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Giovanni è il suo nome

Giovanni è una sorpresa nel tiepido mondo religioso giudaico dell’epoca: da secoli mancavano profeti, da tempo la Parola languiva.

Alcuni (ingenui!) avevano pensato che la ricostruzione del tempio e la nuova classe sacerdotale avrebbero ridato vigore e impulso alla spiritualità. Come spesso accade, invece, dopo i primi momenti di entusiasmo videro che la classe sacerdotale, e il sommo sacerdote in particolare, era maggiormente interessata a difendere la propria nuova posizione di potere e a intrattenere buoni rapporti con Roma che a curare la spiritualità del popolo.

La parola di Giovanni giunse come una scudisciata in pieno volto, piombò sulla popolazione di Gerusalemme con la forza delle parole di fuoco di Elia il tisbita o di Geremia. Giovanni invitava a convertirsi, diceva di non fidarsi delle mura del tempio, proponeva un percorso interiore di verità, non di apparenza.

Riascoltiamo le sue parole:

 Alle folle che accorrevano da lui per farsi battezzare, egli diceva: «Razza di vipere, chi vi ha insegnato a sfuggire all’ira ormai vicina? Dimostrate piuttosto con i fatti che vi siete veramente convertiti e non cominciate a dire tra di voi: “Noi come padre abbiamo Abramo”. Io vi dico che Dio è capace di suscitare veri figli ad Abramo anche da queste pietre. La scure è già posta alla radice degli alberi: ogni albero che non fa frutti buoni, sarà tagliato e gettato nel fuoco» (Lc 3,7-9).

Giovanni segue, nella sua vibrante predicazione, lo schema dei grandi profeti della storia di Israele: scuote e rimprovera, scortica e provoca. Uomo austero e carismatico, masticato da lunghi anni di penitenza e di digiuno, Giovanni rappresenta un modello che Gesù stesso ammirerà, pur superandolo.

Accade anche a noi, oggi, di essere affascinati da persone particolarmente carismatiche e seduttive, coerenti ed energiche.

 La Chiesa necessita di profezia e di profeti, di posizioni scomode e all’apparenza irriguardose, per mantenere vivo il carisma fecondo del Vangelo. È bello che ancora oggi ci siano dei cristiani che, sentendo di appartenere alla Chiesa, compiono scelte di pace e di giustizia, a volte estreme, che richiamano tutti, cristiani in primis, alla coerenza. Guai a spegnere lo spirito della profezia!

A volte è la Chiesa intera a dover essere segno profetico nel mondo, come quando (finalmente!) assume una posizione di netto rifiuto di ogni forma di violenza e di guerra, fosse anche motivata da nobili ragioni (che quasi mai si rivelano del tutto nobili).

 Nello stesso tempo bisogna distinguere i profeti dai rompiscatole.

In ogni comunità c’è il polemico che si sente un po’ profeta, in ogni presbiterio il prete che assume posizioni forti. Gesù invita a mitigare la severità e la polemica, mettendo al centro di ogni relazione, sempre, il bene maggiore dell’amore.

Amore che esige franchezza e richiamo, certo, ma pur sempre amore.

Anche i profeti, insomma, devono stare attenti a non porsi fuori dalla norma assoluta del Vangelo.

Giovanni stesso resterà travolto dalla sua profezia: la sua franchezza e la sua violenza verbale lo porteranno, lo sappiamo bene, a un tragico epilogo, a una tristissima storia di donne permalose e di re ignavi (cfr. Mt 14,3ss).

(Che buffo Dio: Erode pensa di essere potente; Erodiade, sua cognata, pensa di avere diritto di vita e di morte e fa uccidere Giovanni per la sua permalosità. Nessuno si ricorderebbe di loro se non avessero ucciso un profeta. Come nessuno si ricorderebbe di Pilato o di Erode il Grande. La storia scritta da Dio è molto più divertente di quella scritta sui libri dai vincitori!)

 Eppure, pur avendolo atteso, pur avendolo conosciuto e riconosciuto, anche Giovanni dovrà convertirsi, cambiare idea sul Messia.

