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Massimo arcangelo

Massimo è down. L’ho conosciuto dalle mie parti, nella sua nuova famiglia. Con lui ho imparato la beatitudine dei poveri in spirito. Al  suo funerale, un evento di fede e di gioia, qualcuno mi disse che ora, in Dio, non era più “down” ma “up”. Ho chiesto a due amici di raccontarvi di lui. Perchè Dio abita le nostre piccole storie.

È la prima volta che scriviamo qualcosa su di lui. Abbiamo parlato e scritto della comunità tante volte, ma specificamente di Massimo, è la prima.

Massimo nasce il primo Novembre del 1957 e dopo tre anni mamma Rosa muore.

Cresce con un fratello che non si occuperà mai di lui e con il padre alcoolista. Il papà faceva “l’attacchino”, appendeva cioè i manifesti sulle bacheche del paese. Le prime immagini che io ho di Massimo sono riferite a papà che cammina davanti e lui dietro con secchiello di colla e spazzolone.

Massimo da giovane era “cattivo”, noi ragazzini avevamo paura a fargli gli scherzi perché con il bastone ci prendeva a randellate. Massimo è cresciuto al “circolo” del paese, il bar era la sua casa. Lì ha imparato le parolacce, le bestemmie, a giocare a carte e “leggere” il giornale. Sapeva giocare a scala quaranta e pinnacola.

Massimo ha sempre camminato con il giornale (rigorosamente “Il Giorno”) sotto l’ascella. Questa è l’immagine che tutti abbiamo di lui. Quando lo abbiamo deposto nella bara gli abbiamo messo “Il Giorno” sotto il braccio…

Ad un certo punto i servizi sociali hanno deciso di intervenire e lo hanno obbligato a frequentare un centro diurno dove lo accudivano, lavavano e gli davano un pasto decente. Più o meno venticinque anni fa facevo l’obiettore di coscienza all’USSL e di tanto in tanto mi capitava di portarlo a casa dal centro: lo portavamo al bar dove il barista lo accoglieva e insieme aspettavano il papà. Gli educatori del centro, uno in particolare, hanno cominciato a lavorarlo ai fianchi e a far uscire la parte buona che c’era in lui. Massimo si è fatto educare e da allora non ha mai smesso di ringraziare e mandare baci.

Nel frattempo siamo tutti cresciuti e con il coadiutore della nostra Parrocchia abbiamo dato vita ad un gruppo, che in seguito chiameremo Agape, che due domeniche al mese portava una quindicina di ragazzi disabili in oratorio, Massimo compreso. La situazione è peggiorata e Massimo è stato allontanato da casa e portato in una comunità a C. Nelle feste comandate io L. e altri amici andavamo  a prenderlo e lo portavamo da noi per qualche giorno.

Siamo alla fine del 1992 quando l’USSL  chiede a noi  se siamo disposti ad aprire una comunità alloggio per ospitare ragazzi disabili della nostra zona. Noi giovani incoscienti abbiamo accettato. Il 01 Giugno 1993 la comunità apre. Il primo ospite è Massimo.

E’ arrivato con due sacchi della spazzatura pieni di vestiti ed una valigia di cartone. Sembra un film, ma purtroppo era la realtà. Negli ultimi tempi a C. dormiva su una poltrona letto perché aveva dovuto dare il suo letto ad una persona più grave… A C. faceva il baby-sitter alla bambina piccola dei proprietari della casa, cullava la piccola, faceva tappeti al telaio. Ancora oggi porta i segni dei calli sulle mani dovuti al telaio.

 Ad A. tutti lo chiamavano Massimetto, da noi era già Massi o Max che lui traduceva in massimiliano. Quando è arrivato diceva pochissime parole, ma non perdeva occasione per toccare tette e culi: una vera calamita…

Inizialmente siamo in 10 che costituiamo la comunità e che ci diamo da fare per far si che diventi sempre più casa. Il coadiutore a settembre del ’93 viene destinato ad un’altra parrocchia e noi ci ritroviamo soli. Ma questo è solo un dettaglio. L. lascia il lavoro per seguire la comunità, ci sposiamo ad ottobre del 93 ed insieme decidiamo che lei si occuperà della comunità, mentre io provvederò al sostentamento della famiglia. Inizialmente facciamo un po’ tutto con i volontari: noi (L. ed io) facciamo una notte a settimana più un sabato e una domenica ogni quindici giorni. Il rapporto con Massi si intensifica, ci riconosce come suoi riferimenti, instauriamo una vera e propria amicizia. Siamo amici!!!  Ci vediamo, ci frequentiamo, ridiamo, scherziamo, giochiamo. Facciamo quello che fanno gli amici; amici diversi, forse, ma sicuramente amici!

