. Due parole ed una foto ricordo ma tanto bastò per rendere ancora più straordinaria nella mia fantasia quella figura un po’ mitica. Un uomo tutto di un pezzo, simbolo di competenza, autorità e saggezza.
    È stato un vero colpo vedere l’impensabile: un gigante ferito a morte da me considerato quasi inaffondabile. Nei volti terrorizzati ritratti nelle immagine che alcuni telefonini hanno impresso nella loro memoria digitale mi pare di vedere quelli simili dei miei compagni di crociera. Noi spensierati, loro terrorizzati con la morte alle calcagna. Quei drammatici momenti hanno tirato fuori da un Commissario di bordo cinquantenne il fegato di rientrare nel mostro ferito per verificare se qualche persona fosse lì imprigionata. Lui non ci ha pensato due volte a rischiare la pelle per delle vite di cui si sentiva responsabile. Penso che infilarsi in un corridoio buio e capovolto non sia tanto comune. Ci ha rimesso una gamba ma ci ha guadagnato in onore.
    Schettino, il Comandante. Cosa dire. Ho come la sensazione che mi abbia defraudato di quell’immagine simbolica dell’uomo di mare che mi portavo nel cuore. Lui ha tradito tutti: i passeggeri, i suoi uomini, la sua nave. Ho ascoltato più volte la registrazione delle telefonate tra lui e la Capitaneria di Porto in quei drammatici momenti: le scuse, le bugie puerili per giustificare la sua assenza ed il non essere rimasto al proprio posto. La voce tremante, “c’è anche il secondo ufficiale qui con me” – lo sento dire all’ufficiale che lo invita a risalire sulla nave per coordinare da lì i soccorsi – come a voler giustificare il suo essere altrove con il simile contegno di un altro… ma quello non è il Comandante. Schettino non è più il Capitano, non è più con la sua nave, è altrove… perso. Vorrei gridargli ciò che gli ha urlato il Comandante della Capitaneria di Porto al telefono: “Schettino salga a bordo, cazzo!”. Il mio cuore è a disagio: capisco quella paura, la sento, la vivo. È la stessa che ho timore di incontrare nella mia vita, quella che paralizza, annichilisce, disumanizza, ti porta lontano da dove devi essere. No, lui non è più nessuno, se non l’ombra di un uomo che una divisa non rende tale.
    Ammiro i tanti che in queste ore si stanno prodigando per cercare eventuali superstiti e mettere in sicurezza la nave. Prego per i dispersi, soprattutto, per quel papà e la sua piccolina che non si trovano più.
    Mi sarebbe piaciuto che la storia ci avesse raccontato di un uomo che guardando in faccia il suo errore si fosse prodigato per provi rimedio. Rimango, invece, sgomento di fronte a questo Capitano perduto che, lasciando la nave, ha abbandonato prima di tutto se stesso. Nel mio cuore ripeto ossessivamente: “Schettino salga a bordo, cazzo!”.

  7. Mentre scrivo, ascolto in sottofondo una registrazione delle voci dal naufragio in un filmato su Youtube.
    Da giorni ho i brividi, all’idea di quello che è successo a quei poveri malcapitati.

    Nella mia lunga esperienza di viaggi aerei le ho provate – quasi – tutte, anche un atterraggio di emergenza e perfino l’attraversamento di una bufera di pioggia e vento con il pilota che fatica a tenere il controllo del mezzo, i fulmini che attraversano la cabina da parte a parte e i passeggeri che urlano: “Gesù mio, misericordia”…
    In quei momenti vi assicuro che cercare di mantenersi calmi era l’unica cosa che potevamo fare, e che sarebbe stato meglio fare. Perché d’infarto si può morire, sicuramente, quando non si prende in tempo. Di sciagure aeree mediamente no.
    La prima volta ho avvolto il nastro della mia vita in dieci minuti prima di toccare terra. La seconda volta i miei genitori erano accanto a me e l’unica cosa che riuscivo a pensare – davvero – era che, se mai non fossi riuscita a tornare a casa, con noi sarebbe finito nelle acque del Mar Tirreno anche il mio PC portatile – che non porto quasi mai con me nei viaggi di piacere, ma quella volta sì – e ai miei fratelli e ai miei amici non sarebbero rimasti di me neanche i miei ricordi, le mie foto, i miei pensieri. Che strana persona sono!
    In nessuna delle due circostanze, però, mi è preso un moto di disperazione. Anche se non sapevo dove, sentivo che il Signore mi stava portando in braccio. Del resto, eravamo impotenti.
    Ricordo ancora una riflessione di mia madre, che disse, appena abbiamo messo piede a terra scendendo dall’aereo in un aereoporto distante 250 km da quello di destinazione dopo essere stati sballottati qua e là per via delle intemperie: “Oggi ho capito che si muore da fessi”.

