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Shoa

Non volevo far passare senza una meditazione e una preghiera questa giornata. Prendo un articolo da SIR. Buona riflessione, Paolo

“La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, ‘Giorno della memoria’, al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subito la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati”. Così recita l’art. 1 della legge n. 211 del 20 luglio 2000, con cui l’Italia istituisce questa ricorrenza, giunta quest’anno alla X edizione. Per comprendere meglio il significato profondo di questa Giornata il SIR ha posto alcune domande al gesuita israeliano David Neuhaus, vicario patriarcale delle comunità cattoliche di espressione ebraica.
Padre Neuhaus, che significato assume per i cattolici di espressione ebraica la Giornata della memoria?
“Si tratta, innanzitutto, di un giorno di preghiera per l’umanità ferita. Nelle nostre comunità ci sono anche molti sopravvissuti all’Olocausto, ebrei che hanno vissuto quei tempi terribili. Abbiamo anche cristiani che hanno aiutato gli ebrei a fuggire dallo sterminio nazista e, per questo, riconosciuti ‘Giusti tra le nazioni’. È, poi, un giorno di comunione con il popolo ebraico e un momento per non dimenticare quanto accaduto. Soprattutto i giovani, i nostri bambini, devono conoscere la Shoah per fare memoria e per evitare che nulla del genere accada mai più. A nessuno, e non solo agli ebrei”.

A suo parere, c’è il rischio che la Shoah venga dimenticata o semplicemente consegnata ai libri di storia come un fatto importante da studiare al pari di altri?
“In Israele non accadrà mai che ci si dimentichi dell’Olocausto. Il popolo ebraico è il custode di questa memoria. Anche quando l’ultimo dei sopravvissuti all’Olocausto sarà morto, verranno altre generazioni che continueranno a ricordare e a perpetuare la memoria. Nelle scuole, nei musei, nei programmi di istruzione tutto va in direzione della memoria collettiva. Apparteniamo al popolo ebraico e l’Olocausto tocca la nostra storia; io stesso ho perso molti familiari nello sterminio. Non parlo di vicinanza ad un popolo ma di appartenenza al mio popolo. Va detto anche che molti ebrei non sono praticanti, quindi a fare l’esperienza di unità del nostro popolo non è l’aspetto religioso ma la memoria storica”.

Cosa può imparare il popolo ebraico dalla vicenda dell’Olocausto?
“Credo che dell’Olocausto vada sottolineato l’aspetto universale, necessario per evitare di cadere di nuovo in questi gravissimi errori, che non hanno colpito solo il popolo ebraico. Sappiamo, infatti, di altre popolazioni segnate dal razzismo, dalle persecuzioni, da tentativi di sterminio. Non sottovaluterei, poi, il razzismo di ogni giorno che impedisce a molti di vivere la propria vita a causa della fede, del colore della pelle, dell’etnia, delle proprie idee. Dobbiamo essere molto più sensibili a questo. È il messaggio biblico: siamo stati schiavi in Egitto e non dobbiamo avere schiavi da noi. Evitare, cioè, ogni sistema di oppressione. Ma c’è un altro punto che mi preme segnalare…”.

Quale?
“Vorrei che il mio popolo lottasse con forza contro ogni forma di intolleranza: assistiamo a quella contro l’Islam e contro il mondo arabo, fenomeno che, forse, oggi è più diffuso dell’antisemitismo. Purtroppo a causa della situazione politica registriamo discorsi duri e scontri tra ebrei e musulmani. Eppure va ricordato, ed è significativo, che ci sono stati islamici che hanno salvato la vita a molti ebrei. Uno di questi, per esempio, fu il re del Marocco, Mohammed V, che diede protezione agli ebrei del suo Paese perseguitati dai tedeschi e dai collaborazionisti francesi. E accade ancora oggi che un parlamentare musulmano della Knesset vada ad Auschwitz con altri deputati. Un atto coraggioso che facilita il dialogo e la convivenza”.

Cosa possono apprendere, invece, i cristiani dalla Giornata della memoria?
“La consapevolezza che ci sono stati, anche tra i cristiani, coloro che hanno preso parte all’Olocausto come persecutori. Una consapevolezza nata con il Concilio Vaticano II e che è sfociata con la richiesta di perdono di Giovanni Paolo II per i peccati commessi dai cristiani contro gli ebrei nel corso dei secoli. Un dialogo che prosegue con Benedetto XVI. Dobbiamo centrarci su Cristo per non cadere in ideologie razziste, nazionaliste, antisemite e fanatiche. Ciò che mi rallegra è il fatto che la Chiesa cattolica è al fianco del popolo ebraico per lottare contro l’antisemitismo ed il razzismo. In quanto cittadino israeliano questa cosa mi fa felice”.

