I ragazzi del kebab

giu 21, 2009 49 Comments by

giovaniSono sotto i portici di via Po, a Torino, ho almeno un’ora di tempo prima di vedere della gente per lavoro. Non faccio in tempo ad andare a casa e soccombo all’idea di farmi un panino. So già che me ne pentirò e che mi verrà l’acidità di stomaco. Pazienza, farò di necessità virtù.Vicino a Palazzo Nuovo ci sono frotte di studenti e decine di piccoli locali ultraeconomici. Mi fermo davanti ad uno di questi, il bancone è mediamente affollato da qualche decina di universitari: preparano tranci di pizza e panini. Ordino un kebab e una birra e mi metto in attesa. Menu a cinque euro, di questi tempi non c’è molto da ridere e sopporterò bene l’acidità di stomaco. Ho modo di osservare i tre ragazzi dietro al bancone che lavorano freneticamente. Hanno modi sufficientemente gentili, anche se il loro tono di voce è palesemente stanco. Il “mio” kebab me lo prepara un ragazzo più napoletano che nord-africano. I tre possono avere al massimo vent’anni, vestiti con una maglietta bianca dello “staff”, qualche piercing, capelli cortissimi i due ragazzi, medio lunghi e scuri la ragazza. Lavorano freneticamente, cercano di non scottarsi mentre scaldano le pizze, si parlano con ordini secchi, evidentemente abituati a stare insieme. Mentre osservo penso ad una splendida canzone di Guccini, Autogrill, in cui lui osserva la ragazza dietro al banco e immagina la sua vita, i suoi pensieri, i suoi sogni. Faccio anch’io lo stesso. Chissà come stanno? Cosa vivono? Cosa fanno? Quanto guadagneranno? Ottocento, novecento euro al mese per stare dietro un bancone col padrone alla cassa che li controlla. Abiteranno necessariamente con i propri genitori, magari avranno un amore, forse qualche sogno. E i ragazzi che servono, tutti universitari, sono lì, un passo avanti a loro. Almeno loro una laurea se la prenderanno. Magari finiranno lo stesso dietro ad un bancone, ma con uno straccio di laurea in tasca. Mi estraneo per qualche istante, mentre aspetto comincio a pregare per questi tre ragazzotti. Vorrei abbracciarli, dar loro speranza, incoraggiarli. E invece già annaspano, hanno già lo sguardo segnato dalla vita, già devono correre per non perdere un treno che non sanno dove li porterà. Mi fanno tenerezza, compassione, sento una profonda emozione salirmi dal cuore. Sorrido. Forse anche Gesù provava gli stessi sentimenti con i poveri del suo tempo. Su una panchina di piazza Castello tiro fuori l’ultimo libro del cardinal Martini. Lo sto centellinando, immaginando che sarà il suo ultimo libro. Padre Sporschill, in una serie di colloqui notturni a Gerusalemme, gli pone una serie di domande. Mi colpisce una risposta alla domanda su cosa chiederebbe a Dio: «Gli chiederei: perché permetti che esista un divario fra molti giovani, soprattutto quelli cui non manca nulla, e la Chiesa, con tutti i tesori celesti che può portare agli uomini? Perché le due parti non possono essere più vicine?». Penso ai miei tre giovani del kebab. Chissà se qualcuno potrà mai parlar loro di Dio, dirgli, almeno una volta, con passione, con amore, con autenticità, che la loro vita ha valore, che qualunque cosa faranno nella loro vita, se sapranno di essere amati e di potere amare, avranno realizzato il loro destino? Certo, le nostre parrocchie qualcosa fanno, qualche piccolo segno di speranza c’è. Ma io sono polemico: quando qualcuno mi dice che nelle Giornate Mondiali della Gioventù partecipano tanti giovani faccio loro notare che a un concerto di Vasco Rossi ne arrivano ottantamila alla volta. Insomma: non è il proprio il caso di fare trionfalismi! Ora mi incupisco e non trovo risposte. Quanta distanza abbiamo creato fra il Vangelo e la gente, quanta. Troppa. Le nostre comunità languono, si difendono e si barricano come se fossimo asserragliati a Fort Alamo a sparare contro i messicani, sperano che le poche pecore rimaste nel recinto non fuggano. E, invece, là fuori, le persone sono perse, sbandate, pecore senza pastore. No, non ho soluzioni. Questo è il tempo in cui il Signore ci ha chiamato a dare speranza. Questo. E qui dobbiamo e possiamo portare Cristo, trovando linguaggi nuovi. Meglio: recuperando linguaggi vecchi, l’unico l’universale, assoluto, quello che ha convertito le folle, quello che ha forgiato i santi, cavolo. Il linguaggio dell’amore, ciò che ogni essere umano cerca. E che la Chiesa conosce e non riesce a donare con sufficiente convinzione. Lo so, è più complicato di così, scusate. Forse vorrei solo maggiore consapevolezza che dobbiamo uscire dal recinto. Magari non per portare dentro le pecore, che non sanno neppure di essere perdute. Ma perché Cristo è lì fuori con loro. Con i ragazzi del kebab.