    Le parole di mia madre mi sono ritornate in mente svariate volte, in questi giorni.
    Saranno morti da fessi gli sguatteri al piano meno tre della nave, che non si saranno neanche accorti di quello che è successo finché di punto in bianco l’acqua non li ha sommersi.
    Saranno morti da fessi tutti quelli per i quali la cabina si è trasformata nella loro tomba, non potendo uscire a causa della mancanza di energia elettrica che non permetteva di usare un banale badge.
    Saranno morti da fessi quegli anziani che, nell’attesa che qualcuno li recuperasse e desse loro una mano, con il giubbotto salvagente addosso, hanno dato precedenza sulle scialuppe a donne e bambini.
    Saranno morti da fessi quel papà riminese e la sua bimba di cinque anni; non faccio che immaginare lui che parla con lei per ditrarla e non sconvolgerla dipingendole un gigantesco gioco, in una situazione come certe del film: “La vita è bella”.
    Saranno morte da fesse le due signore siciliane, che qualcuno ha censito ma che in realtà saranno scivolate da una scialuppa nuovamente dentro la nave… e chi s’è visto s’è visto.
    Chi ha scelto – scelto, sottolineo – di non morire da fesso è il comandante, che pensava di mettersi in salvo e che ora, comunque vada, finirà schiacciato dal suo senso di colpa.

    So che avrei preferito morire da fessa anch’io, se fossi stata il comandante di quella nave… perché non riuscirei a sopravvivere sotto il peso di un errore simile, costato tutte quelle vite.
    (In effetti una sola cosa chiedo al Signore, davvero: che mi custodisca e mi scampi dal far – involontariamente, ovvio – del male a qualcuno mentre sono alla guida della mia macchina. Non lo sopporterei).

    Quello che, però, mi fa veramente male, orrore, tristezza, è aver realizzato che il peccato può fare di ognuno di noi un piccolo Francesco Schettino.
    Pieno di sé, incurante delle conseguenze delle sue azioni, sordo ai richiami del dovere e della coscienza, imprudente e sfacciato al punto tale da comportarsi secondo la logica “mors tua, vita mea”.

    Due ore fa Crozza ha detto su Ballarò: “Quello che non mi spiego è perché, mentre la nave affondava, questo qui diceva che il problema era risolvibile. Mi ricorda qualcuno.”

    La nave come metafora della politica. E ci può pure stare.
    Il comandante come metafora dell’uomo medio. Sta a noi – stando ognuno al nostro posto e non dimenticandoci delle vite che dipendono da noi – dimostrare che non è così.

    Un abbraccio forte a tutti e una preghiera per le vittime del naufragio e per le loro famiglie, soprattutto per quelle che non avranno la possibilità di piangere i loro cari al cimitero. 🙁

  8. Dimenticavo.
    Il peccato ci rende, come quel comandante, anche assolutamente convinti della bontà delle nostre azioni e ci porta a scaricare sugli altri le responsabilità dei nostri sbagli e, soprattutto, il compito di porvi rimedio.
    Se ci pensiamo, è sconcertante.
    E, quando qualcuno prova a farci notare che stiamo sbagliando, e in qualche modo lo stiamo ascoltando, diciamo: “La nave è inclinata…”, “Per cortesia…”, “Ma è buio…”
    🙁

  9. Condivido ogni parola scritta fino a qui, soprattutto per quel che riguarda “il pavido” che c’è in me. Io ho paura di tutto e di più, figuriamoci, forse per questo il comandante (con la C minuscola) Schettino mi indigna, ma mi fa anche pena; l’unica riflessione che vorrei aggiungere è questa: fino a quando i dispersi sono stati solo un numero la mia sensibilità è rimasta colpita, ma fino ad un certo punto; quando sono diventati un nome, un volto e una storia il dolore è diventato feroce.
    Non so, forse siamo talmente abituati ai giornali che ci presentano quotidianamente solo tragedie e disgrazie da essere quasi anestetizzati: tutto sembra quasi un film (ricordo quando ho visto in diretta l’abbattimento delle torri gemelle nel 2001, il pensiero è stato: ma questo è un film, non la realtà), solo quando l’altro si fa carne e vita accanto a noi ci diventa veramente “prossimo” e riusciamo ad entrare in empatia con lui, soffrire con lui, pregare per lui.
    Scusate lo scritto un po’ confuso, ma volevo condividere con voi anche questo mio pensiero.