La comunità cresce, a Massimo si unisce Silvio, poi Rosella, Serafina, Franco.

Già dal ’94 la Valle di Rhemes diventa luogo privilegiato per noi e Massi. Insieme trascorriamo ferie estive ed invernali. A Massimo la “Valdaosca” piace. Spesso ci diceva: “partire”, gli piaceva il rapporto privilegiato che avevamo con lui. Massimo ha un problema al cuore dalla nascita: ha un difetto ventricolare, il sangue arterioso e venoso si mischiano. Nel ’97 gli danno due anni di vita ed una morte sofferente, finchè un cardiochirurgo si assume la responsabilità di operarlo. Fino ad allora i cardiologi che lo avevano visitato non avevano mai prospettato la possibilità di una operazione perché era un down ed aveva 40 anni. Già una vita vissuta, per loro. Il grande Gallotti lo opera e concede ancora 14 anni di vita a questo “deficiente”. Lui lo chiamava così perché Massimo aveva un deficit. La sua domanda che è passata agli annali è stata: quanti deficienti avete in comunità? All’Humanitas  ha fatto i numeri. Lo operano, l’operazione è a cuore aperto ed è andata bene, ma quando si tratta di far ripartire il cuore, il cuore non parte! Chiamano il cappellano, gli danno l’estrema unzione, L. chiama tutti e tutti giù a manetta a Milano. I medici continuano a provare a far ripartire il motore e ad un certo punto riparte. A notte fonda viene in saletta (dove eravamo riuniti  e facevamo avanti e indietro dalla Cappella) l’anestesista a dirci che il cuore è partito. E vai! Massimo va in rianimazione, è attaccato al respiratore che lo ventila. Il giorno dopo i medici ci chiamano sbalorditi perché Massimo non partecipa alla respirazione. Tutti i pazienti, ci dicono, anche il più malandato una piccola percentuale di partecipazione alla respirazione ce l’ha. Lui no! Ci mostra il monitor: partecipazione paziente zero. Diciamo a Massimo che deve respirare e gli facciamo vedere come, lo facciamo insieme, ed ecco, ricomincia a respirare! Esce dalla rianimazione dopo 15 giorni, va in camera e la prima notte che non lo assistiamo perché stava meglio, si alza per sistemare il comodino e tutti i suoi giornali. Il giorno dopo ritorna in rianimazione per difficoltà respiratorie.

Torna agli inizi di dicembre e a Natale viene a Rhemes. Abitiamo ancora in piazza. Di lì a poco conosciamo il Parroco di RND e ci propone il trasferimento in casa parrocchiale…

Massimo con l’operazione ha una maggiore ossigenazione al cervello; diventa più acuto, impara parole nuove e le usa correttamente, insomma, più intelligente. Massimo era un attore nato, un imitatore. Imitava benissimo tutti gli animali, spaziale l’imitazione della tartaruga, del pesce, del cammello, del serpente e della foca. Il suo passatempo preferito era ricopiare gli articoli di giornale su un quaderno e ricopiare nelle caselle del cruciverba le prime lettere della domanda corrispondente al numero verticale o orizzontale. Se non lo sapevi sembrava proprio che stesse facendo le parole crociate: un vero intellettuale!

Nelle gare di atletica aveva uno stile impeccabile, peccato che la prestazione poi risultava pessima. Ad esempio quando correva i 50 metri al campo di atletica, aveva tutti i movimenti e le posture dei veri atleti, poi quando era il momento di partire, faceva quattro passi e si fermava…

Ci sarebbero duemila aneddoti da raccontare…

Nel 2001 Massimo si ammala, ha un tumore alla vescica, lo operano e gli praticano una deviazione (urostomia). Da ora in poi ha un sacchetto legato all’addome che raccoglie le urine. L’operazione è pesante, l’anestesia forte. Ha continue allucinazioni, vede farfalle. Era fortunato perché vedeva cose belle… L’anestesia un po’ lo segna, comincia a “perdere terreno”. Entra un po’ in depressione post operazione, piange spesso. Impara a gestire il sacchetto e diventa pressochè autonomo nello svuotamento. Tutte le volte che Massimo è stato male si faceva forza dicendo: passerà.