Pensieri

About the author

Tutte le informazioni le puoi trovare in questa pagina

49 Commenti a “I ragazzi del kebab”

  1. alma says:

    L’amore e le emozioni ke loro conoscono è quello con loro “fidanzatino”… (si e no quello della famiglia) e con loro mi sforzo di partire dalle loro esperienze x portarli all’esperienza di Gesù… Se con loro non sei realista non ascoltano la “favola” anzi riski di perdere la credibilità! Loro vogliono sentirsi valorizzati per quelli ke sono, ovviamente bisogna sempre avere per loro le giuste risposte alle loro aspettative facendogli capire cmq gli eventuali errori e le conseguenze ke corrono…
    Oltre all’incotro settimanale loro desiderano sfogarsi personalmente, ti presentano il loro vissuto, spesso inpensabile per la loro età ma è così…
    E’ un lavoraccio continuo, quasi giornaliero, e spesso ho paura di non essere all’altezza… ma alla fine noi facciamo la nostra parte, è il Signore ke fa tutto il resto! ;)

  2. Paolo says:

    @Janus Sono d’accordo sul fatto che mi si citi un po’ troppo spesso… Abbiate pazienza, ma essendo montanaro, fatico a digerire i complimenti! La finalità di questo blog non è la paololatria (ah!ah!). Rispetto all’articolo, mi sembra che sia solo uno spunto per una riflessione a voce alta, di compassione per le persone che non conosco, è vero, ma che cerco di amare a prescindere. Non condivido il dividere col taglierino i vari aspettI: ritengo che Cristo sia la risposta totale all’uomo, evito di cadere in due eccessi, il primo è una risposta solo di fede che scordi la concretezza dell’umano (fidati, janus, avere un lavoro precario a 40 anni, pur essendo in gamba, mette a dura prova anche la fede), il secondo un approccio alla realtà che scordi la pienezza (la storia ha ampiamente dimostrato che approcci parziali, economici o scientifici o psicologici NON danno una risposta totalizzante). Le varie riflessioni che scaturiscono, poi (ma lo sai che all’inizio non sapevo neanche che si potesse replicare? Che tonto informatico!), le trovo tutte complementari. Intendo dire: mi sembra che, alla fin fine, diciamo tutti la stessa cosa sotto sfumature diverse, tutto lì. Non concordo con te (e lo sai!), dicendo che dal Vat II tutto è in declino: io non ho conosciuto la Chiesa prima di quegli anni, essendo nato alla chiusura del Concilio, e mi sembra davvero eccessivo pensare che basti un Concilio per salvare o rovinare la Chiesa! Viviamo questi tempi e questi siamo chiamati a fecondare. Dal mio punto di vista punto molto sull’aspetto di conversione/conoscenza personale di Cristo che sfocia nell’avventura della Chiesa.