    Buona giornata a tutti

  10. E’ vera una cosa , caro Paolo, che siamo affidati alla custodia dell’altro. Se solo ciascuno di noi capisse che siamo responsabili del bene dell’altro, che le nostre stesse vite sono consegnate alla responsabilità dell’altro, come cambierebbe il nostrostare al mondo e le nostre relazioni!!!! Occorre educare alla responsabilità, all’ “I care”, al mi “sta a cuore l’altro”. In tutta questa tragica vicenda emergono invece personalità totalmete indifferenti nei confronti dell’altro, interessate esclusivamente al proprio tornaconto. Il Signore, che fa piovere sui giusti e sui ingiusti, che segna Cano perché nessuno osi colpirlo, aiuti tutti noi a sanare quelle ferite interiori che ci impediscono di vivere bene le relazioni tra di noi.

  11. Non riesco a dire molto, riesco solo a pregare:

    In quel tempo diedi quest’ordine ai vostri giudici: Ascoltate le cause dei vostri fratelli e giudicate con giustizia le questioni che uno può avere con il fratello o con lo straniero che sta presso di lui. Nei vostri giudizi non avrete riguardi personali, darete ascolto al piccolo come al grande; non temerete alcun uomo, poiché il giudizio appartiene a Dio; le cause troppo difficili per voi le presenterete a me e io le ascolterò.(Dt 1, 16-17)

    Possano i giudici che affronteranno questa causa essere illuminati dalla Sapienza di Dio!

  12. Sono figlio di un Comandante. Storico e unico. Le sue qualità umane e professionali sono conosciute dai suoi colleghi e quindi quello che sto per esprimere è al di sopra di ogni possibile sospetto.. Questa premessa è d’obbligo per dire che conosco la loro mentalità per racconti di fatti, anche drammatici, che mio papà ogni tanto comunicava in famiglia e in famiglia soltanto. La verità sui fatti dell’Isola del Giglio verrà a galla (che strana questa espressione) tutta quanta, speriamo. Fortunatamente ci sono registrazioni, tracce su Facebook, etc. Non ci sono però tracce di eventuali conversazioni tra il Comandante e la Società Armatrice, non conosciamo la portata del danno di natura economica (già perchè anche questo è in gioco, non lo trascuriamo) i rapporti tra la Costa e le Compagnie di Assicurazioni. Nulla sappiamo di eventuali pressioni subite dal Comandante da parte del suo armatore, di eventuali richieste di inquinamento dei fatti subite in condizioni di sudditanza psicologica particolare. Si dice che volesse fare sparire la scatola nera ma a vantaggio di chi? di se stesso o della Società? E’ ovvio che tutto questo non dà una giustificazione al suo operato ma lo potrebbe spiegare in un modo diverso. E’ anche vero che ci sono delle regole che richiedono atti di eroismo ma gli eroi non si fabbricano e nemmeno ci si diventa. Il panico, quello che si innesca in condizioni estreme, me lo ha raccontato mia sorella piena di orgoglio di avere avuto in una circostanza un padre eroe al comando di una nave. E ha raccontato anche di essere stata da lui redarguita e invitata alla compostezza per il suo atteggiamento di grande soddisfazione nel constatare che gli unici a non aver avuto paura erano stati lei stessa e il suo “papy”. Questa la mentalità degli uomini di mare. Non aveva da coprire i suoi ufficiali era soltanto la consapevolezza della natura degli uomini. Un altro episodio drammatico vissuto in pieno giorno lui ufficiale, sole e calma piatta, coste della Sardegna e l’insidia di scogli. Accadde qualcosa che non ebbe mai ufficialità e che rimase nella comprensione di quel mondo particolare che è quello dei marinai. Gli scogli furono evitati e la nave salva. Il fatto è che tutti noi pretendiamo la perfezione dagli altri senza considerare che nessun uomo è perfetto. E siamo sempre pronti a lapidare tranne che fare sconti a noi stessi. Detto questo non c’è alcuna difesa di quel comandante perchè rispetto ai fatti così come li conosciamo è indifendibile ma non cediamo ad accanimenti perchè la posizione dell’uomo potrebbe essere anche molto delicata. Si dice sia guardato a vista per impedirgli atti inconsulti. Ci consolerebbe,diciamo, un suicidio? Niente sconti ma neanche accanimenti. La verità tutta quanta.