“Io uomo” lo ripeteva quando doveva farsi forza, noi gli ripetevamo che doveva essere forte, che non doveva avere paura perché era un uomo. E che uomo!

Per non farsi mancare quasi nulla, successivamente ha avuto almeno cinque ulcere agli occhi e una ernia inguinale. Per molto tempo ha portato un fastidiosissimo “cinto” fino a quando non hanno deciso  di operarla. L’operazione, anche questa volta è riuscita, l’anestesia gli ha creato numerosissime allucinazioni. Ero con lui quando diceva “arrivano” e vedeva passare di tutto di più: gatti, persone, animali… Ad un certo punto mi dice. Vedi? Gli dico “cosa vedi?” e lui: “la Madonna, tutto azzurro!” …

Dopo qualche ora, mi sembra che le allucinazioni siano passate, lui dorme ed è a letto con le spondine alzate e tutte le cannucce attaccate. Decido di andare a casa a dormire. La mattina presto quando L. va all’ospedale lo trova nella sala infermieri che gioca al solitario al computer!

Ci hanno spiegato che poco dopo che ero andato ha saltato le sponde del letto e con tutte le sue cannucce vagava per il reparto.

Anche se al momento non sembrava, l’anestesia lasciava strascichi  

Da qui in avanti la memoria cominciava ad abbandonarlo. Metteva il giornale o gli occhiali da qualche parte, poi non si ricordava dove li aveva lasciati, e vagava per la comunità incazzato nero alla ricerca delle sue cose perché diceva “rubato”.

Nel 2008 gli fanno una revisione della stomia e già che ci sono gli fanno anche la circoncisione e un’altra ernia. Massimo in questi ultimi interventi ha paura dell’ospedale, si spaventa e piange. Sale dalla sala operatoria sofferente, piangente. Si lamentava tanto e quindi doveva soffrire molto perché aveva una soglia e una tolleranza del dolore altissima. Era inconsolabile. Una infermiera presa dall’ansia di vederlo soffrire gli fa una puntura. Siamo in camera io e L., smette improvvisamente di piangere, gli diventano blu le orecchie, le labbra e gli occhi. Chiamiamo subito gli infermieri, arrivano anche i medici e gli anestesisti che lo intubano. Sono dentro in otto.

Alla fine la situazione si normalizza, ma lui di questo episodio ne porterà le conseguenze. La memoria non c’è più, non riconosce più nessuno, neanche noi. Inizialmente a tratti forse riconosce, in vacanza chiama “L” per l’ultima volta. Anche il fisico risente di tutte le fatiche, cammina sempre meno. I medici parlano di demenza senile, ha delle “clonie”. L’inizio vero della fine.

A Marzo 2010 si ammala di polmonite, va all’ospedale, lo curano poco e male, lo dimettono. La tosse non gli è mai passata e a Dicembre 2010 torna all’ospedale. Lo curano senza convinzione, lo dimettono e marzo torna e non uscirà più…

Lo hanno curato poco e male perchè dicono che è down ed ha 50 anni ed è un “vecchietto” che si sta spegnendo.

In tutti questi anni di malattie e ricoveri, Massi è sempre stato sereno e, quando il dolore glielo permetteva, riusciva sempre a godere di quello che la vita gli riservava. Baci e grazie non mancavano mai. Forse anche perché sentiva vicino a sè tante persone che lo amavano  ed era tranquillo perché sapeva che qualcuno  si sarebbe sempre occupato di lui. Lui si è completamente affidato a noi. “Bella pupa e Brusini” come spesso ci chiamava quando voleva giocare…

Massimo muore. Anche qui ci ha aspettato. Ha aspettato a morire che ci fossimo solo noi. Domenica, il giorno prima di morire, quando sono arrivato all’ospedale, L ha detto a Massi nell’orecchio che ero arrivato, lui si è tirato ed ha spalancato gli occhi. In quel momento ci ha salutato! La morte era annunciata, il fratello e la cognata vengono in ospedale si fermano un’oretta e poi ci dicono di avvisarli se succede qualcosa e se ne vanno.

Vengono all’ospedale Simone e Sergio, Simone sta con me, Sergio con L.

L fa fatica a stargli vicino e vederlo respirare affannosamente. Ha collegato un saturimetro che segnala i battiti e la saturazione del sangue.