Category: Pensieri

13 comments

  1. Per ben tre volte ho guardato sul blog se c’era un pensiero sul orrore subìto dagli ebrei.Un ricordo che non deve mai svanire nel nulla….bisogma ricordarlo sempre.Saluti

  2. Ricordiamo i nostri fratelli che hanno avuto fede, che hanno portato Dio con loro in quell’inferno. Quelli che hanno amato fino all’ultimo respiro;quelli che non hanno bestemmiato;quelli che ancora oggi ci raccontano quanto è successo perché non accada più. Non si può capire ma si può ricordare,riflettere, pensare, addolorarsi con chi è ancora nel dolore. Un abbraccio a tutti.

  3. (da Wikipedia)

    Massimiliano Maria Kolbe (Zdunska-Wola, 8 gennaio 1894 – Auschwitz, 14 agosto 1941) è stato un sacerdote polacco.

    Frate francescano conventuale, si offrì di prendere il posto di un padre di famiglia, destinato al bunker della fame nel campo di concentramento di Auschwitz.

    Beatificato nel 1971, nel 1981 è stato proclamato santo da papa Giovanni Paolo II.

    Nel mese di maggio 1941 fu arrestato dalle SS e portato nel campo di prigionia di Auschwitz. Immatricolato con il numero 16670.

    Alla fine del mese di luglio dello stesso anno un uomo del block di Kolbe era riuscito a fuggire dal campo: per rappresaglia i tedeschi selezionarono dieci persone della stessa baracca per farle morire nel bunker della fame.

    Quando uno dei dieci condannati, Francesco Gajowniczek, scoppiò in lacrime dicendo di avere una famiglia a casa che lo aspettava, Kolbe uscì dalle file dei prigionieri e si offrì di morire al suo posto. In modo del tutto inaspettato, lo scambio venne concesso. I campi di concentramento erano infatti concepiti per spezzare ogni legame affettivo e le azioni “generose” non erano accolte volentieri.

    Dopo 2 settimane senza acqua né cibo nel bunker, visto che quattro dei dieci condannati, tra cui Kolbe, erano ancora vivi, furono uccisi il 14 agosto 1941 con una iniezione di acido fenico e il loro corpo venne poi cremato. Una volta, profeticamente, Massimiliano aveva detto:

    « Vorrei essere come polvere per viaggiare con il vento e raggiungere ogni parte del mondo e predicare la Buona Novella. »

    Dopo la sua morte, la madre riportò un episodio che Massimiliano le aveva raccontato quando aveva circa 10 anni: disse che gli era apparsa la Vergine Maria con due mazzi di fiori, uno rosso ed uno bianco, chiedendogli quale volesse; il bambino disse che li voleva tutti e due. Alla mattina, svegliandosi, li trovò entrambi sul suo cuscino. Il mazzo bianco rappresentava una vita pura al servizio di Dio, quello rosso il sangue che avrebbe sparso con il martirio. Vedendo la sua vita a posteriori si può dire che ha avuto gli aspetti caratterizzati dai due mazzi di fiori.

    * * *

    Se succedesse oggi qualcosa di lontanamente simile, io credo che me ne starei buona buona al mio posto, attaccata a una speranza di libertà piuttosto che alla morte certa.
    E ringrazierei anche il Signore di avermi risparmiata… 🙁

    A me nessuno chiede di essere eroe o martire, oggi.
    Immagino, però, che da qualche parte ci siano persone di entrambe le specie.
    Custodire la memoria collettiva di tragedie simili deve servire ad evitare che capitino ancora.
    Grazie, Paolo, anch’io ritengo che sia un nostro preciso dovere umano e cristiano non dimenticare… e pregarci su!

  4. Sono reduce da due giornate piene di “memoria” con i miei alunni di 5° elementare: è stato molto faticoso trovare le parole adatte per far capire loro cosa è stato l’olocausto, ma alla fine alcuni di loro hanno scritto nei loro testi: “Noi siamo il futuro, io voglio impegnarmi perchè simili tragedie non accadano più!”
    Prego e spero che sia proprio così.