No, Gesù non userà nessuna scure, e non sarà l’ira divina a caratterizzare la sua predicazione ma, al contrario, lo splendido volto del Dio misericordioso. In una tenerissima pagina, anche Luca ci fa parte dello stupore e dello sconcerto del battezzatore:

Giovanni chiamò due discepoli e li mandò a dire al Signore: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?». Quando arrivarono da Gesù, quegli uomini dissero: «Giovanni il Battista ci ha mandati da te per domandarti: “Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?”». In quello stesso momento Gesù guarì molta gente da malattie, da infermità, da spiriti cattivi; e a molti ciechi ridonò la vista. Poi diede loro questa risposta: «Andate e riferite a Giovanni quello che avete visto e ascoltato: i ciechi vedono, gli zoppi camminano, i lebbrosi vengono mondati, i sordi odono, i morti risorgono, ai poveri viene annunziata la buona novella.E beato colui che non si scandalizza di me» (Lc 7,18-23).

Gesù non viene a castigare. Il suo regno non si basa sul timore, non fa leva sui sensi di colpa. Gesù viene a liberare gli uomini da ogni paura, per svelare il volto di un Dio che salva, che opera, che agisce.

Dio ci spiazza sempre

Spiazza anche i profeti.

Category: Santi

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18 comments

  1. “Dio spiazza anche i profeti”
    Mi aveva sempre colpito la differenza tra la predicazione di Giovanni e l’annuncio di Gesù e non capivo.
    Ora mi rendo conto di essere sempre stata condizionata dall’idea che il prefeta sia qualcuno “con la certezza in tasca”, che magari sa anche prevedere il futuro.
    Non mi tornava.
    Come non mi tornava che ogni cristiano sia in forza del battesimo “sacerdote, re e profeta”.
    Ma allora dove sono tutti questi profeti?
    Dov’è il mio essere profeta?
    Dio spiazza tutti, soprattutto quelli che credono di avere “la certezza in tasca”.
    “Signore, liberaci dalla troppa sicurezza in noi stessi e nelle nostre idee;
    insegnaci a fondarci solo sulla tua Parola e non su quella degli uomini;
    donaci profeti che sappiano ridare gioia e speranza al tuo popolo smarrito.
    Vieni Signore Gesù, ti aspettiamo”

    Un abbraccio a tutti e un grazie a Paolo che ci ha riaperto la possibilità di lasciare i nostri commenti.

  2. Che profeta sarei mai?

    Non mi ci vedo tanto a nutrirmi di cavallette nel deserto coperto da pelli di cammello! Io sono, piuttosto, il commensale corpulento che uno si augura di non avere mai come vicino di tavola: logorroico e, per giunta, ingordo mangiatore! Sai che barba a dover lottare per sottrarre ogni singolo boccone alla mia voracità ed oltre a ciò sopportare i miei interminabili monologhi. Poveraccio chi ci capita!

    Poi, diciamoci la verità, Giovanni Battista non è certo l’emblema della simpatia! Già mi vedo nei suoi panni (scrivere nelle sue pelli non mi sembra appropriato!) roteare in aria il bastone, biasimando tutti i peccatori di questo mondo! No, non è da me… io preferisco il grigio del compromesso e la risata sciocca che spesso scoppia tra amici, anche senza un motivo.

    Spiazza Giovanni, eccome! La sua è una di quelle conoscenze che uno come me non vorrebbe mai fare nella propria vita! È la voce della coscienza, quella che quando sei alle stelle ti riporta a terra descrivendoti come in realtà sei: bisognoso di conversione! Quando pensi di essere lì, alla meta, nel tuo faticoso percorso che ti ha fatto giungere ad una sorta di presentabilità a costo di tante faticose sgomitate, ecco che lui osa dirti che non sei arrivato a niente o, peggio, che devi cambiare strada. Ma come?! Io non sono un giusto?! Io non sono un Santo?! Scherzi?! Scomodo questo Giovanni che così platealmente svela la nostre finte apparenze di perbenismo. Capisco perché per qualcuno è un fastidioso testimone che va fatto fuori!

    No, grazie. Io preferisco vivere e belare con il gregge. Tanto fanno tutti così… non sarò certo io il peggiore. Forse se sto nel grigio salvo la pelle qui e me la cavo anche di là (magari a buon mercato con qualche annetto di Purgatorio!) – penso meschinamente. Il profeta lo lascio fare agli altri, a quelle teste calde a cui piace rompere le scatole al prossimo! Io preferisco le moderazione di comportamenti più accomodanti e diplomatici: la Verità è opportuno sussurrarla, non gridarla; se poi si premette ad essa un “secondo me”, va ancora meglio.