Gli metto una mano sulla fronte e con l’altra lo prendo per mano. Il saturimetro scende, i battiti non ci sono più: sono venuti a prenderlo. Massimo è davanti al Padre e come dici tu, Paolo, già Arcangelo!

Massimo in comunità si trovava bene, era casa sua! Lui lo sapeva, noi anche, i suoi compagni pure. Godeva di privilegi che solo lui venivano concessi. In comunità ha imparato le regole del bon ton, ad aspettare la pizza con serenità, a mangiare senza strafogarsi… A parte gli scherzi, in comunità è cresciuto ed è diventato adulto.

Alcuni aneddoti:

I primi tempi che era in comunità ha lanciato dalla finestra un maialino (salvadanaio di porcellana) in testa agli anziani che facevano, a dir suo, “cassino”. Sempre  i primi tempi ha rincorso dei bambini con il bastone perché facevano “cassino”.

La prima pasqua in comunità ha rubato un uovo di cioccolato, ha dato la sorpresa al suo compagno di camera perché non dicesse niente e lui, di notte sotto le coperte, si è mangiato tutto l’uovo.

Franco, un ragazzo molto problematico, violento e stra-ossessivo delle sue cose, è stato allontanato dalla comunità perché una sera che facevamo la notte io e L, per farci vedere che era più forte di noi, ha preso a ciabattate in faccia Massimo. Il giorno dopo che Franco era andato via Massimo si è presentato con indosso un paio di suoi pantaloni. Scendeva le scale fiero e sorridente.  

Category: Diario personale

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21 comments

  1. Sto vivendo un periodo della mia vita abbastanza particolare, di quelli in cui i ricordi si accendono senza essere attesi, in cui penso il passato senza volerlo.
    E adesso il Post di Paolo!
    E le parole della famiglia di Massimo (grazie a voi per quello che fate) nelle quali mi rispecchio e che mi ricordano i miei Massimo e i “miei ragazzi”, tutti, di anni fa…

    Ricordo che molti anni fa anch’io ho lavorato come educatrice.
    Avevo bisogno di lavorare, e ho accettato di fare quel mestiere presso un Centro Socio-Educativo diurno della mia citta’ di allora, (dalle 8 alle 14 e 30, si mangiava tutti insieme) diventando socia di una cooperativa, con un po’ di timore, quello che abbiamo sempre tutti guardando le persone come Massimo. Io forse ne avevo di piu’. Piu’ di tutti. Il timore che nasce dall’ignoranza, perche’ io ero terribilmente ignorante sull’argomento!
    E pero’ mi avevano accettata perche’ nessuno voleva fare quel lavoro.
    Mi ci aveva portata un’amica dicendo che certo mi avrebbero presa, anche se ero laureata in lettere, perche avevano sempre bisogno di qualcuno, li’…
    Li’ erano tutti professionisti del settore, gente che stava nell’ambiente da anni… educatori, psicologi, pedagogisti, medici, e chi si occupava di musicoterapia e chi di ippoterapia… ecc ecc , poi c’erano gli esperti neuropsichiatri psicologi e tanti altri che venivano ad assisterci, a farci lavorare bene in gruppo, ad insegnarci come fare i piani educativi, a darci sostegno teorico pratico emotivo. A spiegarci anche come relazionarci persino tra di noi, oltre che coi ragazzi e con le famiglie, perche’ in questi ambiti si possono instaurare strane dinamiche di relazioni… (e sottolineo che anche per le famiglie di queste persone “diverse” le relazioni diventano importantissime, fondamentali.)
    (famiglie spesso sole, disperate…)
    E cosi’ sono diventata educatrice pure io.
    E grazie a Dio ho fatto esperienze di vita e di emozioni che mai avrei potuto vivere dal di fuori, e ho scoperto mondi di sentimenti, di problemi, di vita, che prima mi facevano solo paura.