  5. grazie a WW per averci ricordato di Padre Kolbe e che dire di Edith Stein cioè di Santa Teresa Benedetta della Croce (mi sembra di aver letto che in tedesco quel della si legga anche dalla croce quindi Teresa Benedetta dalla Croce … una profezzia infondo)

    Un pugnetto di cenere e di terra scura passata al fuoco dei forni crematori di Auschwitz: è ciò che oggi rimane di S. Teresa Benedetta della Croce, al secolo Edith Stein; ma in maniera simbolica, perché di lei effettivamente non c’è più nulla. Un ricordo di tutti quegli innocenti sterminati, e furono milioni, nei lager nazisti. Questo piccolo pugno di polvere si trova sotto il pavimento della chiesa parrocchiale di San Michele, a nord di Breslavia, oggi Wroclaw, a pochi passi da quel grigio palazzetto anonimo, in ulica (via) San Michele 38, che fu per tanti anni la casa della famiglia Stein. I luoghi della tormentata giovinezza di Edith, del suo dolore e del suo distacco.
    Sulla parete chiara della chiesa, ricostruita dopo la guerra e affidata ai salesiani, c’è un arco in cui vi è inciso il suo nome. Nella cappella, all’inizio della navata sinistra, si alzano due blocchi di marmo bianco: uno ha la forma di un grande libro aperto, a simboleggiare i suoi studi di filosofia; l’altro riproduce un grosso numero di fogli ammucchiati l’uno sopra l’altro, a ricordare i suoi scritti, la sua produzione teologica. Ma cosa resta veramente della religiosa carmelitana morta ad Auschwitz in una camera a gas nell’agosto del 1942?
    Certamente, ben più di un simbolico pugnetto di polvere o di un ricordo inciso nel marmo. Dopo la fine della seconda guerra mondiale, la sua vicenda è balzata via via all’attenzione della comunità internazionale, rivelando la sua grande statura, non solo filosofica ma anche religiosa, e il suo originale cammino di santità: era stata una filosofa della scuola fenomenologica di Husserl, una femminista ante litteram, teologa e mistica, autrice di opere di profonda spiritualità, ebrea e agnostica, monaca e martire; “una personalità – ha detto di lei Giovanni Paolo II – che porta nella sua intensa vita una sintesi drammatica del nostro secolo”.
    Elevata all’onore degli altari l’11 ottobre 1998, la sua santità non può comprendersi se non alla luce di Maria, modello di ogni anima consacrata, suscitatrice e plasmatrice dei più grandi santi nella storia della Chiesa. Beatificata in maggio (del 1987), dichiarata santa in ottobre, entrambi mesi di Maria: si è trattato soltanto di una felice quanto fortuita coincidenza?
    C’è in realtà un “filo mariano” che si dipana in tutta l’esperienza umana e spirituale di questa martire carmelitana. A cominciare da una data precisa, il 1917. In Italia è l’anno della disfatta di Caporetto, in Russia della rivoluzione bolscevica. Per Edith il 1917 è invece l’anno chiave del suo processo di conversione. L’anno del passo lento di Dio. Mentre lei, ebrea agnostica e intellettuale in crisi, brancola nel buio, non risolvendosi ancora a “decidere per Dio”, a molti chilometri dall’università di Friburgo dov’è assistente alla cattedra di Husserl, nella Città Eterna, il francescano polacco Massimiliano Kolbe con un manipolo di confratelli fondava la Milizia dell’Immacolata, un movimento spirituale che nel suo forte impulso missionario, sotto il vessillo di Maria, avrebbe raggiunto negli anni a venire il mondo intero per consacrare all’Immacolata il maggior numero possibile di anime. Del resto – e come dimenticarlo? – quello stesso 1917 è pure l’anno delle apparizioni della Madonna ai pastorelli di Fatima. Un filo mariano intreccia misteriosamente le vite dei singoli esseri umani stendendo la sua trama segreta sul mondo.