    Nel ruolo del profeta vedrei bene un Curtaz… non fosse altro perché è più magro di me ed in pelle di cammello starebbe sicuramente meglio di un trippone quale sono diventato.

    Ieri, terza Domenica di Avvento, è stata una giornata tormentata: lite furibonda tra me e Maria Chiara. La mia famigliola è stata sconquassata dalla tempesta di noi genitori in collera. I motivi da parte mia sono sempre e perennemente gli stessi: l’invadenza dei suoceri, la paura e l’insicurezza di una futura convivenza troppo ravvicinata, la gelosia della mia famiglia che forse (e purtroppo!) è per me anche una cosa da possedere. Vola la lingua, incontrollata e tagliente. Le persone passano sotto la scure dei mie pregiudizi e parlo di avarizia, di cattiveria, di loro, i miei suoceri, che vorrebbero indirizzare le nostre vite. Temo per il mio ruolo e la nostra indipendenza come coppia e come genitori. Critico lei che, invece di darmi ragione, dice le stesse cose (ma con modi sicuramente più civili e senza indulgere come me in giudizi personali!) sui miei genitori. Con le parole stermino chi sento nemico ed invasore. Arrivo anche a benedire le loro sofferenze perché le vedo come la giusta punizione per i fastidiosi atteggiamenti che non sopporto e che giudico essere colpe tremende… Signore pietà di me!

    Allora, che profeta sarei mai?

    Si avvicina l’ora della Messa. Di solito portiamo con noi tutte e due i bambini ma stavolta, avendo saltato quella consueta del mattino, non possiamo portarci dietro il più piccolo: farebbe troppo baccano. Ci siamo organizzati così: di solito andiamo alla Messa delle otto e mezza portando il biberon con la colazione del piccoletto. Ciucciando arriva quasi alla fine dell’omelia. Poi è tutto un adoperarsi per intrattenerlo: biscottino che mastica per un po’, chiavi della macchina, giro panoramico della Chiesa con gli occhi dei fedeli puntati addosso in attesa che il pupetto faccia qualche urlo (così che, poi, nell’evenienza i più pii possano scuotere la testa come per dire “i bambini stiano a casa!”, in barba all’evangelico “lasciate che i pargoli vengano a me!”). Alla fine lo prendo in collo e lo porto con me a fare la Comunione. Lui, biondo ricciolino con il carattere dell’Anticristo!, fissa stupito per quel breve tempo le vecchiette che, dai primi banchi, cantano a squarciagola. Mi domando sempre a cosa pensi il mio diavoletto mentre le guarda… mah!
    Decidiamo di fare così: Maria Chiara va alla Messa con il più grande mentre io resto a casa con il piccolino; io andrò poi a quella della sera. Ci lasciamo con amarezza. Poi, immancabile, arriva un messaggio al mio cellulare: “ricominciamo d’accapo, vuoi?”. “Si!” le rispondo con un nodo alla gola, “mille volte si!”. Quando poi ci rivediamo, ci abbracciamo teneramente. Lei mi salva ogni volta da quel profondo baratro in cui caparbiamente continua a ficcarsi il mio cuore!

    La sera arrivo in Chiesa un po’ in anticipo. Ho il cuore pesante perché l’ira ha lasciato il posto alla vergogna. Non so guardare il mio peccato se non con gli occhi della superbia che vorrebbero sempre mostrami Santo e Salvato. Poi la vista della realtà piena, invece, di fragilità risulta indigesta ed è difficile da affrontare. Quasi il mio peccato fosse troppo anche per Dio: è questa la bestemmia che pervade il mio cuore.

    Decido di partecipare alla Messa ma non mi comunicherò: non avrò l’ardire di accogliere Cristo in un cuore tanto sporco. Forse, ragionando così, sono ancora schiavo del peccato, lo stesso di Giuda che non seppe fidarsi della sicura Misericordia di Dio. È ancora presto e decido di andare a fare un saluto al don, che rivedo sempre con piacere. Trovo la porta della Sagrestia chiusa: evidentemente sta confessando.
    Non celebrerà lui la Messa della sera – il suo cuore malandato gli impone di evitare troppi sforzi – bensì un altro prete che viene a sostituirlo ogni domenica per quella funzione. Mi reco alla Cappella del Santissimo la cui entrata è di fianco alla Sagrestia. Lì trovo il celebrante che conversa con altri due signori: è il mio vecchio professore di religione del Ginnasio! Saranno più di vent’anni che non lo vedo. Lo riconosco subito: è rimasto uguale se non fosse per i capelli un po’ più bianchi. Mi avvicino, approfittando di una pausa nella conversazione a cui partecipa e, un po’ timoroso, gli chiedo se si ricorda di me. Mi riconosce! Si rammenta del ricciolino un po’ curioso, seduto in terza fila, che fui.