    Ho imparato con gioia fatica e sofferenza profonda a conoscere questi fratelli “particolari”, simili e diversissimi tra loro. Piano piano ad esempio, ho scoperto il piacere di passare dalla casa famiglia il sabato pomeriggio per portare a passeggio A, che pensava solo agli uomini e al cibo!
    Mi sono accorta di star bene con questi fratelli anche fuori dell’orario di lavoro!, quando nessuno piu’ mi faceva timbrare e firmare un bel niente ma io liberamente decidevo di trascorrere un po’ del mio tempo con loro.
    Ho scoperto la gioia di andare in gita, preparare spettacoli, giornalini, feste, nonostante la fatica e l’impegno notevole, fisico ed emotivo insieme (e talvolta anche un misto di sensazioni che non so definire…) mi sono accorta persino che mi divertivo a lavorare con quelle persone a volte goffe, curiose, pasticcione, altre volte irritanti o ripetitive e pericolose solo perche’ erano diventati “i mei ragazzi” a cui volevo bene e che mi volevano bene…

    Io “per caso” – “diversa” da loro, e loro “per caso” – “diversi” da me.

    Ricordo laboratori vari, feste di ogni tipo, spettacoli teatrali fantastici! Messe, gite, ricordo anche situazioni pericolose in cui mi sono trovata… e molti nomi e piccole manie di ciascuno (ma non abbiamo tutti le nostre!?) … e frasi movimenti espressioni esclamazioni tipiche di ognuno! e pomeriggi con le chitarre, e carnevali e giochi sport, attivita’ di ogni genere… Ricordo che ci siamo voluti bene!, e che mi mancano, ogni tanto, (una ragazza si era fatta portare da un obiettore anche al mio matrimonio!)
    da poco ho saputo che il Centro come lo conoscevo io, non esiste piu’, che molte competenze sono state disperse, non so bene perche’… che ci sono sempre meno disponibilita’ economiche per i servizi sociali… e la vita e le esperienze che abbiamo fatto insieme, mi chiedo, esistono ancora? e poi: ci saranno ancora i Volontari?!!!

    Ricordo infine tante famiglie distrutte dalla solitudine e pesantezza del loro dolore privato… e poche, davvero poche, famiglie serene. Chi sta con loro? e tante situazioni difficili….

    Ho lavorato cosi’ per alcuni anni e ho incontrato persone meravigliose intorno ai “miei ragazzi”: obiettori, assistenti, operatori delle case-famiglia, volontari, colleghi ed esperti. Da tutti ho imparato qualcosa.
    Ma soprattutto dai “miei ragazzi” che mi hanno accettata a amata PRIMA che io accettassi e amassi loro.
    E POI mi hanno dato la gioia e la liberta’ di amarli a mia volta liberata da paure e ignoranze.

    Grazie a Massimo.

  2. Ricordo Gabriellina che abitava nel palazzo di mia nonna al primo piano. Era una ragazza di mezza età, ritardata. Già, perché le persone come lei non vengono mai indicate quali “signore o signori”, anche se anagraficamente dovrebbero esserlo, ma restano sempre “ragazzi e ragazze”.

    Viveva con i genitori ormai anziani e se ne stava quasi tutto il tempo affacciata alla finestra della cucina che dava sul piazzale condominiale. Teneva sempre le mani conserte, quasi per proteggersi, e quando usciva da casa, per fare qualche passo nel cortile, aveva sempre il palmo della mano destra sulla guancia nell’atteggiamento tipico di chi è preoccupato di qualcosa. Camminava lentamente, quasi avesse paura di compiere anche quel breve tragitto per recarsi nel giardino sotto casa, e noi ragazzetti scimmiottavamo quella sua caratteristica andatura per prenderla in giro.

    Le partitelle col pallone di noi bambinacci avevano quasi sempre il sottofondo delle grida di Gabriellina, spaventata da quel pallone scaraventato in aria dai nostri calci male assestati che temeva prima o poi potesse colpire qualche finestra del suo appartamento. Puntualmente un pomeriggio una pallonata la colpì in volto. Gabriellina iniziò a piangere a dirotto e ad urlare a squarcia gola. Me la ricordo ancora oggi, disperata e rossa in volto, gridarci: “cattivi, cattivi!”, mentre noi ci guardavamo l’un l’altro ridacchiando. Per noi Gabriellina era una seccatura al nostro svago e godemmo nei nostri duri cuori di quell’incidente che aveva punito quella persona tanto petulante!

    Gabriellina ci era invisibile, quasi fosse lei stessa parte di quella finestra dalla quale spesso si affacciava. Faccio fatica a ricostruire cosa ne sia stato di lei, né posso definire un punto esatto nel passato dal quale sia venuta meno la sua presenza! Gabriellina è scomparsa dal palazzo senza che noi ragazzetti del cortile ce ne accorgessimo così come, invisibile, è sempre stata ai nostri occhi.