    Decisiva per la conversione della Stein al cattolicesimo fu la vita di santa Teresa d’Avila letta in una notte d’estate. Era il 1921, Edith era sola nella casa di campagna di alcuni amici, i coniugi Conrad-Martius, che si erano assentati brevemente lasciandole le chiavi della biblioteca. Era già notte inoltrata, ma lei non riusciva a dormire. Racconta: “Presi casualmente un libro dalla biblioteca; portava il titolo “Vita di santa Teresa narrata da lei stessa”. Cominciai a leggere e non potei più lasciarlo finché non ebbi finito. Quando lo richiusi, mi dissi: questa è la verità”. Aveva cercato a lungo la verità e l’aveva trovata nel mistero della Croce; aveva scoperto che la verità non è un’idea, un concetto, ma una persona, anzi la Persona per eccellenza. Così la giovane filosofa ebrea, la brillante assistente di Husserl, nel gennaio del 1922 riceveva il Battesimo nella Chiesa cattolica.
    Edith poi, una volta convertita al cattolicesimo, è attratta fin da subito dal Carmelo, un Ordine contemplativo sorto nel XII secolo in Palestina, vero “giardino” di vita cristiana (la parola karmel significa difatti “giardino”) tutto orientato verso la devozione specifica a Maria, come segno di obbedienza assoluta a Dio. Particolare non trascurabile – un’altra coincidenza? – il giorno in cui la Stein ottiene la risposta di accettazione da parte del convento di Lindenthal, per cui aveva tanto trepidato nel timore di essere rifiutata, è il 16 luglio del 1933, solennità della Regina del Carmelo. Così Edith offrirà a lei, alla Mamma Celeste, quale omaggio al suo provvidenziale intervento, i grandi mazzi di rose che riceve dai colleghi insegnanti e dalle sue allieve del collegio “Marianum” il giorno della partenza per l’agognato Carmelo di Colonia.
    Il 21 aprile 1938 suor Teresa Benedetta della Croce emette la professione perpetua. Fino al 1938 gli ebrei potevano ancora espatriare, in America perlopiù o in Palestina, poi invece – dopo l’incendio di tutte le sinagoghe nelle città tedesche nella notte fra il 9 e il 10 novembre, passata alla storia come “la notte dei cristalli” – occorrevano inviti, permessi, tutte le carte in regola; era molto difficile andare via. In Germania era già cominciata la caccia aperta al giudeo.
    La presenza di Edith al Carmelo di Colonia rappresenta un pericolo per l’intera comunità: nei libri della famigerata polizia hitleriana, infatti, suor Teresa Benedetta è registrata come “non ariana”. Le sue superiori decidono allora di farla espatriare in Olanda, a Echt, dove le carmelitane hanno un convento.
    Prima di lasciare precipitosamente la Germania, il 31 dicembre del 1938, nel cuore della notte, suor Teresa chiede di fermarsi qualche minuto nella chiesa “Maria della Pace”, per inginocchiarsi ai piedi della Vergine e domandare la sua materna protezione nell’avventurosa fuga verso il Carmelo di Echt. “Ella – aveva detto – può formare a propria immagine coloro che le appartengono”. “E chi sta sotto la protezione di Maria – lei concludeva –, è ben custodito.”
    L’anno 1942 segnò l’inizio delle deportazioni di massa verso l’est, attuate in modo sistematico per dare compimento a quella che era stata definita come la Endlösung, ovvero la “soluzione finale” del problema ebraico. Neppure l’Olanda è più sicura per Edith. Il pomeriggio del 2 agosto due agenti della Gestapo bussarono al portone del Carmelo di Echt per prelevare suor Stein insieme alla sorella Rosa. Destinazione: il campo di smistamento di Westerbork, nel nord dell’Olanda. Da qui, il 7 agosto venne trasferita con altri prigionieri nel campo di sterminio di Auschwitz- Birkenau. Il 9 agosto, con gli altri deportati, fra cui anche la sorella Rosa, varcò la soglia della camera a gas, suggellando la propria vita col martirio: non aveva ancora compiuto cinquantuno anni.