    Mi chiede di me. Gli racconto un poco della mia vita: i miei studi, la laurea, l’abilitazione a fare l’Avvocato che sta bella bella in un cassetto, il posto fisso, il matrimonio, i figli. È contento di vedermi e sorride. L’incontro mi scalda il cuore e mi viene d’istinto di chiedergli di confessarmi. Lo fa volentieri.

    Siamo seduti l’uno di fronte all’altro e lui continua a sorridermi. Io racconto, gesticolo, abbasso spesso lo sguardo e lui sta lì ad ascoltare e sorride. Io abbraccerei quel mio vecchio professore, che è come me lo ricordavo: basso, magrissimo con gli occhiali immensi che gli sormontano il viso piccolino e dai tratti delicati. Finisco la mia sofferta Confessione; lui mi parla di misericordia e di amore verso gli altri ed anche verso se stessi. Mi dice tante cose, non solo con le parole.

    Mi invita a seguire l’omelia: dobbiamo essere tutti i profeti di Cristo – dirà più tardi dal pulpito – e “parlare avanti” con il nostro amore e la nostra gioia. Spesso, però, ci troviamo a lottare proprio con le persone che ci sono accanto e siamo tristi. Tristi con i nostri genitori, con i nostri coniugi, con i figli, con gli amici, con i suoceri. L’invito è diventare profeti e portare l’amore nelle nostre relazioni, guardando a chi ci sta intorno come un dono di Dio, così da riuscire ad amare anche chi non è in sintonia con noi. Il fondamento della profezia è l’amore.

    Allora, che profeta sarei mai?

    Visto che ho qualche problema con le cavallette – anche se in alcune parti del mondo sono considerate un piatto prelibato! – e sono poco portato al “ricordati che devi morire!”, sono un po’ più a mio agio con un modo più soft di “parlare avanti”. Vorrei essere un profeta nelle mie relazioni e portare nel mio volto quello stesso sorriso che il mio vecchio professore di religione del Ginnasio aveva per me domenica. No, non ho la capacità né il fegato di cambiare il mondo; mi accontento più meschinamente di cambiare me stesso!

    1. ciao stafano ,come al solito mi sono spaventata a vedere tutte quelle parole ma poi cme al sempre mi hai rapita con i tuoi ragionamenti,,,,,sei molto autocritico ed è per questo che mi piace sapere cosa dici ,,,non ti nascondi tu …sei così chiaro…come paolo (curtaz) hai il dono di arrivarmi al cuore e quello che scrivi è visibile ,,lo descrivi come azione più che a a parole. in questo somigli (per me) a curtaz…grazie delle tue parole…mi sono riconosciuta,specie quando fai riferimento ai conflitti (inevitabili) di famiglia…sto vivendo una situazione molto difficile e complicata nella mia famiglia e prego tutti i giorni affinchè il Signore ci aiuti……..Giovanni è colui che risveglia le nostre coscienze…e che ama Gesù in modo perfetto…..noi tutti siamo lontaniiiiiiiiii ma possiamo provarci tutti i giorni nel nostro piccolo mondo di bravi peccatori…

      pace e bene

  3. Bravo Stefano, è cominciando da se stessi che poi, pian piano, si riesce a cambiare gli altri e di conseguenza il mondo!
    Auguri!

    Se mi avessi di fronte vedresti lo stesso sorriso del tuo professore. 🙂

  4. Grazie Stefano, per il coraggio che hai di condividere la tua vita con tanti fratelli sconosciuti. Scrivi talmente bene che mi sembra di essere accanto a te quando succedono le cose (ehi, non montarti la testa).
    Sono felice di aver avuto la possibilità di incontrarti su questo blog.
    Per le tue “mancanze” coniugali, non temere: scagll la prima pietra chi non ne ha avute di simili, io tante, troppe volte.

    Un abbraccio a te e alla tua bella famiglia.