    Mia zia, che abitava con mia nonna, mi ha raccontato dello sfogo della madre – incontrata una volta per le scale – preoccupata per l’incerto futuro di Gabriellina una volta che loro genitori fossero morti. Credo di ricordare che alla morte dei genitori sia stata ricoverata in un istituto dai fratelli, impossibilitati ad accudirla. Ma forse è addirittura morta prima lei degli anziani genitori. Chissà… So solo che Gabriellina è stata una presenza invisibile nella mia vita.

    Claudio, Aldo, Crispolto e Carlo, anche detti “i quattro dell’Ave Maria”. Erano ricoverati all’Istituto Don Guanella perché abbandonati dalle loro famiglie ma poi, per l’intuizione e l’impegno di alcuni uomini illuminati e di buona volontà, sono stati accolti nella nostra Comunità parrocchiale. A loro è stato messo a disposizione un appartamento ed un gruppo di persone li ha da sempre seguiti ed aiutati nei loro bisogni. Hanno trovato dei piccoli lavoretti e piano piano sono diventati parte della nostra quotidianità.

    Fin da piccolo, in Parrocchia, ho imparato ad apprezzare questa strana presenza. Di Aldo, il più schivo dei quattro, ho un lontano ricordo. Purtroppo è morto nel 1996 per una malattia. Di lui mi rimane il sorriso abbozzato dolcemente nel suo volto, tipico di chi è molto timido. Parlando con chi lo conosceva un po’ meglio, emergeva tutta la sua malinconia nel riuscire a comprendere di non essere “come gli altri”, cioè come quelli cd. “normali”. Di ciò soffriva molto.

    Claudio, detto “il biondo”, è un ragazzone tozzo e scorbutico. Molto tifoso della Juventus si è da sempre inalberato con quanti lo prendevano in giro per questa sua passione calcistica. Lo incontravo spesso tornando a casa dal Liceo. Lui mi veniva incontro e mi salutava stringendomi la mano. Solo che lo faceva non tanto per affetto, quanto piuttosto, serrandola con forza, per farmi soffrire, tipico gioco che si fa da fanciulli quando ci si incontra. Ogni volta era un rincorrersi di mani, lui per afferrare io per sfuggire la presa dolorosa. Poi mi parlava ed io faticavo a capire tutta la frase per quanto mangiava le parole. Lui ripeteva un’altra volta quello che aveva appena detto, e che io non avevo afferrato, dicendomi: “ma che sei scemo che non mi capisci?”. Con il tempo ho imparato a capirlo meglio ed a restituirgli la stretta!

    Crispolto parla rigorosamente in dialetto stretto. È difficile capirlo anche per me che ho vissuto da sempre a Perugia. Lavora sodo e la domenica è sempre a Messa, in giacca e cravatta. La testa è impomatata e quando sorride si capisce dai denti quanto innumerevoli siano state le sigarette consumatesi tra le sue labbra. Con passo ciondolante si avvicina sempre a qualche capannello di gente che parlano tra loro dopo la messa: quasi sempre ascolta in silenzio ma a volte, se interpellato, risponde con fare cortese: “Sapete, Signo’….” e tutto il resto della frase rimane un mistero per l’interlocutore.

    Carletto è il più scaltro. Da sempre aiuta il don in chiesa: accende le candele dell’Altare, si occupa della questua e rintraccia tra le panche, prima dell’inizio della messa, i “soliti” per le letture. Fa anche qualche commissione per i negozianti del quartiere. Ogni volta che lo incontro mi chiede di mio padre con il quale ama scherzare e spesso il soggetto delle loro amene conversazioni sono proprio io! Carletto mi riferisce tutto sorridendo ed io, per non essere da meno, prendo in giro insieme a lui la pronuncia non proprio perfetta della “s” di mio papà che si percepisce quando la sua voce è amplificata durante la lettura all’ambone. Carletto, sono sicuro, gli avrà di certo riferito le mie impertinenti battute.

    Mentre scrivo per raccontarli mi rendo conto che tutti loro hanno un posto nel mio cuore e che gli voglio bene.

    Sara è una cuginetta di Maria Chiara. Ha sedici anni ed è la gioia della sua mamma. L’ha voluta ed accolta, nonostante che dalla sua nascita siano incominciate le incomprensioni che hanno allontanato poco a poco i genitori. Al mio matrimonio, ai battesimi dei bambini, alle varie feste di compleanno o riunioni parentali, Sara e sua mamma Simonetta hanno portato sempre un sorriso. Simonetta, in particolare, è assai orgogliosa della sua bambina e dei suoi progressi. È da sola ad accudirla – il papà se n’è andato via di casa – ma si vede quanto la fatica di tirarla su sia ripagata dal loro vicendevole amore.