    e che dire dei 22,765 giusti tra le nazioni? per ricordarene uno italiano che è diventato famoso grazie ad una fiction televisiva Giorgio Perlasca … sapete cosa sono vero? (in ebraico: חסידי אומות העולם, traslitterato Chasidei Umot HaOlam) è stato utilizzato per indicare i non-ebrei che hanno agito in modo eroico a rischio della propria vita per salvare la vita anche di un solo ebreo ….

    insomma il bene non era addormentato mentre il male inperversava…

    un sorriso molly

  6. Mercoledì sera ho assistito ad un concerto che gli alunni (orchestra e coro) del Conservatorio di Milano hanno voluto offrire alla città in occasione della Giornata della Memoria. Erano tutti ragazzi giovanissimi e questo mi ha fatto ancora di più apprezzare quanto era scritto nella presentazione della serata:

    “Il 27 gennaio è il Giorno della Memoria della Shoah, cioè dell’omicidio di massa più terribile che la
    storia ricordi, perché pianificato freddamente, a tavolino, per anni, burocratizzato fino
    all’inverosimile, proprio per renderlo “normale” e “accettabile” alla gente comune: per questo è
    stato istituito il Giorno della Memoria; per aiutare tutti, ma soprattutto i giovani, a tenere sveglie le
    coscienze, a insegnare a non cedere al conformismo, alle frasi fatte di chi vuole, addormentando il
    nostro senso morale, renderci complici prima di semplici battute pseudoumoristiche o di
    generalizzazioni, poi di insulti, di piccole angherie, che, se lasciate impunite, possono diventare
    grandi, fino ad arrivare al vilipendio, all’esclusione, alla persecuzione, infine al dramma.
    E questo potrebbe avvenire, e purtroppo in molti casi ancora avviene, nei confronti di tutti: Ebrei,
    Cristiani, Musulmani, Neri, Zingari, Extracomunitari …, ma non tutti a quel tempo hanno accettato questa terrificante “normalità” dell’orrore, e per questo, grazie ai “Giusti”, che hanno aiutato, nascosto, salvato dei loro simili anche a rischio della propria vita, è possibile raccontare e ricordare, e liberamente ascoltare.”

    Il concerto si è aperto con l’esecuzione de “Un sopravvissuto di Varsavia” di Schoenberg. E’ incredibile come l’ascolto di quest’opera ti catapulti dentro l’orrore di quello che è stato: il recitativo altamente drammatico…straziante…l’accompagnamento dell’orchestra con suoni stridenti, improvvisi squilli di trombe e di corni…nessun riferimento tonale né ritmico…un senso di grande sbandamento…lo smarrimento totale dell’uomo…angoscia e dolore…e presentimento di morte…la senti avvicinarsi!
    Ma…incredibile…nel momento culmine del terrore…improvvisamente i duecento ragazzi del coro si alzano e intonano “Shema Ysraël”.
    Andare incontro alla morte invocando Dio, affidandosi a Lui…l’Unico che può dare un senso quando la ragione proprio non si trova…
    Non fraintendetemi – la musica sicuramente rende l’idea meglio delle mie parole – non voglio togliere nulla allo sgomento causato da tanta sofferenza però, nel turbine di quel delirio, l’improvvisa “entrata in scena” di Dio, l’aggrapparsi di questo popolo alla propria fede, alla propria storia…è stato un momento di forte emozione…una grande testimonianza…sappiamo cosa rispondere a chi chiede “dov’era Dio?”…Era lì…con loro!

    “Non posso ricordare ogni cosa
    Devo essere rimasto privo di conoscenza
    per la maggior parte del tempo.
    Ricordo soltanto il grandioso momento
    quando tutti cominciarono a cantare
    come se si fossero messi d’accordo,
    l’antica preghiera che essi avevano trascurato per tanti anni
    il credo dimenticato!

    Fu allora che udii il sergente che gridava: “Contateli!”.
    Cominciarono lentamente e in modo irregolare
    Uno, due, tre, quattro – “Attenzione!”
    il sergente urlò di nuovo, “Più svelti!”
    “Cominciate di nuovo da capo!
    Fra un minuto voglio sapere
    quanti ne devo mandare alla camera a gas!
    Contateli!”.
    Ricominciarono, prima lentamente
    uno, due, tre, quattro, poi sempre più presto,
    sempre più presto
    tanto che alla fine risuonò come una fuga precipitosa
    di cavalli selvaggi
    e tutto ad un tratto, nel mezzo del tumulto,
    essi cominciarono a cantare:

    Shema Ysraël
    Adonai, Elohenu,
    Adonai echad;
    Veahavta et Adonai elohecha
    bechol levavcha,
    uvechol nafshecha
    Uvechol meodecha.
    Vehayù had e varim haéleh
    asher anochi metsavecha
    hajom al levavecha
    veshinantòm levanecha
    vedibarta bam
    beschitecha, bevetecha
    uv’lechetecha vadérech
    uvshochbecha
    evkumecha.”

    (Ascolta Israele,
    il Signore è il Dio nostro,
    il Signore è uno.
    Amerai il Signore tuo Dio
    con tutto il tuo cuore
    con tutta la tua anima
    e con tutte le tue forze
    e saranno queste parole
    che io ti comando oggi,
    sul tuo cuore
    le ripeterai ai tuoi figli
    e ne parlerai con loro,
    stando nella tua casa
    camminando per la via,
    quando ti coricherai
    e quando ti alzerai.)