  3. chiara says:

    Se vogliamo davvero bene ai ragazzi che incontriamo sulla nostra strada e con i quali ne condividiamo una parte saremo anche pronti a prendere parte alla loro dannazione e a cercare di scendere all’inferno per tirarli fuori, anche se chi fa davvero questo è il Signore e non noi. Janus ha ragione, se parliamo in termini astratti di amore rendendolo un qualcoso di mieloso e tanto spirituale, i ragazzi scappano. Ma se questo Amore lo mostriamo concretamente sia con le nostre preghiere per loro che con il nostro comportamento, con la nostra disponibilità ad ascoltarli, aiutarli e volergli bene, allora comprendono. Non sto dicendo che torneranno tutti in chiesa o li trovi alla recita del rosario, ma piano piano si incuriosiscono non tanto per quello che fai ma per il motivo per cui lo fai, sul perchè sei disposto a donare loro il tuo tempo senza chiedere niente in cambio.
    Parlo anch’io per esperienza diretta sulla mia pelle, sia come educatrice del gruppo adolescenti della mia parrocchia sia per avere io incontrato persone che invece che rendere tutto dolce e zuccheroso hanno cercato di mostrarmi il lato “concreto” di questo amore.
    E poi, è il Signore che guida i nostri passi, e se anche sembra che siano “persi”, non è mai troppo tardi per nessuno per tornare e conoscere l’Amore vero…

  4. alma says:

    Si Paolo, stiamo tutti dicendo cose simili… :)
    Sono convinta ke se si ama Cristo e poi Lo si riconosce nell’altro (chiunque esso sia) penso ke si possa amare anke la Chiesa… coscienti ke essa è fatta di uomini, è fatta da noi… con i nostri mille difetti e con i nostri limiti ma ke continua ad essere amata da Dio, come tutte le parabole di Misericordia nel Vangelo ci insegnano, e ke Vive ancora xkè animata dalla Forza dello Spirito!

  5. Janus says:

    @Paolo
    … io sono del ’73, ed anch’io non ho conosciuto la Chiesa ante Vat. II°, ma conosco molte persone che in quella Chiesa sono cresciute e vissute :-) … bhe’ diciamo che possiamo aprire ampie discussioni sui frutti del Vat II°, perchè a parte le posizioni dottrinali … ci sono esiti oggettivi sui quali vale la pena di confrontarsi.

    Ciò detto concordo … Viviamo questi tempi e questi tempi siamo chiamati a fecondare.
    Uso una frase di Giovanni Paolo II°: NON ABBIATE PAURA!
    Quando la disse, quasi la gridò con disperazione.

    • Paolo says:

      Hei, janus, quindi entrambi abbiamo conosciuto Cristo, tu con gente prima e io dopo, perchè la santità attraversa la storia della Chiesa,no?. D’accordo con te: non siamo qui a discutere, cerchiamo di costruire e di incoraggiare. (Perciò amo il silenzio dei ritiri, per andare dentro).
      Come vedi ci intendiamo sull’essenziale: non abbiamo paura di amare e annunciare Cristo che ha dato la sua vita per questo mondo (ragazzi del kebab in testa!).

  6. laura says:

    Sapete che sono capace di fare la pasta “fatta in casa”? No, non preoccupatevi, non sono matta! Riflettevo sul fatto che se sono capace di farlo, non è perchè mia madre e mia nonna mi hanno insegnato come si fa, ma quando ero bambina l’ho visto fare da loro tante volte, e quando ho avuto una famiglia mi sono ritrovata a saperlo fare, grazie al loro esempio. E’ qui che volevo arrivare, l’esempio: è difficile avere riscontro nei ragazzi, difficile trovare spazio per farsi ascoltare e capire da loro, difficile parlargli di Dio, difficile che quello che gli arriva di positivo porti i suoi frutti subito…ma possiamo dargli l’esempio.. Non saranno ragazzi in eterno, e non avranno sempre i timpani del cuore assordati dalla musica ” a palla”, e dalla rabbia, arriverà il momento che si fermeranno un attimo a pensare, e se avranno avuto delle mamme, delle nonne, o chissà chi altro che gli avrà dato una testimonianza vera, di vita basata non sulla parola amore, ma sull’amore vero, vissuto, donato, crocifisso…allora magari ricorderanno qualcosa che gli sarà rimasta nel cuore, magari infondo infondo, che salirà su al momento giusto, e sapranno che magari nella vita c’è qualcosa che può colmare quel vuoto che hanno sempre sentito, ma che hanno tentato inutilmente di riempire con cose sbagliate…
    Non si può sperare di cambiare le cose in un attimo, di vedere subito i frutti, ma possiamo fare quel poco che riusciamo, cominciando da noi stessi.
    E se crediamo sia inutile perchè poco, pensiamo alle parole di madre Teresa di Calcutta:
    Tutto ciò che facciamo
    non è che una goccia nell’oceano,
    ma se non la facessimo
    l’oceano avrebbe una goccia in meno
    per sempre…