    Venerdì scorso, usciti dalla messa per Ale, tutti noi parenti ed amici ci siamo intrattenuti sul piazzale della Chiesa. Io ero tutto preso a salutare i vari conoscenti ed a rincorrere i miei due pargoli amanti delle urla e della velocità! Ad un tratto mi sono sentito abbracciare. Era Sara che mi stringeva forte a sé, regalandomi anche una dolcissima risata. Io ho ricambiato quella gradevolissima stretta, mentre Simonetta quasi si scusava per l’atteggiamento caloroso della figlia. “Ma scherzi!” gli ho risposto: “potessi essere sempre abbracciato così!”. Ogni incontro con Sara è un sorriso ed un caloroso abbraccio. Ho poi saputo da Maria Chiara che anche lei ha provato la stessa sensazione di tenerezza quando ha ricevuto a sua volta da Sara il suo caratteristico saluto. È una gioia averla in famiglia perché l’incontro con lei è ogni volta quello più vero e più dolce di tutti. Lei non conosce mediazione nei sentimenti e non mette maschere.

    Il suo rapporto con mamma Simonetta è molto profondo. Si vede che quelle due belle ragazze sono fatte per stare insieme e volersi bene! Sara è una ragazza down ed è amatissima.

    Quando frequentavo il liceo, studiando la barbara consuetudine degli Spartani di gettare i propri figli nati malformati dalla rupe, tutti noi alunni eravamo presi da un sentimento di disgusto. Oggi mi trovo a dovermi confrontare con quella sgradevole sensazione ogni volta che tocco con mano quanto la nostra società di plastica abbia il medesimo atteggiamento nei confronti di chi è fisicamente o psicologicamente più debole. Vogliamo la perfezione in noi stessi e negli altri e certe vite le consideriamo essere di serie B e perciò indegne di essere vissute, per loro e per noi che ne abbiamo la responsabilità.

    Quella rupe per me si chiama aborto.

  3. Episodi come questo dovrebbero essere raccontati in TV e fatti conoscere ai nostri giovani, invece di propinare loro solo violenze, stupri e roba del genere…Sembra quasi che il positivo non esista più nella vita e così i nostri ragazzi s’imbevono di tutto, fuorchè di gesti di amore, di accoglienza, di bontà, di generosità ecc… Meno male che esiste ancora il bene sulla faccia della terra, solo che nessuno ne parla, non fa audience e tutti vanno a caccia della notizia, che solletica di più la propria curiosità….purtroppo!!
    Grazie per questa bella e toccante testimonianza!

  4. Nel passato, cantavo volentieri questa canzone:

    E quando in ciel…

    Camminiamo sulla strada
    che han percorso i santi Tuoi.
    Tutti ci ritroveremo
    dove eterno splende il sol.

    E quando in ciel
    dei santi Tuoi
    la grande schiera arriverà,
    oh, Signor, come vorrei
    che ci fosse un posto per me…………..

    Oggi improvvisamente mi è ritornata in mente!

  5. Mio padre era una persona colta, intelligente, professore amante dei suoi ragazzi , filosofo, animatore per anni e anni di comunità cristiane. Adesso è un anziano in carrozzina, la mente annegata dalla malattia, incapace di ricordarsi cose e persone se non a sprazzi. Eppure, quando mi stringe la mano, mi dice ‘ti voglio bene’, pur non essendoci più da tanti anni altro che il guscio di quella persona conosciuta ed amata, è evidente una profondità dell’anima che non troverà più parole o gesti per esprimersi, ma che è in ciascun essere umano, a volte forse nascosta da handicap e malattia, ma che esiste e va rispettata e delicatamente protetta.

  6. L. e L. vi sono vicina in questo momento e vi abbraccio. Io e la mia famiglia abbiamo avuto la gioia di conoscere Massi proprio nella sua amata Rhemes.
    Mi ricordo che insieme a Gabriele al tavolino sul prato vicino a casa colorava i disegni e scriveva copiando gli articoli dal giornale.
    Un uomo dotato di una grande tenerezza.
    Sicuramente Massi è un arcangelo, alla faccia di tutti quelli che pensavano che fosse solo “un vecchietto deficiente”

  7. MeV

    Abbiamo conosciuto Massimo bambino , conosciuto la sua vita fino a che ,come dice L . ha spiccato il volo ed è nel cuore del Padre
    che lo ha accolto come figlio prediletto. è stato un Grande ha sempre amato la vita. Dai Massi sei un angelo di più …un arcangelo !!!!.