  7. grazie delle belle testimonianze di robis , ww ,molly , lucia( son stazionario di salute, grazie x interessamento)
    Son stato ad Auswhich… e il cuore si fa piccolo… guardando quei cumuli di …occhiali … o di capelli… o di sandaletti…e le camere a gas.. pensando a cosa puoì arrivare a compiere… la cattiveria umana!!!
    Stein. Kolbe. Bonhoffer… solo alcuni tra i piu’ noti… ma come sempre dove abbonda il peccato ….sovrabbonda la Grazia( xche’ certo in quel luogo insieme a tanta zizzania… Dio ha raccolto anche tanto buon grano…
    Forse non ci resta– oltre che ricordare– che pregare… sullo stile del lebbroso….” se vuoi puoi guarirmi!!! ” se TU vuoi puoi purificare il cuore umano…. da un cuore di pietra renderlo un cuore di carne… capace di amare , di donare……se vuoi PUOI xche’ la Tua Onnipotenza la riveli soprattutto nel Perdono… e nella Misaericordia.” “SI lo voglio!!!! ”
    diamogli una mano…. e anche un Cuore… se di Carne …meglio!!
    ricordando anche quanto diceva uno di questi martiri….” non e’ l’atto religioso a fare il Cristiano… ma il prender parte alla Sofferenza di Dio nella vita del mondo…”
    intanto impariamo ad accogliere nell’altro cio’ che ci unisce… prima di cio’ che ci divide!!!
    …m e’ capitato di chiedere in occasione del mio peregrinare egli ospedali… la preghiera al una giovane donna islemica( ci unisce la fede in DIO) …ed e’ stato bello saper che ha pregato e fatto pregare tanti Figli di Dio islamici…. L’Unico Dio…
    una preghiera reciproca….. anche xche’ i controlli … continuano… e ho bisogno di saper che … son sostenuto dalla preghiera di …tanti. un abbraccio!!!!

  8. Un animale feroce ranicchiato nella parte d’ombra in ognuno di noi:questo è il razzismo, duro a morire perchè parte dell’uomo, impastato di bene e di male.Per non dimenticare quanto atroce sia l’uomo non rifiutiamo questa verità,se ci ascoltiamo la sentiamo emergere anche solo quanto guardiamo un altro essere umano e pensiamo che ci sia un qualunque motivo per cui lui non ha gli stessi nostri diritti, desideri, sentimenti.
    Non ci sono giustificazioni ad una disposizione d’animo qualsiasi che ci porti a pensare che noi ,io,sono diverso , quindi merito quel che sono e che possiedo mentre un’ altro no.
    Dio è venuto a stravolgere questo “ordine” del pensiero umano ecco perchè qualcuno lo ha rifiutato, qualcuno lo ha ucciso, qualcuno lo ha strumentalizzato , qualcuno lo ha annacquato!
    Per non dimenticare quanto sia feroce l’intelligenza umana posta al servizio dell’odio….non neghiamo a noi stessi che siamo tutti capaci di diventare omicidi….
    Crediamo con altrettanta forza che un Dio , in carne ed ossa, un Dio uomo è venuto a dirci che possiamo essere altro….irrimediabilmente segno di contraddizione quaggiù,veri uomini realizzati e felici con LUI a fianco.Spina

  9. al silenzio di Dio ad Auschwitz

    Signore, quando ritornerai nella tua gloria,
    non ricordarti solo degli uomini di buona volontà.
    Ricordati anche degli uomini di cattiva volontà.
    Ma, allora non ricordarti delle loro sevizie e violenze.
    Ricordati piuttosto dei frutti che noi abbiamo prodotto
    a causa di quello che essi ci hanno fatto.
    Ricordati della pazienza degli uni,
    del coraggio degli altri, dell’umiltà,
    ricordati della grandezza d’animo,
    della fedeltà che essi hanno risvegliato in noi.
    E fa’, Signore, che questi frutti da noi prodotti
    Siano, un giorno, la loro redenzione.

    Preghiera di un deportato ebreo prima della morte. Fu trovata da un soldato americano,
    scritta su un foglio di carta da pacco, nel lager nazista di Auschwitz appena liberato.
    Riportata su una lapide nella cattedrale di Blois.
    G. Ravasi, Preghiere, Mondadori

  10. vorrei ricordare, principalmente ai giornalisti, che la tragedia si chiama Shoah o catastrofe. L’olocausto è un sacrificio in cui la vittima è bruciata completamente ma è un sacrificio di lode (Lv 1).

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Article by: Paolo

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