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Janusz Korczak


Porto sempre i pellegrini a Yad Vashem, la considero una sosta essenziale. Certo, è un momento forte, duro, soprattutto quando, dopo il museo sulla Shoah, andiamo al memoriale dei bambini: una stanza buia che si percorre reggendosi ad una sbarra. Sopra, sotto, intorno, per un gioco di specchi, due o tre candele accese riflettono centinaia di migliaia di lucine. Due voci leggono i nomi e l’età dei bambini ebrei  uccisi: per completare l’elenco ci vogliono tre settimane.

Quando si esce, scossi, turbati nell’intimo, porto tutti a vedere il monumento dedicato a Janusz Korczak.

Dite:
è faticoso frequentare i bambini.
Avete ragione.
Poi aggiungete:
perché bisogna mettersi
al loro livello, 
abbassarsi, inclinarsi, curvarsi,
farsi piccoli.
Ora avete torto.
Non è questo che più stanca.
E’ piuttosto il fatto di essere 
obbligati ad innalzarsi
fino all’altezza
dei loro sentimenti.
Tirarsi, allungarsi,
alzarsi sulla
punta dei piedi.
Per non ferirli.

 

Henryk Goldszmit nacque nel 1878 a Varsavia in una famiglia ebraica assimilata e benestante e assunse più tardi il nome d’arte di Janusz Korczak.
Studente di medicina frequentò i circoli letterari polacchi. Uomo di grandissima umanità si appassionò alla missione di aiuto ai bambini poveri di Dal 1908 si dedicò al lavoro presso l’orfanotrofio cittadino sviluppando teorie educative non direttive che lasciavano ampio spazio alla libera espressione dei bambini. Un’opera base delle sue teorie pedagogiche fu “Il diritto al rispetto del bambino” scritto nel 1929. 
Korcazk credeva che per riformare il mondo occorresse in primo luogo riformare i sistemi educativi. 
Verso la metà degli anni Trenta del Novecento Korczak fu vittima della profonda ondata antisemita che attraversò la Polonia. 
Rimosso dai suoi incarichi universitari, deluso dal trattamento che gli era riservato in quanto ebreo, si riavvicinò all’ebraismo e sviluppò interesse verso la Comunità Ebraica di Varsavia. 
Rifiutò di indossare la stella ebraica e per questo venne arrestato dalla Gestapo e trattenuto per diversi mesi in prigione. Quando la situazione del Ghetto peggiorò si dedicò all’orfanotrofio ebraico nella disperata ricerca di mezzi di sostentamento per gli orfani ebrei che crescevano di giorno in giorno. 

Costituita la Casa degli orfani ne divenne il direttore, dopo averne progettato una rivoluzionaria idea gestionale: l’affidamento ai bambini della sua conduzione.

L’orfanotrofio si sosteneva per il lavoro manuale e artigianale dei bambini; essi gestivano la casa attraverso l’organizzazione del lavoro (a turnazione e a mansioni variabili) e ne mantenevano il governo attraverso organi “giudiziari” ( il Tribunale) e di “informazione” (il Giornale), ma anche attraverso attività culturali (il teatro, la biblioteca), le attività di gioco.

La Casa degli orfani ha rappresentato un modello di riferimento per la pedagogia, ma i fatti avvenuti all’interno del ghetto con l’occupazione tedesca hanno sommerso con ben altre emergenze tale modello. Nel periodo del ghetto le attività, pur continuando come sempre all’interno dell’orfanotrofio, subirono un mutamento dovuto allo stato d’animo dei bambini. Si ponevano molte più domande chiedendosi, tra l’altro, quale fosse il destino dell’umanità. E fu proprio in questo periodo che l’orfanotrofio inaugurò una propria bandiera, con il quadrifoglio d’oro su fondo verde, il colore dei prati e della

speranza. Nelle loro canzoni i bambini dichiaravano “coltivare l’amore tra gli uomini, per la giustizia, la verità e il lavoro”. E poco dopo i bambini stessi, con l’educatrice Esther Winogronowna, rappresentano il dramma di Tagore “L’Ufficio postale”. Il dramma narra di un bimbo che muore sognando di correre sui verdi prati dell’infinito. Come gli educatori avevano voluto e dovuto imparare ad accettare la morte, così essi aiutarono i bambini ad accettare l’ingiusta fine che si avvicinava, inesorabile, frutto di una umanità impazzita.

 

Benché a più riprese i suoi amici “ariani” gli avessero offerto di farlo uscire dal Ghetto e di proteggerlo, Korczak rifiutò sempre di abbandonare i suoi bambini per rifugiarsi in Svizzera, disposta ad accogliere una tale figura.

 
Il 5 agosto 1942 i nazisti circondarono l’orfanotrofio con Korczak e i suoi duecento bambini. Lo storico del Ghetto di Varsavia Emmanuel Ringelblum che fu testimone oculare di quei momenti scrisse a proposito dei bambini che insieme a Korcazk marciarono verso il treno che li avrebbe portati a Treblinka: “… era una marcia organizzata, una muta protesta contro gli assassini… i bambini marciavano i fila per quattro con a capo Korkzak”. 

 Le piccole vittime uscirono dalla loro Casa vestite con gli abiti migliori, ordinate, mano nella mano: un sereno corteo dal quale scaturivano canti e musiche e sopra il quale sventolava la bandiera. Il padre, e la madre, di tutti loro sfilava rigido e freddo: il capitolo terreno si chiudeva anche per lui, Janusz Korczak, dando vita alla sua leggenda.

 

 

 

Category: Diario in Terra Santa

Article by: Paolo

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