  13. Leggevo stamattina una intervista ad uno scrittore di thriller in occasione dell’uscita di un suo libro e la mia attenzione è stata attirata da una frase : “sono sempre stato affascinato dal lato oscuro delle cose, perchè il modo più efficace di scoprire la luce è studiare l’ombra. Ed è un fascino che non subisco solo io: per lavoro mi occupo anche di fatti di cronaca e noto quanto la gente si impegni a cercare un colpevole, il mostro. E’ una reazione naturale, è consolatorio essere dall’altra parte del braccio quando si punta il dito.”
    L’articolo era dello scorso mese di ottobre e l’ho letto solo prima di buttare la rivista. Prima non mi avrebbe detto nulla, ma oggi, pensando anche alla sciagura della Costa, ho pensato più volte….. al “mio braccio” e a come l’ombra si mescola con la luce anche nella mia quotidianità.

  14. Grazie Antonio, la tua testimonianza è più o meno ciò che anch’io ho pensato.

    Anche se le responsabilità ci sono, ovvio, (saranno tutte sue?) Io non sento cattiveria e noncuranza in quest’uomo!

    Possa, davvero, il Signore mettere nella vera luce tutta la questione!

    1. grazie a ttutti voi ma anch’io non sento noncuranza e cattiveria in quest’uomo, a me fa solo pena , non è possibile che in tanti anni di navigazione si sia rivelato così irresponsabile ! non puo’ essere lasciato da solo in un ” mare” di accuse! A me fa venire in mente Gesù sulla croce…( scusatemi per l’accostamento) ma in questo momento è il sentimento che provo verso di lui
      Che il Signore possa aiutarlo e sostenerlo in questo momento di sofferenza e di dolore anche per la sua famiglia ….

  15. Il mare. Al mare devo molto, forse tutto. Nell’ultimo porto dell’ultimo mio viaggio prima di lasciare la Marina ho conosciuto la ragazza che mi ha riconciliato con Dio, mi ha donato due cuccioli stupendi e mi restituisce ogni giorno il senso della vita.
    Del vivere in mare ho fatto tutta la trafila, dall’Accademia ai primi viaggi, le prime responsabilità. Gli anni di imbarco mi hanno dato tanto tempo per pensare e osservare, quello stesso tempo di cui la vita civile è così avara, ossessionata da ritimi disumani e logoranti. E allora ho contemplato e visto, ho osservato come l’uomo, malgrago la scorza del Nostromo più esperto abbia sempre bisogno di amore e di piangere. Ho visto Comandanti con mogli e figli a casa, mendicare affetto di belle signore, invitate al cocktail di bordo, e per ottenerlo li ho sentiti spararle grosse. E meno male che le navi erano saldamente ancorate e le ragazze non avevano cominciato a far parte dei ranghi. Ho navigato anche per nove mesi senza tornare a casa, e le ho sparate grosse anche io, ma grazie a Dio ho capito in tempo quanto vacuo fosse quel vivere e quanta dignità invece si potesse ammirare da chi moglie e figli li pensava ogni giorno e al ritorno li avrebbe riabbracciati con gli occhi lucenti, privi della menzogna che infangava gli sguardi ipocriti di altri colleghi.
    Paolo, ti domandavi se sulla Nave comandasse solo uno. E’ così. A differenza dell’aviazione, la Marina è nata e cresciuta in un tempo in cui non c’era l’obbligo della ridondanza, sulla Nave il Comandante è un monarca, a lui spettano le decisioni più difficili , a lui è dovuto il rispetto e l’obbedienza che forse Uomini di altri tempi si conquistavano ed esigevano consapevoli della loro autorevolezza.
    In una società dove anche ieri ho dovuto sentire da un’amica che la moglie di Schettino portava ben volentieri le corna in cambio del lauto stipendio del marito, che tanto tutti fanno così, che non è quello il problema io invece dico: il problema è proprio quello! Non ci sono liberalizzazioni ho riduzioni di spese che tengono. Questo nostro paese, questo nostro occidente potrà ritornare a sperare solo se saprà ammettere di aver sbagliato, se saprà rimettere ciò che veramente conta al posto che gli compete. Gli affetti dei nostri cari, l’abbraccio di Gesù, sono più forti della più robusta paratia stagna.

    Quella serà non doveva nemmeno venire alla festa di bordo, a cui era stata invitata da una sua amica insistente. Dopo qualche ora, mi aveva già fatto capire che, nonostante tutto c’era ancora da fidarsi. E così è stato.

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Article by: Paolo

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