  7. ww says:

    “Non si può sperare di cambiare le cose in un attimo, di veder subito i frutti, ma possiamo fare quel poco che riusciamo, cominciando da noi stessi.”

    Ore 7.45 di oggi: ww è in piedi da più di due ore, ha già fatto una gita in aeroporto e un prelievo di sangue; arriva al lavoro e si dirige alla macchinetta del caffé.
    Dopo poco entrano due colleghi che conosce di vista – siamo 250 – li saluta con un sorriso e chiede loro come va.
    Uno dei due la guarda stranito.
    L’altro le risponde e afferma ad alta voce: “ww è una dei pochi del suo pool che saluta sempre tutti. Molti altri che si occupano dei suoi stessi affari se la tirano.”
    WW risponde che per lei è normale.
    Lui replica che è ancora più speciale il fatto che lei consideri normale questa cosa.

    Un tempo – neanche troppo lontano – ritenevo il posto di lavoro uno dei luoghi con le maggiori occasioni di peccato.
    Da quando mi sforzo di portare il Vangelo in ufficio, mi rendo conto che sono molte di più le occasioni di grazia.
    Nell’interagire, nel parlare d’amore, nel dimostrare amore… molto, moltissimo, quasi tutto, trovo che sia una questione di disponibilità.
    L’altro, presto o tardi, se ne accorgerà.

    p.s.: il collega è andato via contento, ma ha dato la giusta botta al mio ego non chiedendomi come sto io… sarà per la prossima volta!

  8. laura says:

    E’ questo che intendevo… e non è poco! Infondo vivere così è molto trasgressivo e controcorrente,(quando i ragazzi se ne accorgeranno, magari sceglieranno di fare così pure loro!!!) :)

  9. laura says:

    x Paolo:
    a proposito di tempeste, oggi sono andata al mare con la mia famiglia, nonostante il tempo capriccioso! Ho recitato le lodi guardando il mare agitato e il sole che giocava a nascondino…che bello essere lì sulla spiaggia semideserta (quanti scemi come noi potevano esserci che vanno al mare quando è brutto tempo!),ammirare la bellezza del mare e ringraziare il Signore! E poi ha cominciato a piovere…

  10. cuore says:

    avere un lavoro precario a 40 anni, pur essendo in gamba, mette a dura prova anche la fede…di queste tue parole comprendo tutto il disagio e la sofferenza…te ne ringrazio di cuore perchè sono poche le cose oggi che riescono a scalfire la corazza dei sorridenti sto bene..va tutto bene, per trovere dentro l’eco di quella sofferenza che mette a dura prova la fede e la fiducia in se stessi, soprattutto se della tua precarietà che sfiora la disoccupazione devi ringraziare un mondo”pieno di valori” per il quale hai speso e investito le migliori energie. E trovarsi a fare i conti con quella fede che mi ha sempre sostenuto , agito e motivato….sentire quanta aridità l’avvolge fin quasi a soffocare ..il mio imbarazzato credere nell’amore che continuo ad annunciare con il cuore ferito e l’anima violentata, con spesso addosso il dubbio della coerenza e del senso. E nonostante tutto dei “migliori anni ” della mia vita, più del lavoro mi manca la profonda capacità di mettermi nelle mani del Signore…come bimbo svezzato in braccio a sua madre. E pur consapevole che oltre la nebbia c’è un orizzonte vasto e vitale ho perso ogni traccia del cammino…grido ma nessuno mi ascolta…nessuno mi indica il sentiero.Signore Gesù abbi misericordia di me…perdona la mia poca fede.