  5. … Io sono voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore…
    Che bello! Una voce, solo una voce. Giovanni il Battista si definisce così, non pretende di essere chi non è e neppure si prende meriti che non gli appartengono.
    Quante persone dovrebbero imparare da lui!
    Apparentemente una voce che grida nel deserto non viene sentita da nessuno… invece, pur nel suo essere singolare, la gente accorre da lui.
    E’ un bell’incitamento per tutti coloro che gridano nel quotidiano la Parola che sembra non essere ascoltata e accolta.

    per stefano:
    il tuo piccoletto non fa baccano a messa, ricordalo. La forza dei genitori di portare a messa questi piccoli cristiani agitati ( io ne ho uno di quasi 5 anni che mi fa uscire sudata dalla chiesa anche con meno 10 fuori ) è ammirevole e andrebbe premiata. Purtroppo è comune il pensiero che i bambini “diano fastidio, disturbino”: ma… a me infastidisce molto di più l’adulto che guarda l’orologio, chiacchiera e commenta, non partecipa alla celebrazione.
    Siamo tutti stati bambini, possibile che nessuno se lo ricordi? Molti pretendono che i piccoli sia “issimi” ( bravissimi, ordinatissimi, silenziosissimi, educatissimi,… ) quando per primi non lo sono gli adulti.
    Mi è capitato di vedere a messa un “ballo” fuori programma di un bambino di 4/5 anni che gioiosamente danzava sulle note dell’ “Alleluja” cantato dal coretto dei bambini. Non è bellissimo? Chi non ha apprezzato e ha negativamente commentato l’educazione che i genitori hanno dato al bambino temo non si ricordi bene le parole di Gesù “lasciate che i piccoli vengano a me”.

  6. In questi anni ho avuto la gioia grande di incontrare un profeta, di condividerne per tratti il cammino, di scoprirne l’assoluta coerenza, la lucidità dello sguardo sul mondo, l’amore profondo e sofferto per la chiesa. Ma soprattutto quello che ogni volta più mi stupisce e’ la gioia segreta che lo segna, e’ l’affetto attento a chiunque incontri, e’ l’annuncio costante di Gesù e del sogno di Dio. Padre Alex e’ stato, e’ ogni giorno la profezia che cammina per le vie di Napoli,

  7. Ah Stefano, come ti capisco circa i piccoli.
    Noi abbiambo un bimbo di 8 (vivace!) e una bimba di 5 anni, quante volte mi sono chiesto se era il caso di portarli a messa quando erano più piccoli, la mia sposa ha sempre spinto per il si (aveva QUASI sempre ragione…..).

    Circa la testimonianza: ho maturato la convinzione che per essere credibili bisogna essere prima di tutto sereni, dentro e quindi anche fuori.
    Un cristiano arrabbiato che cosa ha da dire? Lo Spread, la Manovra finanziaria, i marciapiedi delle nostre citta sempre più sporche hanno preso il soppravvento su di lui, dov’è la fulgida speranza che dovrebbe avere sempre nel cuore?

    Federica, io il tuo sorriso lo vedo eccome…

    1. “ho maturato la convinzione che per essere credibili bisogna essere prima di tutto sereni, dentro e quindi anche fuori”

      Fabio, mi trovi d’accordo con queste tue parole e aggiungo che per essere credibili bisogna prima fare e poi dire di fare.

      In quanto all’economia e alla finanziaria, anche se siamo sereni
      e gioiosi, perchè Cristo abita nei nostri cuori, è inevitabile il dolore che si prova quando ci si trova a parlare con la povera gente; sono inevitabili le lacrime che affiorano spontaneamente partendo dal profondo del cuore quando senti dire che con uno stipendio, se c’è, non si riesce ad arrivare alla fine del mese.

      La Speranza, naturalmente, non pùò e non deve mancare. e soprattutto bisogna ricordare che Dio non paga solo il sabato.

      “Padre Abramo, manda Lazzaro…..”