  8. rinfrancano il cuore queste notizie !!
    ” L. e L. pagine viventi di vangelo ”
    non vi conosco, ma vi ringrazio per quello che fate e per la testimonianza che portate…. Siete benedetti dal Signore !

  9. fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce………perchè fa notizia sempre il male? perchè il mondo la società non si sofferma mai sul bene e su quanto amore l’uomo è capace di dare?L’uomo, secondo me, è incline a imitare, seguire le mode.Se solo si parlasse un pò di più del bene che è capace di fare sono certa che la moda di oggi sarebbe “DARE PER GLI ALTRI” E NON PRENDERE PER SE

  10. Matteo 6,1-4:
    Guardatevi dal praticare la vostra giustizia davanti agli uomini, per essere osservati da loro; altrimenti non ne avrete premio presso il Padre vostro che è nei cieli.
    Quando dunque fai l’elemosina, non far sonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e nelle strade, per essere onorati dagli uomini. Io vi dico in verità che questo è il premio che ne hanno. Ma quando tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra quel che fa la destra, affinché la tua elemosina sia fatta in segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, te ne darà la ricompensa.

    Secondo me Il bene dovrebbe essere fatto nel silenzio e nel nascondimento, con la sola testimonianza di vita; dare appunto agli altri, senza prendere per se il plauso.

  11. Carissimi tutti, la realta’ ci e’ davanti e la conosciamo!

    non perdiamoci nel decidere perche’ fa piu’ notizia il male…
    e nello stabilire come e dove fare il bene e quando o perche’!

    diamo esempi di bene e facciamo noi quello che crediamo bene,
    concretamente.
    Poi…
    se c’e’ da parlare parliamone,
    se c’e’ da nascondere le mani nascondiamole…

    mettiamo nel sacco delle nostre vite la nostra elemosina
    che sia di testimonianza raccontata… o solo mostrata,
    che sia sempre vera e sincera: di questo dobbiamo preoccuparci
    e che sia funzionale al regno di Dio, non al nostro.

    (non al nostro!)

  12. Massimo, un nome, un volto, una storia! E angeli coloro che gli sono stati accanto dall’inizio fino alla fine; e sono certa che questi angeli continueranno a offrire suffragi di penitenza e messe per il loro assistito, affinchè, se ancora non lo è possa diventare un angelo al cospetto di Dio.

    “Tu gradisci il sacrificio del giusto sopra il Tuo altare, o Signore!”

  13. Secondo me Il bene dovrebbe essere fatto nel silenzio e nel nascondimento, con la sola testimonianza di vita; dare appunto agli altri, senza prendere per se il plauso.
    GIUSTO!!!!!!!

    Parlare del bene però fa tanto bene al cuore e rende migliori al contrario parlare del male……porta inquietudine,rabbia,rancore
    Una persona che sente dire quarda il male esiste ma esistono anche tantissime persone che fanno del bene di certo sarà più tranquillo nell’affrontare la vita e sarà di conseguenza anche più incline a far del bene.

    E’ UN PASSAPAROLA DI COSCIENZE E DI ATTI CONCRETI D’AMORE

    Se fai luce splendi, c’è poco da fare ,non puoi nascondere la lampada,la vedranno tutti,e far “pubblicità” affinché più persone vedano la tua luce e siano anch’esse illuminate, cosa c’è di male?

    Ovviamente senza sentirci migliori e prenderci applausi, ma ben consci d’aver annunziato con i nostri gesti la buona novella

  14. Si Rosaria, sono d’accordo con te, consci di aver annunziato con i gesti la buona novella; con i gesti appunto, che si trsformano in lampada che sta sul lucerniere dove tutti possono vederla; e la vedono, stai certa, senza che ci sia bisogno di fare pubblicità.

    La pubblicità, poi, la si farà a Dio e al Suo Vangelo, a lode e gloria del Suo Regno, come dice Vera, non del nostro.

    (non del nostro, non del mio, ma di Gesù).

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Article by: Paolo

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