  11. Paolo says:

    @cuore Una piccola precisazione: riguardo al lavoro precario, non mi riferivo a me: ho lavoro ancora fino a novembre, scrivo libri (anche se non ci vivo) e batto cassa via internet d’ogni tanto. Tutto sommato sono un privilegiato, ho casa di proprietà e la salute discreta… e la fede. Penso ai tanti amici miei coetanei, tra i 40 e i 50 che si sono visti per strada o che hanno fior di titoli e fanno i precari in università a 1000 euro al mese. Come più volte ricordato da papa Ben, questa è una condizione che umilia la dignità umana e dobbiamo davvero evangelizzare l’economia. Grazie di esserti preoccupata per me, in caso di bisogna verrò a chiederti un piatto di pasta! ;-)

  12. cuore says:

    …sarà più facile che il piatto di pasta lo debba chiedere io…!!!! Personalmente non ho preoccupazioni per te: sei pieno di capacità e di risorse e…grazie a Dio di fede! Chiedo scusa se nello scrivere ho lasciato spazio al fraintendimento , non mi riferivo a te.
    il ringraziamento era per l’ aver tenuto in considerazione una condizione di cui comprendo il disagio e la sofferenza perchè la vivo in prima persona. Risparmio a te e a tutti i particolari della nostra situazione familiare,di dove lavoravo(un mondo pieno di valori)di come è andata a finire…Quello che fa più male è sentire come questo vissuto e questa condizione metta a dura prova la fede…perchè oltre alla sensazione di valere poco come persona … sembra di non aver una grande centratura nemmeno come cristiano

  13. Saulo says:

    @cuore
    Con molto rispetto per le situazioni di ognuno, mi permetto di indicare la “fine del tunnel” : non siamo di questo mondo e non siamo PER questo mondo. Nulla qui è paragonabile al premio che riceveremo. Coraggio ! “Vieni e seguimi”.

  14. laura says:

    Sono pienamente d’accordo con te Saulo, al di la delle croci piccole o grandi che siano, che ci troviamo a portare, se guardiamo al vero fine di questa vita, se guardiamo e aspiriamo a Lui, nulla per quanto grave ci farà disperare, e avremo la forza di vivere i problemi e il dolore sotto un’altra luce…senza farci abbattere da nulla. Coraggio, ci dice di seguirLo, e Lui non ha certo scelto di vivere una vita spensierata e senza problemi…e poteva farlo!

  15. Paolo says:

    @cuore Prego per voi, tieni duro.

  16. laura says:

    Caro Paolo, io ti scrivo da Latina, non so se hai letto della tragedia che abbiamo vissuto poco più di un mese fa: il bambino morto nell’oratorio mentre giocava a pallone…Beh, è stato un vero colpo nello stomaco per tutti noi, ho un figlio della stessa età, viviamo in un piccolo centro e ci conosciamo bene o male tutti.
    Quando accadono cose così, ai bambini, è un colpo duro anche x chi crede…ti chiedi perchè,senza riuscire a trovare uno straccio di risposta, pensi a tutto quello che non potrà più fare, ti trovi a stendere i calzoncini di tuo figlio e a pensare a quella madre che non potrà più farlo per suo figlio…e non sono riuscita x giorni a piangere…non trovavo pace, ero come gelata da una cosa troppo brutta e assurda…poi mi sono ritrovata a pregare per quel bambino, per la sua famiglia, (forse l’angelo custode mi ha suggerito di farlo): pregavo che non perdessero la fede, che non disperassero, ma riuscissero a trovare un po di pace, e nel farlo piano piano ho trovato io un po di pace, e quelle lacrime sono uscite…non potevo fare nulla, ma la preghiera mi ha fatto sentire vicina al loro dolore,e a smorzare un po il senso di impotenza che mi assaliva. No, non siamo padroni delle nostre vite, non possiamo proteggere i nostri figli da qualunque cosa, e queste cose succedono, e non ci possiamo fare nulla… Pregare, se si riesce a farlo, restituisce un po di senso all’assurdità di certe cose, perchè ti apre uno spiraglio, una piccola luce di speranza, che piano piano aumenta e ti lascia sperare di nuovo. Tutto passa, anche noi, anche il dolore, perchè noi non siamo nati per questo mondo…