      1. Senza dubbio Federica, e lasciami dire che una sottile ansia in merito alla capacità di accudire alle esigenze della famiglia di tanto in tano si fa sentire, e ti assicuro che viviamo sobriamente.
        Ma lo sconforto e la rabbia di cui parlo e che vedo in giro non è solo quella della povera gente ed è partita ben prima della crisi del 2008.
        Deriva dalla presunzione dell’uomo occidentale di credere di poter salvarsi da solo, e finchè il PIL cresceva era convinzione diffusa che le cose stavano davvero così.
        Lo posso dire a ragione dato che fino a 10 anni fa vivevo allegramente credendo che tutto dipendesse da me.
        E’ triste constatare che l’uomo ritorni a Dio quando gli gira storta, sembra quasi che i successi umani siano inconciliabili con la fede in Gesù.
        Appena riusciamo a far quadrare le cose un moto di presunzione ci assale e crediamo subito di essere autonomi, perchè la scienza, la tecnologia prima o poi spiegherà e risolvera tutto.
        Le cose non stanno così. Ma mi sa sembra di essere abbondantemente uscito dal seminato di questa discussione.

        1. No, le cose come tu dici non stanno così.

          Con questa frase, sei rientrato, perchè hai detto chiaramente al mondo che senza Dio effettivamente non siamo nulla.
          Hai profetato con sincerità e semplicità che solo chi resta in Lui riesce a portare frutto, dove il 30 dove il 60……..

  8. Salve a tutti, ciao Paolo!

    “Io vi dico che Dio è capace di suscitare veri figli ad Abramo anche da queste pietre.”
    E io ci credo.
    Queste parole mi affascinano da sempre, mi fanno pensare alla prospettiva universale della chiamata di Dio perche’ tutti facciano parte del suo popolo.
    E mi ricordano la sua Onnipotenza, che ammiro senza parole!
    Che invoco in silenzio.
    Altre volte Gesu’ dice che noi uomini ci vantiamo di avere per padre Abramo… ma in effetti agiamo secondo altri padri…

    Paternita’ Pietre Battesimo. Ecco cosa mi viene in mente adesso con questo Post…
    … che grazie alla Croce Morte e Risurrezione di Gesu’ noi siamo diventati figli di Dio nel Battesimo e lo Spirito Santo abita in noi. Per sempre.
    E che ora anche noi possiamo andare in giro per il mondo annunciando la Lieta Novella e portando con la nostra testimonianza i fratelli a Gesu’, presentandoglieli perche’ Egli li guarisca. (Poveri noi tutti da soli se non c’e’ Dio con Noi!)
    Il nostro cuore di pietra ora puo’ diventare di carne, e morire e risorgere con Gesu’ per chi ci sta attorno. Uniti a Gesu’ nel mistero della sua Eucaristia.
    penso che
    abbiamo una Pietra su cui fondarci, e che noi stessi possiamo diventare pietre per noi e per altri… (mi piace la parola “Pietra” e’ forte e’ stabile, e’ naturale! Come mi piacerebbe che fosse la mia fede! e la mia preghiera!)

    Questo continuo a pensare: che in Gesu’ noi possiamo partecipare di cio’ che Gesu e’:
    1 sacerdote, 2 re, 3 profeta, (figlio di Dio!) (e io e voi come Lui)
    1- per unire la terra e il cielo appoggiati alla sua Croce.
    2 – per preparare e amministrare piccoli pezzetti di Regno. Lavorando con Lui.
    3 – per parlare di Dio al mondo e testimoniare il Suo Amore con la nostra vita.

    Noi siamo il suo popolo, un popolo di sacerdoti, re e profeti.(santi?!)
    Persone che possono essere spiazzate da Dio, come lo sono stati prima di noi i fratelli che ci hanno preceduto nella fede. Anche Giovanni, persino lui, il piu’ grande tra i figli di donna!

    Adesso questo auguro a noi tutti: di essere cio’ che Dio vuole che siamo esattamente dove siamo.
    Di essere meno rompiscatole 🙂 e piu’ profeti, prestando la nostra voce (e mani e braccia e gambe ed energie… e tutto) a Dio!

    Questo per chi vuole approfondire:
    Un popolo sacerdotale, profetico e regale
    http://www.vatican.va/archive/catechism_it/p123a9p2_it.htm

    cari saluti a tutti (e a Stefano in particolare)

  9. «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?».

    Quello che vado a dire è solo un mio umile pensiero:

    Giovanni conosceva benissimo Gesù, è stato Lui che ha sussultato nel grembo della madre Elisabetta quando la piccola Mariam con Gesù in seno si è incontrata con la cugina; è stato Lui che lo ha indicato quale Agnello di Dio; però essendo in carcere non poteva vedere Colui che parlava alle genti di amore e misericordia.

    Non credo che quello di Giovanni fosse un dubbio, ma una richiesta di conferma sull’identità di Gesù.

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Article by: Paolo

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