    • Paolo says:

      No, non ho saputo, lo apprendo ora.. Davanti a tali tragedie misuriamo tutto il nostro limite. Anch’io porterò questa famiglia nella preghiera.

  17. laura says:

    X Paolo: :)

  18. alma says:

    Volevo condividere con voi questo pensiero sul quale oggi mi sono ritrovata a riflettere…

    Pregare è dire a Dio (Michel Quoist)
    ————————————
    Sorgente aspetto da te l’acqua viva,
    tra le mie rive di tutti i giorni,
    senza Te, io sarei acqua stagnante, che imputridisce e muore.
    Sole, aspetto da te la luce, di giorno per la mia strada,
    senza Te, non sarei che una barca dimenticata,
    che dal porto non lascia mai il molo.
    Brezza, aspetto da te il soffio, per prendere il volo,
    senza te, non sarei che un uccello sporco, che si trascina nel fango.
    …e da Te, l’artista, attendo che Tu faccia sprizzare dal mio legno
    e dalle mie corde una vita misteriosa,
    poiché senza Te, non sarei che uno strumento inutile,
    addormentato, immobile e muto, nello scrigno dei miei giorni.
    …Ma io vengo davanti a Te, eccomi o artista ineffabile,
    e come violino ranicchiato, nelle tue braccia amorose,
    raccolto e libero, sotto le tue dita che mi cercano,
    io mi offro per sposarti in una stretta d’amore,
    e il nostro fanciullo sarà musica, perché canti il mondo.

  19. carla says:

    @Saulo

    Scusa Saulo ma io non sono d’accordo con te, non del tutto almeno, se non ho capito male quelle che volevi dire.
    Io penso, come ho sentito dire ad Alex Zanotelli, che la stessa pagina di Vangelo letta in una situazione di benessere si capisce in un modo, letta in una situazione di difficoltà (Alex diceva in una baraccopoli di Nairobi, ma nel nostro piccolo un assaggino di baraccopoli lo troviamo anche qua) assume significati e valori diversi, forse più ampi e più forti.
    Certamente “abitiamo nel mondo, ma non siamo del mondo” come dice la lettera a Diogneto, ma tutti dobbiamo mangiare, vestirci, mandare a scuola i figli, fare famiglia, avere una casa, e per questo ci occorre un lavoro. I missionari prima di evangelizzare vanno incontro agli uomini e alle loro necessità di sopravvivenza, solo dopo o al massimo insieme parlano di Dio, non invece.
    Se poi, come mi pare di leggere tra le righe di Cuore, la situazione di difficoltà viene favorita proprio da chi appartiene a “un mondo pieno di valori”, e magari, aggiungo io, che legge il Vangelo ….
    Quello che voglio dire è che non dobbiamo svalutare il nostro lato umano per consolarci rinviando tutto al premio futuro, mettiamoci nelle mani di Dio e offriamo le difficoltà, ma poi cerchiamo di fare qualcosa tutti, gli uni per gli altri, perchè siamo stati messi da Lui qui e ora, tutti con pari dignità. Quindi va benissimo scoprire il Suo Amore e tuffarsi nelle Sue braccia quando abbiamo il cuore gonfio di dolore, ma poi, con i piedi per terra, oltre che con la testa in cielo, proviamo a inventarci qualcosa di nuovo, perchè la rassegnazione non credo sia una virtù.
    A Cuore e tutte le persona che in questo momento vivono le stesse difficoltà un forte abbraccio, non ho una ricetta, ma da qualche parte ci deve essere. Sarebbe bello trovarla insieme

Lascia un commento